Nell’Occidente, si celebra San Valentino, mentre in Cina, c’è la festa di Qixi, che cade il settimo giorno del settimo mese lunare, di solito ad agosto. In questa occasione, le coppie cinesi festeggiano l’amore attraverso appuntamenti romantici e scambi di regali. Tuttavia, in concomitanza di questa festività, quest’anno molte organizzazioni che difendono i diritti delle persone LGBTIQ+ hanno denunciato la chiusura permanente dei loro account su WeChat. Lo scorso Maggio avevamo dato notizia della chiusura dell’LGBTQI+ Center di Pechino.
Alcune di queste organizzazioni, come il Beijing Lala Salon, operavano come organizzazioni non governative fin dagli anni Duemila, fornendo servizi sociali per lesbiche e altre minoranze sessuali.
Il regista Danny Cheng Wan-Cheung, regista cinematografico inserito a pieno titolo nella corrente del cinema LGBTQIA+ asiatico, si era confidato con Gay.it, ammettendo la propria disperazione rispetto all’incapacità della Cina di ricevere critiche dall’esterno, soprattutto su temi legati ai diritti civili.
Alessandra Colarizi, direttrice editoriale di China Files, in un articolo su Gariwo, fa un ricco punto degli ultimi sviluppi.
Sebbene l’omosessualità sia stata depenalizzata in Cina da oltre vent’anni, la sua accettazione rimane problematica, specialmente al di fuori delle grandi città. Internet, nonostante sia rigidamente regolamentato, è stato a lungo un canale per l’espressione senza dover nascondere la diversità sessuale. Tuttavia, nel 2017, le autorità cinesi hanno iniziato a vietare i contenuti LGBT+ online, equiparando l’omosessualità agli abusi sessuali sotto l’etichetta delle “relazioni sessuali anormali“. Nel 2021, molti account social legati ai gruppi studenteschi LGBT+ sono stati disabilitati: ve ne avevamo parlato qui.
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La stretta del governo dell’agosto scorso rappresenta un significativo passo avanti in questa direzione. Coinvolge non solo organizzazioni con decenni di esperienza come l’LGBTQI+ Center di Pechino, ma anche gruppi per la difesa dei diritti delle persone transgender, una categoria emersa solo nel 2016. Nel 2021 avevamo raccontato su Gay.it quella che avevamo definito una vera e propria crociata della Cina contro i giovani effemminati.
Questo cambiamento è avvenuto quando il Cyber Administration (CAC), l’organismo di regolamentazione di Internet, ha cominciato a collegare la categoria “LGBT+” all’importazione presunta di costumi occidentali, visti come destabilizzanti e in contrasto con i valori tradizionali promossi dall’amministrazione Xi Jinping. È interessante notare che, oltre ai gruppi omosessuali, WeChat ha bannato anche alcune attiviste femministe, accusate di ostacolare i matrimoni e contribuire al preoccupante calo demografico secondo la narrazione ufficiale.
Cina: la protesta dei fogli bianchi
Tuttavia, secondo alcuni attivisti, la recente campagna del governo si distingue anche per l’uso di nuove modalità di controllo, un’eredità della gestione della pandemia. Anche se il tracciamento e le app di controllo sullo stato di salute dei cittadini sono state eliminate, la mania per la sorveglianza di massa è rimasta. Le proteste contro i lockdown nel novembre 2022 hanno contribuito a intensificare le preoccupazioni del governo e hanno portato l’attenzione alle potenziali minacce online. La polizia ha effettuato controlli casuali sugli smartphone dei passanti in alcune località, e un programmatore nello Hebei è stato multato per l’uso di una VPN.
Nel periodo tra il 10 marzo e il 27 maggio, la CAC ha chiuso 67.000 account social nell’ambito di una campagna di “rettifica” contro la disinformazione e i comportamenti illegali. Nel frattempo, LGBTQI+ Center di Pechino, ha cessato tutte le attività dopo quindici anni. È diventato così sempre più difficile contattare la rete di volontari sparsi per il paese, e anche il semplice atto di pubblicare la bandiera arcobaleno o il logo dell’organizzazione su WeChat attira l’attenzione della polizia. Per eludere i controlli, è necessario adottare strategie creative, come inviare articoli il venerdì sera e cancellarli la domenica per sfruttare il calo dell’attenzione dei censori durante il fine settimana.
Sopravvivere nell’era di Xi non è impossibile, ma richiede compromessi. Molte organizzazioni LGBT+ nascondono la loro vera missione dietro attività meno sensibili, addirittura approvate dalle autorità locali, come la lotta all’AIDS. L’artista Qiumao, fotografo che spinge sulla dirompenza dell’erotismo queer, aveva raccontato a Gay.it come l’arte sia un buon modo per provare a raggirare la soffocante repressione del governo cinese.
Altre realtà spostano il loro impegno per i diritti LGBT+ all’estero. Ad esempio, lo Shanghai Pride, sospeso nel 2020, ha promosso l’Asian Pride di Amsterdam quest’anno e ha invitato la sua comunità su Facebook a partecipare a webinar sul tema.
Alcune app di incontri, come Blued, che offre servizi di prevenzione dell’HIV e educazione sessuale in linea con le iniziative della sanità pubblica, sono state risparmiate dalla censura cinese. Tuttavia, anche Blued sta pianificando il suo futuro all’estero, in particolare nel Sud-Est asiatico. Al contrario, il servizio per la procreazione assistita BluedBaby è stato chiuso a seguito di uno scandalo che ha coinvolto l’attrice Zheng Shuang nel 2021.
Nonostante il crescente controllo, è ancora possibile trovare spazi di espressione residui sulla rete cinese. Ad agosto, secondo Freedom House, sebbene la polizia abbia smantellato la maggior parte degli eventi per il Pride organizzati in presenza in diverse città cinesi, un post su Weibo collegato alla ricorrenza ha ottenuto 1,4 milioni di visualizzazioni.
foto di copertina: fonte Wikipedia
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