HIV, uomo guarito dopo trapianto di cellule staminali: il settimo caso al mondo riscrive le regole della cura

Un uomo guarisce dall’HIV dopo un trapianto di cellule staminali non resistenti: è il settimo caso al mondo e apre nuovi scenari sulla cura del virus.

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La ricerca su una possibile cura dell’HIV compie un passo che fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato impensabile. Un uomo è infatti diventato la settima persona al mondo a risultare libera dal virus dopo un trapianto di cellule staminali per un tumore del sangue. Ma il dato più sorprendente è un altro: si tratta solo del secondo caso in cui la guarigione è avvenuta senza l’utilizzo di cellule staminali resistenti all’HIV, ribaltando una convinzione radicata nella comunità scientifica e aprendo nuovi scenari sulle strategie future di trattamento.

Il paziente, oggi considerato clinicamente “guarito”, ha sospeso la terapia antiretrovirale ormai sette anni e tre mesi fa, senza che il virus si sia più ripresentato nel suo organismo. “Vedere che una cura è possibile senza questa resistenza ci dà più opzioni per curare l’HIV”, afferma il ricercatore Christian Gaebler, dell’Università libera di Berlino.

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HIV, uomo guarito dopo trapianto di cellule staminali non resistenti

Per molti anni, la chiave per una possibile cura definitiva dell’HIV sembrava risiedere nelle cellule staminali dei donatori portatori di una rara mutazione del gene CCR5, lo stesso che il virus utilizza per entrare nelle cellule immunitarie. Chi possiede due copie mutate del gene non produce questa proteina sulla superficie cellulare, rendendo di fatto il virus incapace di infettare le cellule e di replicarsi.

Fino a oggi, cinque pazienti su sette ad aver ottenuto una remissione completa dell’HIV avevano ricevuto proprio cellule con questa doppia mutazione. Da qui la convinzione, spiegano gli specialisti, che tali cellule fossero indispensabili.

“La credenza era che l’uso di cellule staminali resistenti all’HIV fosse essenziale”, ricorda Gaebler a Newscientist.com.

Una convinzione messa in discussione solo nel 2023 dal cosiddetto Paziente di Ginevra, il primo noto a ottenere una remissione prolungata dell’HIV pur avendo ricevuto cellule non resistenti. All’epoca, però, molti esperti consideravano i due anni di assenza del virus un periodo ancora troppo breve per parlare di guarigione.

Il nuovo caso: una storia iniziata nel 2015

Il caso appena pubblicato, però, cambia drasticamente la prospettiva. Il protagonista è un uomo di 51 anni che nel 2015 ha ricevuto un trapianto di cellule staminali per trattare una leucemia, una grave forma di tumore del sangue. Come parte della procedura, l’uomo ha affrontato una chemioterapia intensiva, progettata per distruggere quasi tutte le cellule immunitarie originali, lasciando spazio a un nuovo sistema immunitario generato dalle cellule del donatore.

Idealmente, spiegano i ricercatori, il paziente avrebbe dovuto ricevere cellule con la rara mutazione CCR5. Ma non essendoci disponibilità, i medici hanno optato per cellule che presentavano una copia normale e una mutata del gene, quindi solo parzialmente “resistenti”.

Nel frattempo, l’uomo continuava la sua terapia antiretrovirale (ART), mantenendo il virus a livelli non rilevabili e riducendo il rischio che le cellule trapiantate venissero infettate.

Ma il punto di svolta arriva tre anni dopo il trapianto, quando il paziente decide di sospendere volontariamente l’ART.

“Sentiva di aver aspettato abbastanza dopo il trapianto, era in remissione dal tumore e aveva sempre avuto la sensazione che il trapianto avrebbe funzionato”, spiega Gaebler.

Da quel momento, le analisi hanno iniziato a mostrare un dato che nessuno si aspettava: nessuna traccia del virus nel sangue. E così è rimasto per oltre sette anni.

