Neofascisti burattini e tanti bambini: dentro il Budapest Pride che ha sconfitto Orbán e acceso il sogno degli Stati Uniti d’Europa

Dal corteo bloccato ai bambini in marcia, dai sindaci in piazza ai neofascisti protetti dalla polizia: racconto da Budapest di un Pride che ha scritto la storia.

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Budapest Pride Cronaca Unione Europea
Budapest Pride - La cronaca del nostro inviato
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Più di 200mila persone invadono Budapest sventolando colori LGBTIQ+ e bandiere dell’Unione Europea, in un Pride di protesta che spazza via il divieto imposto dal governo di Viktor Orbán. Nessuna aggressione da parte delle formazioni neofasciste, alle quali la questura e la polizia hanno concesso pochi giorni fa di sfilare nel percorso inizialmente assegnato alla parata del popolo queer, che è stato invece messo sotto il ricatto di multe, schedature e arresti. Una minaccia spenta dalla partecipazione imponente che prima del pomeriggio rimbalzerà sui notiziari di mezzo mondo.

Appena dopo mezzogiorno il sole è un flash continuo sul raduno multicolore a Városháza Park. Máté Hegedűs, portavoce del Budapest Pride, che su Gay.it avevamo intervistato lo scorso Marzo, ci dice che il percorso è confermato nella sua interezza (a breve scoprirò che il suo è un bluff, per ragioni di sicurezza). Spiega alla stampa che “forse saremo almeno 50mila”, senza rendersi conto che dai riflessi del Danubio sta per risplendere un miracolo di democrazia e partecipazione che segnerà un punto di svolta in Ungheria e in Europa. Mantiene la sua aria attonita, indossa una gonna nera al ginocchio e una canotta da macho sulle spalle irsute e si fa strada tra un crescente pullulare di giornalisti, famiglie eterosessuali, anziani, giovanissimi, persone LGBTIQ+ e popolo queer: e tanti, tantissimi bambini.

 

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Prima di questa sera occhi increduli vedranno migliaia di bambini tra zero e 10 anni partecipare con le proprie famiglie a un Pride che Fidesz, partito di Orbán, vieta in nome di un possibile turbamento per i minori, secondo la legge anti-LGBTI approvata in Ungheria nel 2021 sull’onda di quella approvata in Russia nel 2013, ora emendata da Orbán con un blitz parlamentare per formalizzare la norma anti-Pride. È la teoria della propaganda gay, invenzione delle destre transnazionali che mettono a ferro e fuoco il mondo, sgretolano il progetto di benessere e uguaglianza chiamato Unione Europea. E reprimono le comunità più fragili e marginalizzate, colpevoli di aver osato l’azzardo woke, responsabili rivendicato la propria autodeterminazione.

Appena trecento metri di corteo, e un cordone di poliziotti blocca la marcia del Budapest Pride: non si proseguirà verso il Museo Nazionale Magiaro. Un ragazzo avvolto con la bandiera UE sfida il blocco di poliziotti, ma viene respinto. Dopo circa dieci minuti la fiammata di tensione sfuma in un più subdolo atto di forza simbolico da parte della questura, un teatrino declinato in un repentino cambio di percorso che fa defluire l’oceano umano del Pride sul Ponte Elisabetta, in alternativa al Ponte della Libertà, inizialmente previsto dal programma. “Ci hanno avvisato soltanto mezz’ora fa” mi racconta un birraio deluso per il mancato incasso conseguente al cambio di tracciato, ma una volontaria del comitato organizzatore e una poliziotta confermano che la modifica era stata concordata fin dal giorno prima, quando le pressioni internazionali, l’afflusso di persone che da tutto il mondo atterravano a Budapest, e il tuonare dei media – in conferenza stampa i più influenti quotidiani del globo – avevano indotto la questura ad evitare possibili, ulteriori imbarazzi al governo centrale.

Non è così semplice, ma possiamo sopravvivere dai…” raccontano Flora, lesbica, e Gabriella, non binary, a occhio sedicenni. Tre ragazzi giovani e bellissimi, per niente fascisti, ma con fare da machi e look rapper-metropolitano, le approcciano dal nulla, in un caffè a trecento metri dal corteo. Insistenti, ridacchiano, fanno loro segno di seguirle. Gridiamo “please stop”. “Questo è nulla e siamo fortunate perché viviamo a Budapest” dice Flora, il volto rabbuiato, l’arcobaleno dipinto sulle gote sfumato dal sudore e un pendaglio d’oro che mordicchia tra i denti. I tre giovanotti si dileguano ridendo e canzonandosi a vicenda. Gabriella, più rilassata, dice che sono abituate “Puoi immaginare cosa volessero: molte ragazze in una situazione simile sentono di dover soddisfare le richieste, ma noi siamo queer”.

