Ungheria e divieto Pride, nuove rivelazioni sul tradimento della commissione von der Leyen, Zan: “Noi non molliamo”

Era stata presentata un'interrogazione in aprile, ma la risposta del commissario McGrath è giunta solo ieri ed è un insulto alla democrazia e ai Trattati dell'Unione.

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Ungheria divieto Pride von der Leyen
Ungheria e divieto Pride: dopo i 200mila di Budapest continua l'ambiguità della Commissione von der Leyen. Emergono nuovi particolari.
5 min. di lettura

Il 29 giugno a Budapest è andato in scena un atto di resistenza civile: 200mila persone hanno sfilato, nonostante il divieto formale imposto dalle autorità ungheresi alla marcia dell’orgoglio LGBTQIA+. Una manifestazione vietata ma non cancellata, che ha sfidato la repressione crescente del governo Orbán. Ma nonostante sul Ponte Elisabetta che congiunge Buda e Pest si sia concretizzata un’idea democratica e popolare di Europa basata su diritti e libertà, la Commissione von der Leyen consolidava un silenzio istituzionale ambiguo, che continua a far discutere. Nuovi retroscena emergono anche su come il Parlamento Europeo avesse in verità cercato in ogni modo di fare pressioni sulla Commissione, in ultimo nelle severe parole del vicepresidente Nicolae Ștefănuță che aveva esplicitamente parlato di “procedura d’infrazione“.

 

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Già ad aprile, dopo l’annuncio del divieto approvato da Orban, con un vero e proprio blitz che aveva esautorato il parlamento ungherese, l’eurodeputato PD Alessandro Zan (in Europa nel gruppo Socialist & Democrat), che è anche vicepresidente della commissione LIBE per libertà giustizia e affari interni all’UE,  aveva presentato un’interrogazione alla Commissione europea — firmata da 17 parlamentari S&D gruppo socialista-democratico — chiedendo se la Commissione intendesse attivare l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea contro l’Ungheria. La richiesta era chiara: alla luce dell’emendamento costituzionale che vieta il Pride in nome della “protezione dei minori”, e dell’uso di tecnologie di sorveglianza (riconoscimento facciale, vietato dall’Unione) durante le manifestazioni, il governo ungherese ha violato e continua a violare in modo grave e sistematico i principi fondanti dell’Unione, tra cui:

  • la libertà di espressione
  • la non discriminazione
  • il rispetto della dignità umana

L’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea è lo strumento che permette all’UE di intervenire quando uno Stato membro viola in modo grave i valori fondamentali dell’Unione, come la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani. In pratica, serve a “mettere in mora” un governo che si allontana dai principi comuni. Se la violazione viene accertata, l’UE può arrivare a sospendere alcuni diritti dello Stato coinvolto, incluso il diritto di voto nei processi decisionali europei. È una misura politica molto seria, ma difficile da applicare, perché richiede l’accordo quasi unanime degli altri Stati membri.

Alla vigilia del Budapest Pride, quando Ursula von der Leyen aveva pubblicato un video di supporto che risuonava come una patetica presa per i fondelli, durante la conferenza stampa la commissaria alle parità Hadja Labhib era stata vaga davanti alle domande della stampa (agguerriti sul tema erano stati Financial Times, Politico e Repubblica) che chiedeva come mai il “governo europeo” (la Commissione) non prendesse provvedimenti verso l’Ungheria. La commissaria Labhib non aveva infine partecipato alla parata, perché vietata dalla polizia ungherese, che risponde alla questura, organo diretto del governo centrale di Orbán: nel concreto è bene ricordare dunque che la Commissione Europea si è piegata ad Orbán e non ha disobbedito alla legge ungherese che viola i Trattati Europei.

Brando Benifei Elly Schlein Alessandro Zan Rosario Coco
Elly Schlein ha parlato persino della possibilità di far mancare i voti del PD alla commissione von der Leyen. Nella foto da sinistra con lei al Budapest Pride Brando Benifei (eurodeputato PD), Alessandro Zan (eurodeputato PD) e Rosario Coco (@davocealrispetto)

