Nel sud della Cina, una studentessa laureanda ha scritto un romanzo romantico gay. Settantacinque capitoli, due protagonisti maschili, qualche scena esplicita. L’ha caricato su una piattaforma online. Ne ha ricavato l’equivalente di 400 dollari. Ora rischia la condanna penale per “diffusione di materiale osceno”. Come lei, altre decine di autrici – quasi tutte donne, quasi tutte sotto i trent’anni – sono state arrestate, interrogate, multate. Qualcuna è in carcere, altre attendono il processo, molte sono in silenzio. Per vergogna, per paura, perché non si capisce più cosa si possa dire.
Il reato non è il sesso: è l’immaginazione
Il danmei – o Boys’ Love – è un genere letterario nato in Giappone e diffusosi in tutta l’Asia a partire dagli anni Novanta. Storie d’amore tra uomini, scritte da donne, per donne. Un mondo parallelo dove la virilità è dolce, la vulnerabilità è seducente, il sesso è fantasia. Nei primi anni 2000 il danmei è diventato un fenomeno culturale in Cina: romanzi, fumetti, serie tv, idol maschili lanciati da storie d’amore omoerotiche. Poi, a un certo punto, qualcosa si è rotto. Il governo ha cominciato a parlare di “volgarità”, di “perversione”, di contenuti che “confondono l’orientamento sessuale dei giovani”. I programmi sono stati cancellati. Le storie, riscritte come bromance castissime. Le piattaforme, costrette alla censura. Ma chi voleva continuare a scrivere, ha cercato rifugio altrove: Taiwan (al centro di feroci interessi geopolitici della Cina che vuole riappropriarsi dell’isola), Haitang Literature City, server offshore. Un luogo digitale dove i corpi tornavano a toccarsi. Fino all’ultima ondata di arresti.

Multe, carcere, vergogna
In provincia di Anhui, a dicembre, dodici autrici sono state processate. Lo riportano il New York Times e la Bbc. In primavera, altre cinquanta a Gansu. Alcune avevano guadagnato qualche migliaio di dollari in anni. Una – Yun Jian – aveva scritto 38 romanzi in sei anni, per un totale di 250.000 dollari: condannata a quattro anni e mezzo di prigione, con multa doppia. Una ragazza aveva guadagnato 30 dollari, un’altra 400. Ma è bastato. In Cina, “osceno” è tutto ciò che ritrae atti sessuali senza valore scientifico o artistico. La definizione è vaga. La punizione, severa. Le pene aumentano in base al numero di clic. La popolarità è prova del crimine.
Una repressione femminile, eterosessuale, silenziosa
La pornografia esiste anche in Cina. Ma il danmei no. Perché è troppo gay, troppo scritto da donne, troppo poco controllabile. “Controllare il Boys’ Love è un modo per controllare le donne eterosessuali”, spiega Cassie Hu, accademica esperta del genere, al NYT. Perché queste storie mettono in discussione l’ordine familiare, la maternità obbligata, la maschilità rigida. In un paese che teme il crollo demografico, e che ha messo al bando gli uomini effemminati, scrivere di uomini che si baciano e piangono non è solo deviante: è pericoloso. Il governo ha dichiarato guerra alla pornografia queer, ma colpisce soprattutto un certo tipo di libertà femminile. Scrivere storie di sesso tra uomini diventa, paradossalmente, un atto di autodeterminazione femminile. Un modo di dire: posso immaginare qualcosa che non mi è stato concesso.
Cina, così la repressione LGBTIQ+ procede lenta e inesorabile
“Non sapevo fosse un crimine”
“Mi hanno chiesto: lo sapevi che scrivere questa storia era reato?”, racconta un’autrice. “No, non lo sapevo”, ha risposto. Il suo avvocato conferma: è una studentessa, scriveva nel tempo libero. Ha scoperto di essere illegale solo dopo l’arresto. Un’altra è stata convocata in un ufficio di polizia, interrogata, costretta a restituire tutti i guadagni. “Ho scritto ogni parola con le mie mani”, ha detto. “Ma nessuno ha considerato che quel denaro era lavoro, non sfruttamento.” Una terza ha scritto: “Se potessi tornare indietro, riscriverei tutto da capo. Scrivere mi rende felice. E io non posso rinunciare alla felicità.”

Censura o racket?
Molti avvocati notano un altro dettaglio: le province che conducono la repressione sono anche le più indebitate. Anhui, Gansu, Lanzhou. Le autorità locali cercano denaro ovunque. “È una forma di estorsione,” scrive un legale, “usano il danmei come pretesto per fare cassa.” Le condanne sono sproporzionate: più dure che per chi ha rapito bambini o commesso stupri. Eppure le scrittrici vengono perseguitate come nemiche dello Stato. Perché il problema non è solo il contenuto. È l’effetto. Le comunità. Le lettrici. I legami. Il desiderio, anche se finto. Anche se solo scritto. Per il regime di Xi la fantasia ha dinamiche dirompenti che potrebbero risvegliare il desiderio assopito dal controllo.
Scrivere è ancora un verbo politico
Il sociologo Liang Ge lo dice chiaramente: “Non è solo pornografia. È resistenza.” Perché in un paese dove la morale pubblica è legge, scrivere di due uomini che si baciano può diventare un atto rivoluzionario. E perché in un’epoca in cui le donne devono essere madri, gentili, ubbidienti, l’unico modo per farsi sentire è inventarsi un altro mondo. Anche se costa la libertà. Anche se poi qualcuno, su Weibo, scrive: “Non ci resta più neanche l’immaginazione.” E il post sparisce dopo mezz’ora. Ma qualcuno lo ha letto. Qualcuno lo ricorda. E qualcuna, da qualche parte, continua a scrivere.