Su vialone che punta al Danubio sfilano attivisti LGBTIQ di ogni paese europeo, associazioni, sigle progressiste e liberali, c’è un gruppo di giovanissimi comunisti magiari, agitano cartelli raffiguranti Karl Marx, insieme a loro un ragazzo con un cartello Palestina libera, “Sono venuto da Vienna” mi dice “e ho pensato di unirmi a questi compagni”: a pochi metri da lui uno stand rivendica l’orgoglio kosher-queer. C’è un’energia armonica che corre in un’unica direzione in questo Pride senza sponsor, interamente finanziato da donazioni e fondi pubblici.

Sfilano sindaci e delegazioni di Francoforte, Torino, Milano, Oslo, Stoccolma, Atene, Amsterdam, Parigi, Londra: a fine parata sono tutti sul palco, si tengono per mano intorno al sindaco liberal-ambientalista di Budapest, Gergely Karácsony, l’eroe della resistenza democratica ungherese, che due settimane fa ha opposto una speciale protezione municipale alla parata, entrando in frizione con il governo: “Grazie Orbán per la pubblicità a un’idea di società più giusta” dice a fine corteo “Questa è una vittoria per la democrazia, questa è una vittoria dell’Ungheria, questa è una vittoria dell’Unione Europea”.

L’anno scorso il Budapest Pride aveva contato circa 35.000 presenze. Oggi, 28 giugno 2025, anniversario dei moti di Stonewall del 1969, sono 200.000. Dilagano tra Buda e Pest. Guadano il Danubio sospesi su quel Ponte Elisabetta inaspettato protagonista, immortalato su miliardi di foto che inondano le timeline, e sembrano portare l’Ungheria verso un orizzonte di liberazione, mettendo a nudo la debolezza del Governo Orbán, che nell’aprile 2026, secondo gli attuali sondaggi, sarà bocciato alle urne: “Il nostro sindaco deve fare il presidente” pontifica un signore anziano a fine Pride, indossa una giacca e non suda “io non sono lgbt” puntualizza stizzito, con un inglese arrangiato “ma sono qui e lui è un grande sindaco”.

Nell’aria la sensazione che una risposta partecipativa di queste dimensioni possa riportare al centro la forza inarrestabile e popolare della democrazia, quando i cittadini – come accaduto qui, nell’Europa continentale a un soffio dalle ire di Putin – prendono in mano i propri diritti e li esercitano, anche contro la legge.

 

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Le affinità illiberali del Governo Meloni con le politiche di Orbán – dal ddl sicurezza che reprime le proteste alle persecuzioni delle famiglie arcobaleno, alla invisibilizzazione delle identità di genere non conformi, fino alla censura della fantomatica teoria gender nelle scuole e nelle università – hanno spinto molte associazioni del multiforme movimento LGBTIAQ+ italiano a sfilare sotto questo cielo magiaro puntellato di barlumi europei: Arcigay, Mieli, Torino Pride, Famiglie Arcobaleno, Gaynet, Brianza Oltre l’Arcobaleno. La partecipazione italiana è la più numerosa. Secondo l’ambasciatore Jacoangeli dall’Italia sono arrivate tra le 13 e le 15mila persone: “Orbán e Meloni usano le istituzioni per imporre la loro visione regressiva della societàattacca Alessandro Zan, qui con una delegazione PD, tra cui l’eurodeputato Brando Benifei “i sindaci sono ormai l’ultimo baluardo della democrazia sui territori” aggiunge Zan, che per primo aveva firmato una lettera insieme ad altri 60 parlamentari per chiedere all’Unione di attuare provvedimenti fattuali contro l’Ungheria. C’è anche Elly SchleinL’amore non si vieta, e non si vietano i nostri corpi”, dice la segretaria PD, in questi giorni durissima con la Commissione von der Leyen per il blitz con cui è stato approvato il piano di riarmo.

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Commissione che qui a Budapest finisce sotto accusa anche per la debole reazione alla morsa repressiva con cui Orbán ha vietato i Pride. “L’Unione Europea ha già otto miliardi di euro bloccati verso l’Ungheria per condotte anti-democratiche che violano i Trattati” si era giustificata in conferenza stampa la commissaria alla parità dell’UE, Hadja Lahbib, mentre “per il divieto di manifestare siamo in fase di analisi” aveva aggiunto, destando polemiche, e vedendosi poi affidare le 40mila firme della petizione All Out, da consegnare alla stessa Von der Leyen, per un immediato intervento contro il divieto che viola il diritto fondamentale di manifestare e protestare sancito dai Trattati UE. C’è Carlo Calenda, che ricorda come l’abbraccio tra Orbán e Putin stia minando lo Stato di diritto in un paese membro dell’Unione e c’è l’onorevole Alessandra Maiorino del Movimento Cinque Stelle, a corteo quasi finito la vediamo ancora aggirarsi con una troupe del TG3, travolta dalla marcia, ma combattiva in mezzo al popolo del Pride, con lei qui a Budapest anche l’eurodeputata M5S Carolina Morace.

