Analizzando la “Relazione Zan” con la quale l’eurodeputato PD Alessandro Zan ha intrapreso una battaglia concreta per provare ad incidere sui diritti LGBTIAQ+ in tutti i paesi membri dell’Unione Europea, emerge evidente l’urgenza politica di accelerare verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa, invocata recentemente anche da Mario Draghi.
Con la sua relazione al Parlamento europeo, Zan porta a Bruxelles una battaglia chiara: trasformare la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue da simbolo a strumento quotidiano di tutela per chi vive nell’Unione. Cosa significa in concreto? La Carta esiste dal 2000 e garantisce diritti su dignità, libertà, uguaglianza e non discriminazione. Ma non sempre viene applicata allo stesso modo nei vari Paesi, e spesso resta sulla carta, ostaggio dei veti nazionali o delle singolari decisioni sui cui, stando ai Trattati, ciascun Paese ha libertà di decisione.
Ecco un primo segnale che, se da un lato evidenzia lo sforzo titanico dell’eurodeputato PD, dall’altro sottolinea l’urgenza di sburocratizzare l’UE che, ad oggi, rischia di scoraggiare qualsiasi azione politica di buona volontà. Come quella di Zan.
Zan chiede che l’Europa smetta di limitarsi alle dichiarazioni di principio e garantisca davvero gli stessi diritti ovunque: dall’accesso all’uguaglianza, alla protezione delle minoranze, fino alla tutela delle famiglie omogenitoriali. Il suo obiettivo è allineare tutte le politiche europee ai diritti fondamentali e introdurre nuove norme comuni: una direttiva antidiscriminazione valida in tutta l’Ue, un regolamento sul riconoscimento della genitorialità, sanzioni più dure per crimini e discorsi d’odio, e una condizione chiara sui fondi europei: niente soldi ai governi che violano i diritti.
In pratica, per le persone LGBTIAQ+ questo significherebbe vivere in un’Europa:
- dove una famiglia omogenitoriale non deve rifare pratiche ogni volta che cambia paese
- dove chi subisce odio o violenza gode delle stesse tutele ovunque
- dove terapie riparative e discriminazioni sul lavoro o a scuola non trovano scappatoie nazionali.
Un’Europa dove spostarsi, studiare, amare, crescere figli o curarsi ha lo stesso valore e gli stessi diritti in ogni Stato membro. È un passo politico significativo: portare l’Ue verso una vera “Unione dei diritti”, rendendo la Carta fondamentale come i Trattati e rafforzando il ruolo delle istituzioni democratiche europee contro derive populiste e illiberali.
La vittoria di Mamdani a New York, seppure accolta con enfasi oltremodo entusiastica non solo dalla comunità queer, ma anche da alcune frange della sinistra italiana innamorate dell’afflato socialista del neo-sindaco, ha sicuramente il merito di ricordarci che, mai come ora, la storia premia messaggi politici visionari, decisi, privi di qualsiasi timidezza e coraggiosi nell’abbandonare le posizioni medie. Come certamente è la “Relazione Zan”. Tuttavia, osservando il mastodontico lavoro e il tiro lungo dell’esponente Social&Dem tra i tecnicismi e le burocrazie delle imperfette istituzioni dell’Unione Europea, appare evidente l’urgenza di tagliare la testa al toro: accelerare concretamente la costituzione di una federazione di Stati come naturale evoluzione dell’Unione Europea. Una battaglia che i Social&Dem, incluso il PD di Schlein, non hanno mai realmente fatto propria, mentre si adoperano, con estasi da sognatori, ad esaltare la praticità visionaria e universalista di Mamdani. Ne abbiamo parlato con Alessandro Zan.
Questa relazione è l’inizio di un processo politico lungo: la Carta dei diritti viene violata da Stati membri o non sufficientemente promossa. Come se ne esce?
Serve coraggio politico. Oggi esistono zone grigie dove i diritti non sono garantiti appieno e per colmare questi vuoti servono norme europee adeguate, le quali sono spesso ostaggi di veti nazionali. E’ un paradosso: l’Unione nata per superare le frontiere resta prigioniera dei confini. Se ne esce solo in un modo: attuando appieno le potenzialità della Carta e riformando i Trattati, rendendo quindi la Carta vincolante sempre, per tutti gli Stati.
