Ci sono storie che raccontano da sole il fallimento di un Paese nel riconoscere l’umanità di chi ama secondo un canone non aderente allo schema etero-cis. Questa è una di quelle.
Un uomo lombardo, oggi vedovo e padre, da otto anni lotta contro lo Stato italiano per vedersi riconosciuto un diritto che a migliaia di altri cittadini viene concesso senza discussione: la pensione di reversibilità del partner defunto. Il suo compagno – con cui aveva avuto un figlio mediante gestazione per altri nel 2010 – è morto nel 2015, prima dell’entrata in vigore della legge sulle unioni civili. I due si erano sposati a New York nel 2013, ma in Italia il loro amore – come tanti altri – era ancora invisibile. Per la legge, non erano niente. Non una coppia, non una famiglia. Solo due uomini. E allora niente reversibilità.
La Corte d’appello gli aveva dato ragione, sottolineando il carattere stabile e affettivo della loro relazione, il fatto che ci fosse un figlio, il matrimonio all’estero. Ma l’INPS ha impugnato la decisione. Ora, le Sezioni Unite della Cassazione hanno rimesso la questione alla Corte Costituzionale, chiedendole se sia giusto, e legittimo, che la pensione di reversibilità venga negata solo perché al tempo del decesso non esisteva ancora una legge che riconoscesse quella coppia.
La domanda è enorme. E riguarda non solo il diritto previdenziale, ma la natura stessa dell’uguaglianza. Perché in questo caso non si discute solo di soldi, ma di dignità, di amore, di memoria. Di quanto valga la vita che due uomini hanno costruito insieme, crescendovi un figlio, pagando tasse e contributi, vivendo una famiglia come tante.
Le norme oggi in vigore – e il loro ritardo – continuano a colpire chi non rientra nel perimetro dell’amore etero-cis. Le coppie omosessuali che hanno condiviso una vita prima del 2016 (anno di approvazione della legge sulle unioni civili) restano escluse, come se avessero vissuto in un limbo giuridico. Come se lo Stato potesse oggi dire:
“Non esistevi, non ti riconosco, non ti spetta niente”.
Ecco perché questa vicenda racconta, in filigrana, la necessità impellente del matrimonio egualitario. Perché una legge sulle unioni civili, tardiva e monca, non basta. Perché ancora oggi l’amore tra persone dello stesso sesso è trattato come un’eccezione da regolamentare al ribasso, come un’anomalia da contenere.
Ecco perché serve una giustizia che guardi alla sostanza delle vite, non solo alla forma delle leggi. Una giustizia che dica finalmente: non esistono famiglie di serie A e famiglie di serie B. Non esistono amori giusti e amori tollerati. Esistono solo diritti. E vanno garantiti a tutte e a tutti.
Nel frattempo, l’uomo che ha perso il marito e combatte da anni per suo figlio aspetta. Aspetta che lo Stato smetta di voltarsi dall’altra parte. Aspetta che qualcuno, finalmente, lo guardi e gli dica che sì, anche il progetto d’amore con il suo compagno oggi defunto merita protezione e sostegno da parte dello Stato. Sarà la Corte Costituzionale – ancora una volta – a sottolineare il ritardo del legislatore (parlamento)?