L’interrogazione che Zan e altri eurodeputati social-dem avevano inviato a fine aprile ha visto una risposta della Commissione soltanto ieri 2 luglio, firmata dal commissario per la giustizia Michael McGrath.  Il testo si limita a riaffermare l’impegno della Commissione nella promozione dei diritti LGBTIQ+, ricordando il procedimento ancora in corso presso la Corte di giustizia contro l’Ungheria per una legge nazionale discriminatoria. La possibilità di attivare l’articolo 7, lo strumento politico che consente di sospendere il diritto di voto di uno Stato membro in caso di violazioni persistenti dello Stato di diritto, è stata ignorata nella replica del commissario McGrath. Replica che risuona come un insulto ai Trattati dell’Unione che prevedono, nell’articolo 7, che gli organi europei, inclusa la Commissione, si attivino dopo la grave violazione dell’Ungheria nel vietare manifestazioni di protesta. “Mentre in Ungheria si vieta la libertà di manifestazione e si discriminano le persone LGBTQIA+, la Commissione si trincera dietro risposte evasive”, accusa Zan. “Abbiamo chiesto un atto politico forte. L’assenza di una risposta all’altezza è grave”.

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La marcia di Budapest ha rappresentato un momento simbolico potente. Oltre 200.000 persone hanno sfidato il divieto imposto dalla polizia, e hanno marciato per le vie della capitale sotto stretta sorveglianza, rivendicando diritti e visibilità. Pochi giorni dopo, in un messaggio privato sulla chat Warriors Group rivelato dalla stampa ungherese, Viktor Orbán ha definito la parata “ripugnante e vergognosa”, accusando le istituzioni europee e l’opposizione di averla “ordinata” dall’estero.

Eppure, la vera domanda ora è politica: cosa intende fare l’Europa? L’articolo 7 non è un automatismo giuridico, ma uno strumento politico che permette agli Stati membri — o alla Commissione — di reagire in modo proporzionato a derive autoritarie. La sospensione del diritto di voto al Consiglio rappresenterebbe un segnale forte, sebbene simbolico, di esclusione dai processi decisionali europei.

Budapest Pride Cronaca Unione Europea
Dentro il Budapest Pride – La cronaca di Gay.it dall’Ungheria (VIDEO)

Come funziona l’articolo 7 dei Trattati Europei?

L’articolo 7 dei Trattati dell’Unione Europea serve a difendere i valori fondamentali dell’UE, come la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Se uno Stato membro viola questi principi in modo grave e continuo, può essere sanzionato.

La procedura può iniziare su richiesta della Commissione Europea, del Parlamento o di almeno un terzo dei Paesi UE. A decidere, però, sono gli altri Stati membri riuniti nel Consiglio: devono essere tutti d’accordo (tranne il Paese accusato, che non vota) per dire che c’è davvero una violazione.

Se questo accade, lo Stato può perdere alcuni diritti, come il diritto di voto nelle decisioni dell’UE. È una misura molto seria, difficile da applicare, ma possibile quando uno Stato si allontana dai valori su cui l’Europa è costruita.

Ma il meccanismo è fragile. L’unanimità degli altri Stati membri, in un periodo di forti tensioni geopolitiche e con la Russia che ha ormai penetrato con la sua influenza paesi membri UE come la stessa Ungheria, ma anche Bulgaria, Slovacchia e persino Polonia, induce la Commissione von der Leyen a non procedere contro Orbán, anche per mantenere l’Ungheria nell’orbita UE rispetto alle sanzioni a Mosca. “Non bastano i video patinati e le dichiarazioni stampa a sostegno della comunità Lgbtqia+ ungherese — sottolinea Zan — se poi nemmeno si risponde nel merito a chi chiede azioni concrete. Continueremo a pretendere che il Parlamento non sia escluso dal controllo democratico sui valori fondanti dell’Unione”.

 

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Commissione von der Leyen in crisi davanti a sfiducia dell’estrema destra

In queste ore Ursula von der Leyen è nell’occhio del ciclone per via di un dibattito in aula al Parlamento europeo su una mozione di sfiducia proposta dall’eurodeputato di estrema destra Gheorghe Piperea (ECR), con 72 firme raccolte . Al centro dello “#Pfizergate” ci sono presunti scambi opachi di sms con il CEO di Pfizer durante la pandemia e l’ostruzionismo della Commissione alla pubblicazione, censurato dal Tribunale UE come violazione del principio di trasparenza  (Politico). Il voto è atteso il 10 luglio, dopo un dibattito che ci sarà il 7. Servono 2/3 dei voti e la maggioranza assoluta (almeno 361 deputati): la mozione appare largamente destinata a fallire, ma rappresenta un segnale politico della debolezza di von der Leyen.

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