Uno dei punti chiave della Relazione Zan è il riconoscimento automatico della genitorialità. Come pensa che si potrà superare la resistenza dei governi che oggi rifiutano di riconoscere le famiglie omogenitoriali straniere (e ne hanno piene facoltà, considerando i Trattati)?
Intanto bisogna smetterla di far finta che sia una battaglia ideologica. Non lo è. Qui parliamo di diritti dei bambini: nessun figlio o figlia può perdere i propri genitori solo perché attraversa un confine. Oggi accade esattamente questo: famiglie riconosciute in Spagna o in Francia diventano “invisibili” in Polonia o Italia. La Corte UE ha emesso sentenze chiare, il Parlamento europeo ha già approvato una posizione forte in proposito, e c’è un Regolamento sulla genitorialità che, ancora una volta, è fermo in Consiglio UE a causa dei veti nazionali. Serve una legge europea ora per dare certezza e dignità a tutte le famiglie e a tutti i minori, per garantire la libertà di circolazione e salvaguardare sempre il principio di uguaglianza.
Lei propone di condizionare i fondi europei al rispetto dei diritti. In pratica: come si immagina il meccanismo di controllo? Chi decide quando un governo viola i diritti e quali sanzioni scattano? E perché oggi il meccanismo non sta funzionando sempre (vedi Ungheria)?
Oggi i fondi vengono già bloccati dall’Unione Europa sulla base della violazione dei diritti, ma gli strumenti non sono ben coordinati e nitidi nell loro applicazione. Io propongo un meccanismo chiaro, sistematico, trasparente: chi viola la Carta o i Trattati, perde i fondi. Punto. Servono criteri oggettivi, monitoraggi indipendenti, sanzioni e un coordinamento con il Parlamento. Non possiamo continuare a finanziare governi, come quello di Orbàn, che smantellano lo Stato di diritto: ogni euro europeo deve servire a rafforzare la democrazia, non a pagare chi la distrugge.
La direttiva antidiscriminazione è ferma dal 2008 perché subisce il veto del Consiglio UE dove siedono gli Stati Membri. Crede che questa Relazione possa davvero sbloccarla? Come?
C’è già una grande battaglia su questa direttiva e il Progetto di Relazione vuole mandare un messaggio chiaro: andate avanti e adottatela! E’ inaccettabile che una norma per proteggere le persone da tutte le forme di discriminazione sia bloccata da diciassette anni. Questo progetto di relazione mette il Consiglio di fronte a un bivio: o si sblocca la direttiva o si ammette che l’Europa non è più in grado di difendere i propri valori.
L’ambizione più grande della “Relazione Zan” è rivedere i Trattati nell’articolo 51 (1) della Carta e dunque fare in modo che la Carta dei diritti sia da rispettare sempre, in ogni ambito, in ogni Stato membro: quale potrebbe essere l’ostacolo maggiore su questo preciso punto?
Chiedere la piena applicazione della Carta può incontrare le resistenze di chi teme di perdere potere e sovranità a favore dell’Europa. Ma non è così, e la dignità e la libertà delle persone non possono essere negoziate. La Carta deve valere ovunque, senza eccezioni e senza alibi.
Mi scusi, dalla sua “Relazione Zan” si evince una disperata invocazione per accelerare sugli Stati Uniti d’Europa: come mai la sinistra italiana ed europea non abbracciano definitivamente questa battaglia?
L’abbiamo sempre abbracciata e continuiamo a chiedere con forza un’Europa più unita e una riforma dei Trattati che permetta di completare l’integrazione europea, oggi purtroppo ferma a metà. Per troppo tempo si è pensato che bastasse un’Europa economica, capace di regolare i mercati. Oggi è chiaro che siamo una comunità di valori e la stessa Carta deve aiutarci a rafforzare le nostre fondamenta: o costruiamo un’Europa politica che difenda diritti e democrazia, o lasceremo spazio ai sovranismi. Gli Stati Uniti d’Europa non sono un sogno da accademici: sono una necessità democratica.
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