Serena Mazzini accusata di guidare un gruppo misogino e omofobo: quindici mesi d’incubo che nessuno le restituirà

Serena Mazzini, vittima di una violenta campagna di odio online, racconta i quindici mesi più difficili della sua vita e come la giustizia le abbia finalmente restituito la verità.

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Serena Mazzini
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“Il 3 giugno 2024 la mia vita si è fermata”. Inizia in questo modo lo sfogo che Serena Mazzini, conosciuta online come Serena Doe, ha condiviso su Instagram dopo quindici mesi di silenzio, dolore e battaglie giudiziarie.

Serena Mazzini è una docente, social media strategist e critica dei new media che negli ultimi anni si è battuta per la tutela dei minori online e contro lo sharenting, collaborando anche con Selvaggia Lucarelli e partecipando a proposte di legge.

La sua vita, dedicata a proteggere gli altri, in un solo giorno si è trasformata in un incubo.

Serena Mazzini
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Serena Mazzini: il giorno in cui il mondo è crollato

Serena racconta che tutto è esploso all’improvviso, mentre stava vivendo un momento fertile e pieno di progetti:

“Proprio durante uno dei periodi più floridi, dopo un anno in cui avevo portato avanti battaglie importanti, sono stata affossata, umiliata, abbattuta”.

Un gruppo di attiviste (tra cui Valeria Fonte, Carlotta Vagnoli e il fotografo Giuseppe Flavio Pagano), ha iniziato a rilanciare una serie di storie Instagram in cui Serena Mazzini veniva accusata di essere a capo di una rete che condivideva materiale intimo non consensuale, descritto con parole durissime: misoginia, transfobia, incel.

“Erano circa le 10 del mattino quando Valeria Fonte ha pubblicato una serie di stories con un intento dichiarato: far vacillare la mia reputazione. Pochi minuti dopo, il messaggio si è diffuso a catena”, racconta Serena.

In poche ore, la narrazione si è trasformata in un call-out collettivo:

“Decine di profili con un bacino complessivo di più di un milione di follower hanno rilanciato lo stesso comunicato… Un violento e ingiustificato attacco nei miei confronti, spacciato per una nobile pratica di attivismo”.

Era cominciato il linciaggio digitale.

Il dolore invisibile

Quello che Serena condivide oggi è la sua ferita aperta e lo fa con una sincerità spiazzante:

“Il respiro si accorciava, il petto si chiudeva come se qualcuno mi schiacciasse con una mano invisibile. Cercavo aria ma non bastava, le parole sullo schermo diventavano più veloci delle mie difese”.

Serena Mazzini descrive un collasso psicologico, che ha significato ansia, panico, isolamento, depressione. E la perdita di momenti dolorosissimi (come il funerale della nonna a cui non ha potuto assistere) che non torneranno più:

“Non ho potuto dire addio alla persona che mi ha cresciuta… Ho desiderato morire. L’ho desiderato con tutta me stessa ogni volta che gli attacchi di panico mi toglievano il respiro”.

La giustizia che restituisce dignità

Dopo mesi di indagini e udienze, il tribunale ha fatto chiarezza. La querela per diffamazione nei suoi confronti è stata archiviata:

“Un Tribunale ieri ha riconosciuto che non ho diffamato nessuno, che non ero a capo di nessun gruppo incel e transfobico”.

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Serena aggiunge che le presunte prove annunciate contro di lei in realtà non esistevano:

“Non è vero che aveva (Carlotta Vagnoli, ndr) screenshot e “tutto il materiale del caso”. Non c’era niente di niente: solo testimonianze lacunose e fumose, un telefono senza fili”.

Per lei, questa sentenza è stata come un respiro dopo mesi di apnea. Ma non cancella quello che è successo:

“In questi quindici mesi il dolore mi ha spezzato la vita”.

Il passaggio più toccante del racconto di Serena riguarda la disperazione vissuta nei mesi della gogna:

“Non dimenticherò mai la domanda del commissario: ‘Lei ha pensato di togliersi la vita dopo quello che le è successo?’ Non ne sarei mai stata capace, ma ho desiderato morire. L’ho desiderato con tutta me stessa ogni volta che gli attacchi di panico mi toglievano il respiro”.

Lo sfogo di Serena Mazzini si chiude:

“Chiedo quello che loro hanno sempre preteso: che ci siano spazi safe per noi vittime. Non sono sola. Siamo in tante, in tanti. Spero che oggi troviate il coraggio di parlare. Di non avere più paura”.

Una lezione che riguarda tuttə

La storia di Serena Mazzini va ben oltre la vicenda individuale. È la fotografia del lato più oscuro dei social: la velocità con cui un’accusa diventa sentenza, la facilità con cui l’indignazione si trasforma in marketing, la fragilità di chi finisce nel mirino.

E ci obbliga ad interrogarci in maniera approfondita: le piattaforme come possono garantire strumenti reali di tutela per chi subisce attacchi e campagne d’odio?

E ancora: le community online sono pronte a fermarsi e a verificare, invece che rilanciare in automatico? Noi singoli utenti quale ruolo vogliamo avere? Essere parte della catena o provare a interromperla?

Quando la sorellanza, il transfemminismo o qualsiasi altra battaglia diventano brand, rischiano di tradire i principi che vorrebbero difendere trasformandosi in lotte di esclusione, più che di inclusione. E quando la giustizia dei social sostituisce quella istituzionale, il prezzo lo pagano persone in carne e ossa, non certi “sistemi”.

La giustizia ha dato ragione a Serena Mazzini, ma il vero passo avanti avrà realmente senso quando non servirà un tribunale per riconoscere la dignità di chi viene massacrato in rete.

La storia di Serena ci rimanda la responsabilità di come viviamo i social. Dietro ogni commento, ogni rilancio, ogni condivisione c’è il potere di costruire o distruggere la vita di qualcuno.

La prossima Serena potrebbe essere chiunque: un’amica, un fratello, una collega, o magari proprio noi stessə. Prima di credere a una narrazione senza prove, fermiamoci. Perché la differenza tra un atto di giustizia e un linciaggio collettivo può stare anche in quel singolo gesto.

 

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