È il primo Pride della mia vita” racconta Anna, donna cis etero di circa 50 anninon farmi foto, sono avvocata e consulente legale per la polizia e… davvero, non voglio guai”. La sua famiglia è di Budapest da generazioni e confessa con timido cinismo che quest’anno è venuta a marciare con la comunità LGBTIAQ+ perché questa volta “riguarda anche me, riguarda i miei figli. Oggi tocca ai gay, e domani? Anche tanti miei colleghi poliziotti sono contrari, odiano Orbán e odiano questo governo. Oggi li ho incontrati, avrebbero volentieri evitato di essere qui a controllare persone che protestano, è tutto grottesco”.

Parole che trovano conferma nei miei tentativi di attaccare bottone con i poliziotti. Molti mi ignorano del tutto, ma non pochi di essi – soprattutto le poliziotte – provano a comunicarmi, con sguardi e alzate di sopracciglia appena accennati, il proprio silenzioso sgomento.

Mentre il corteo arcobaleno tracima dal Ponte Elisabetta verso il Műegyetem, il Politecnico universitario di Budapest, ecco un plotone di nazi-fascisti appostato sull’argine del Danubio: piovono epiteti verso il popolo lesbo-gay-bi-trans-queer. Lo spettacolo viene ignorato dal flusso LGBTIQ+ che balla, canta, protesta e gode mentre sta scrivendo la storia. Palpabile la sensazione che sia tutta una recita a soggetto, una manipolazione orchestrata dal Governo Orbán: i balordi di estrema destra ungheresi, assai lontani da una qualsiasi somiglianza agli squadristi neofascisti che sempre più osserviamo radunarsi in Italia, appaiono come figuranti impegnati in un disturbo fiancheggiatore per la distrazione di massa.

Ci spostiamo sul Ponte della Libertà, quello che avrebbe dovuto ospitare il passaggio del Pride, e che la questura ha preferito concedere ai gruppi neofascisti. C’è solo qualche giornalista, ma la polizia non lascia avvicinare la stampa, è schierata a protezione degli estremisti di Hatvannégy Vármegye Ifjúsági Mozgalom (HVIM) e di Mi Hazànk, che esibiscono l’orgoglio di chi ce l’ha fatta: la conquista è aver sottratto il percorso alla parata LGBTQ+. Hanno occupato il Ponte della Libertà, e nemmeno i giornalisti possono varcare il cordone di forze dell’ordine che li tiene a bada, e che li protegge. Con qualche fiorino-contentino Orbán ha contenuto il borbottio di queste formazioni neofasciste che recentemente l’hanno accusato di essere troppo tenero verso “i satanisti del gender”.

 

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Alcuni di loro si erano già presentati in tarda mattinata al concentramento di Városháza Park per dispensare deliri suprematisti omotransfobici alla stampa “L’Ungheria è cristiana, bianca, eterosessuale”. Poco dopo erano giunti anche due cristiani estremisti, che agitavano una bibbia e una croce come strumenti di purificazione. Ripetevano teorie creazioniste secondo cui omosessualità e gender sarebbero contro Dio e contro natura. Alcune persone del Pride avevano provato a scacciarli, ma loro rivendicavano il diritto di appropriarsi di quel luogo pubblico, come avrebbero poi fatto il pomeriggio i loro fascio-sodali nel rivendicare il Ponte della Libertà: la conquista di uno spazio territoriale proprio e puro.

Il dispiegamento di forze dell’ordine è ciclopico, eppure la prova di forza di Orbán finisce  per ora ingoiata da questo immenso popolo: nessuna multa, ma con il riconoscimento facciale – altra violazione rispetto alle norme UE – potrebbero esserci cattive sorprese nei prossimi giorni. Ultimo colpo di coda di Orbán prima del probabile addio alla presidenza. Un tramonto di fuoco per la carriera di un leader asservito alla Russia di Putin, che fa affari sotto banco con la Cina di Xi Jinping e che da 15 anni tiene sotto scacco un paese e l’intera Unione Europea.

E allora forse sì, su questo ponte Elisabetta improvvisato per sbaragliare i burattini neofascisti, e da questo Pride vietato, nasce un’altra idea d’Europa. Non quella silente e ambigua di Ursula Von der Leyen, Friedrich Merz e Giorgia Meloni, non quella che subisce le pulsioni sovraniste, ma quella che si ritrova nei corpi e nelle piazze, che cammina sotto il sole con i bambini sulle spalle e le bandiere al vento. Un’Europa fatta di città ribelli, di sindaci che resistono, di popoli che rifiutano la normalizzazione dell’odio. Qui, a Budapest, l’idea degli Stati Uniti d’Europa si è fatta carne, anima e disobbedienza, in quel patto antico, sempre lo stesso, ma sempre da rinvigorire, tra cittadinanza, dignità e diritti. Non è stato soltanto un Pride, è stata un’assemblea popolare democratica a cielo aperto. Una risposta. E forse anche una promessa.

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