Capalbio, “Fr*cio di m*rda”: insultato dall’autista del bus perché viaggiava con il suo cane in braccio

A Capalbio un autista di navetta ha insultato Ivan Notarangelo con il suo bassotto nano in braccio gridandogli “Fr*cio di m*rda”. L'episodio nella Maremma chic riaccende il dibattito sull’omofobia in Italia.

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Ivan Notarangelo e il suo bassotto nano
Ivan Notarangelo e il suo bassotto nano
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Ennesimo episodio di violenza verbale e minacce a sfondo omofobo, questa volta a Capalbio, località esclusiva della Maremma, da sempre rifugio estivo per politici, registi e volti noti della Roma bene. Protagonista della vicenda è Ivan Notarangelo, storico portavoce legato al Partito Democratico, che si è trovato improvvisamente bersaglio di un attacco omofobo da parte dell’autista di una navetta diretta allo stabilimento di Macchiatonda. Secondo il racconto della vittima, l’uomo non si sarebbe limitato a lanciare insulti, ma avrebbe assunto anche un atteggiamento minaccioso, lasciando intendere la volontà di passare alle mani. 

Cane in braccio

Capalbio, aggressione omofoba sul bus

La vicenda si è consumata in pochi minuti: Ivan Notarangelo si trovava sulla navetta insieme a due amiche e al suo cane, un bassotto nano di sei chili, portato in braccio dall’uomo. Nessun comportamento scorretto, nessun disturbo agli altri passeggeri: il gruppo era l’unico a bordo del mezzo. Nonostante questo, al termine della corsa l’autista ha accusato Notarangelo di averlo “fregato” portando con sé l’animale.

“Non dava fastidio a nessuno. Eravamo solo noi tre a bordo. Ma l’autista si è acceso con veemenza alla fine della corsa accusandomi di averlo ‘fregato’ con un simile affronto (portare il cane a bordo, ndr) e che mi avrebbe lasciato a terra al ritorno”, ha raccontato la vittima al quotidiano Repubblica.

Una discussione che in pochi istanti è degenerata. L’uomo, visibilmente alterato, ha iniziato a ripetere a gran voce l’insulto “fr*cio di m*rda”, prima davanti alle persone ferme al capolinea e poi continuando dal finestrino del mezzo, mentre ripartiva alla guida.

La scena, racconta Notarangelo, ha assunto contorni surreali: “Era come un remake trash di Ferie d’agosto, ma senza ironia. Ero io nel ruolo del diverso, lui in quello del macho incarognito. E ci trovavamo a Macchiatonda, non in qualche località degradata”.

La paura e lo shock della vittima

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Quello che avrebbe potuto trasformarsi in un’aggressione fisica è stato evitato solo grazie alla presenza di altre persone. L’autista, dopo essere sceso con fare minaccioso e “con il chiaro intento di passare ai fatti”, ha desistito – per via della presenza di altre persone – e si sarebbe limitato a urlare ancora insulti dal mezzo in movimento.

Per Notarangelo l’impatto emotivo è stato devastante: “La prima reazione, quando se n’è andato, è stato un pianto a dirotto. Ho 47 anni, sono indipendente e realizzato. Ho faticato a conquistare la mia identità e ora ne sono orgoglioso. Pensavo di averla scampata. Sopravvissuto agli anni Ottanta, a crudeli spogliatoi di maschi tossici e scuole, credevo che l’insulto omofobo fosse un fossile. E invece eccolo, fresco, gridato con la naturalezza con cui una volta si ordinava un ghiacciolo all’anice”, ha commentato.

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Denunciare o lasciar correre? Il dilemma di chi subisce

Dopo i primi momenti di shock, Notarangelo ha raccontato di aver vissuto un vero e proprio dilemma: “Denunciare, lasciar correre, trasformare l’accaduto in un post social?”. La stanchezza e la frustrazione hanno avuto il sopravvento: “Non ho prodotti da vendere insieme all’indignazione, niente follower da monetizzare. Solo la stanchezza di chi si ritrova a essere insultato perché tiene un cane in braccio”.

Il racconto mette in luce una realtà comune a molte vittime di violenza verbale: la difficoltà nel decidere come reagire, il timore di esporsi, la paura di non essere creduti o di vedere banalizzato l’accaduto. Una condizione che rende ancora più necessario un impegno sociale e istituzionale nel contrasto all’omofobia.

Le scuse dello stabilimento e i dubbi sulla sincerità

Dopo l’episodio, lo stabilimento responsabile del servizio navetta ha presentato delle scuse. Ma anche queste, per Notarangelo, hanno lasciato l’amaro in bocca. La sensazione, ha raccontato, è che la richiesta di perdono sia stata motivata più dalla presenza di una persona nota che lo accompagnava, piuttosto che da un reale senso di responsabilità.

“Mi chiedo se lo abbiano fatto solo in virtù della presenza di una persona famosa che era con me e non perché fossero dovute”, ha dichiarato al quotidiano. Una riflessione che sottolinea come spesso la risposta a episodi di discriminazione rischi di apparire più formale che sostanziale, svuotata di un reale intento inclusivo.

Omofobia e inclusione: un dibattito ancora aperto

L’episodio di Capalbio riapre inevitabilmente il dibattito su quanto la società italiana sia davvero avanzata nella cultura dell’inclusione. Conquiste civili e diritti sempre più riconosciuti da un lato, insulti e aggressioni che sembrano appartenere a un passato che si credeva superato dall’altro.

“Quanto lontano siamo davvero andati nella cultura dell’inclusione? – si chiede Notarangelo – E come reagire quando la ferita è così nitida, e le parole così tragicamente ordinarie?”. Domande che toccano l’intera comunità LGBTQIA+ e che riportano l’attenzione sull’urgenza di un cambiamento culturale profondo, capace di andare oltre le dichiarazioni di principio e tradursi in gesti concreti di rispetto e accoglienza.

© Riproduzione riservata.

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panciera.primo 20.8.25 - 3:24

Ma l'autista e' ancora la' che lavora? Licenziarlo a calci in culo e nelle sue miserabili pseudopalle.