Che cosa significa essere “guariti” dall’HIV

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L’uomo oggi è considerato ufficialmente “guarito”. È il secondo caso al mondo di guarigione senza cellule totalmente resistenti, e uno dei due con il periodo più lungo documentato senza virus, superato solo da un altro paziente libero dall’HIV da circa 12 anni.

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“È incredibile che dieci anni fa le sue possibilità di morire di cancro fossero altissime, e ora ha superato una diagnosi mortale e un’infezione virale persistente senza prendere alcun farmaco: è sano”, racconta Gaebler.

Per la comunità scientifica, si tratta di un risultato che ribalta le certezze accumulate negli ultimi vent’anni.

“Pensavamo che fosse indispensabile trapiantare cellule prive di CCR5, ma ora scopriamo che non lo è”, dichiara il professor Ravindra Gupta dell’Università di Cambridge, tra i massimi esperti internazionali di cure per l’HIV.

Perché funziona: non solo resistenza, ma un complesso “effetto sostituzione”

Come è possibile guarire dall’HIV con cellule non resistenti? Le spiegazioni, al momento, sono ipotetiche, ma estremamente suggestive.

Il modello tradizionale afferma che, dopo la chemioterapia, il virus residuo non trova più cellule suscettibili in cui replicarsi, perché le cellule del donatore (resistenti al virus) non possono essere infettate. Ma questo caso suggerisce un’altra dinamica.

Secondo Gaebler, la chiave sarebbe la capacità delle cellule del donatore di eliminare completamente le cellule immunitarie originali del paziente prima che l’HIV possa raggiungerle. “In sostanza, il serbatoio di cellule ospiti da infettare si esaurisce”, spiega il ricercatore.

Queste reazioni sono guidate da differenze molecolari tra cellule donatore/ricevente, che portano le prime a riconoscere le seconde come una minaccia da eliminare, un fenomeno che, in altri contesti clinici, è noto come graft-versus-host reaction.

In altre parole: la cura non dipenderebbe necessariamente dall’avere cellule resistenti, ma dall’avere cellule capaci di sostituire completamente quelle che ospitavano il virus.

Cosa cambia per il futuro delle terapie contro l’HIV

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I ricercatori restano cauti, ma le implicazioni sono enormi. Se confermato, questo meccanismo potrebbe ampliare enormemente il numero di potenziali donatori per persone con HIV e tumori del sangue.

“Le nuove evidenze suggeriscono che un numero più ampio di trapianti – anche privi della mutazione CCR5 in doppia copia – potrebbe curare l’HIV”, afferma Gaebler.

Non significa, tuttavia, che questa procedura diventerà un trattamento comune per le persone con HIV: il trapianto di midollo è infatti un intervento altamente rischioso, potenzialmente letale e giustificato solo quando serve per trattare tumori del sangue gravi.

“Le persone sieropositive senza cancro non trarrebbero alcun beneficio: sarebbe molto più pericoloso che utile”, sottolineano gli esperti. L’ART rimane la terapia più sicura, efficace e accessibile per bloccare la replicazione virale e garantire una vita lunga e sana.

Inoltre, un nuovo farmaco – il lenacapavir – sta già cambiando la prevenzione dell’HIV, offrendo una protezione quasi totale con solo due iniezioni l’anno.

Verso un futuro senza HIV: tra cure genetiche e vaccini

Nonostante i limiti, la scoperta apre una strada importante per le ricerche future. Gli scienziati stanno già lavorando a tecniche di editing genetico delle cellule immunitarie, con l’obiettivo di riprodurre artificialmente la mutazione CCR5 o altre resistenze simili senza ricorrere a trapianti rischiosi.

Parallelamente, continuano i programmi internazionali per sviluppare vaccini preventivi, un altro tassello fondamentale per ridurre drasticamente nuove infezioni a livello globale.

L’idea che l’HIV possa essere “curato” rimane complessa e rara, ma casi come questo dimostrano che la scienza sta gradualmente trasformando ciò che una volta sembrava impossibile. E oggi, più che mai, la possibilità di un futuro senza HIV appare un po’ meno distante.

© Riproduzione riservata.

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