Polemiche sulla diocesi di Chiavari (GE) dopo la diffusione dell’opuscolo Non c’è un amore più grande, curato dal Servizio di pastorale familiare e promosso all’interno delle attività diocesane. Il libretto raccoglie testimonianze di coppie e famiglie molto diverse tra loro: matrimoni sacramentali, situazioni di malattia, percorsi di fede segnati dalla fatica, ma anche storie di coppie omosessuali e di nuove unioni civili. Qualche giorno fa Nichi Vendola aveva parlato del profilo queer di molti protagonisti del Vangelo cristiano. Di recente in Sardegna aveva fatto notizia la negazione del sacramento del battesimo a un bambino il cui insanabile peccato era quello di avere un padrino apertamente gay. E ci tocca qui rispolverare l’antica polemica sulla meravigliosa anomalia della famigliola del presepio, la ragazzina Maria Vergine, l’anziano falegname Giuseppe, un bambino venuto al mondo per fare la rivoluzione e un bue e un asinello a scaldare il giaciglio di paglia di questi poveri migranti senza un soldo. Parliamone.
A Chiavari proprio le storie di coppie omosessuali affiancate a storie di coppie eterosessuali ha scatenato le reazioni più dure. Testate cattoliche conservatrici hanno accusato la diocesi di “legittimare” relazioni considerate incompatibili con la dottrina della Chiesa, parlando apertamente di rottura con il Catechismo e di uso improprio di concetti come accoglienza, misericordia e amore. In particolare, la presenza di testimonianze omoaffettive inserite senza note critiche o prese di distanza dottrinali è stata letta come una normalizzazione pastorale delle coppie gay all’interno della nozione di “famiglia cristiana”.
La diocesi, almeno finora, non ha diffuso prese di posizione ufficiali di chiarimento. Il libretto resta online e viene presentato come uno strumento di riflessione e ascolto. Una scelta che per alcuni rappresenta una deriva, per altri un gesto di realtà: il riconoscimento di vite già presenti nelle comunità ecclesiali.
Le due famiglie omosessuali (testi integrali)
Insieme alle storie omoaffettive, l’opuscolo Non c’è un amore più grande attraversa una pluralità di esperienze familiari molto diverse tra loro. Ci sono coppie sposate in Chiesa da decenni, segnate dalla malattia degenerativa e dalla cura quotidiana; famiglie numerose che leggono la propria storia come vocazione alla santità vissuta nella fatica ordinaria; genitori credenti messi in crisi dal coming out dei figli e costretti a ripensare il rapporto tra fede, dottrina e amore filiale; coppie in nuova unione che, alla luce di Amoris Laetitia (voluta da Papa Francesco), cercano una forma di appartenenza ecclesiale nonostante la frattura con le “regole”. In questo mosaico di vite imperfette, l’opuscolo inserisce anche due testimonianze di amore tra uomini, presentate non come casi marginali, ma come parte integrante del racconto sulla famiglia e sulla fede.
Marco e Michele
Sono Marco, Michele è il mio compagno e stiamo insieme dal 2001.
I nostri percorsi sono stati molto diversi, io sempre molto integrato nella
comunità della mia parrocchia di s. Giovanni Battista in Chiavari e nella
nostra diocesi, Michele, in origine di santa Margherita Ligure, non era
attivo nella sua parrocchia di provenienza, ma dopo un po’ di anni che
vivevamo assieme a Chiavari ha iniziato a frequentare con me la nostra
parrocchia e a cantare nel nostro coro. Nonostante le nostre diversità,
abbiamo comunque fatto un bel percorso assieme che ci ha portato oggi
a vivere ancora più liberamente il nostro volerci bene anche all’interno
della nostra comunità, dove l’amore vicendevole è ben accolto dai nostri
amici.
Da qualche anno facciamo parte del gruppo “Amore in cammino”
all’interno del servizio pastorale familiare nella nostra diocesi. Abbiamo
vissuto straordinarie esperienze di condivisione di vita e di fede, grazie
all’incontro con altre persone che stanno facendo il nostro stesso
percorso, all’ interno di altre diocesi.
E così, ciò che prima veniva tenuto da parte perché era scomodo ed era
difficile darne testimonianza, ora fortunatamente è diventato motivo di
impegno per portare anche ad altre persone le nostre esperienze.
Il fine ultimo del nostro lavoro credo sia abbattere quei muri di divisione
che hanno sempre ostacolato la partecipazione attiva di persone
appartenenti all’ampia sfera dell’omoaffettività, alla vita della Chiesa,
sotto l’amore dell’unico Padre che ci accoglie nella libertà di come lui ci
ha creati.Gianluca
“L’amore comincia col primo sogno”
La nostra storia è iniziata nel 1989: una storia che riguardava due ragazzi
e che poteva spaventare perché considerata “diversa” e inaccettabile,
almeno in quegli anni e per il mondo che ci circondava.
Ma il sogno era quello di un amore grande, che avrebbe lottato contro le
avversità, i giudizi, le condanne, le svalutazioni… Tutto lo avrebbe messo
a dura prova, ma non lo avrebbe indebolito, anzi lo avrebbe reso più forte
perché si trattava di un sentimento che nasceva da un desiderio profondo
di bene, e di un bene che non si voleva arrendere, anzi, voleva crescere
e durare nel tempo…
La strada è stata faticosa, difficile, spesso in salita, e gli ostacoli sono stati
tanti, all’interno della Chiesa e non solo, ma quello che mi ha sempre
sostenuto è stata la certezza che quel sogno e quel desiderio non
potevano non essere una cosa buona e benedetta, innanzitutto perché
mi permettevano di rimanere fedele a me stesso, e poi perché mi
facevano vivere una vita piena e autentica, che generava a sua volta
nuovi rapporti di amicizia, di condivisione e di fraternità.
Oggi, anche grazie al riconoscimento e all’ufficialità che la nostra storia
ha avuto, (…) mi sento in una comunione più piena (…)
Personalmente, oggi mi sento in comunione e in cammino anche con la
mia Chiesa, in cui l’ascolto, il riconoscimento e l’accoglienza sono vissuti
nella reciprocità, senza ruoli, categorie e soprattutto senza graduatorie,
dove finalmente una storia come la mia (…) può diventare una risorsa.
Il coming out di nostro figlio (testo integrale)
Non ci ha lasciati soli, si è fatto prossimo!
La nostra storia inizia a Levanto, nel convento dei Frati minori, quando ci
siamo visti la prima volta. Non sappiamo se fu un colpo di fulmine, ma
certamente fu un incontro che era destinato a cambiare le nostre vite!
Le nostre storie, precedentemente a quell’incontro, erano state molto
simili pur frequentando luoghi molto distanti: Cristina a Levanto, sua città
natale, io a Cravasco nell’entroterra di Genova. Entrambi frequentavamo
le nostre parrocchie ed eravamo attivi nell’animare la vita sociale legata
alle attività che in esse si svolgevano.
Dopo circa un anno da quel primo, fatale, incontro decidiamo di metterci
insieme, continuando al contempo a mantenere il nostro impegno nelle
rispettive parrocchie, in particolare impegnandoci a diffondere il
messaggio cristiano attraverso la musica, nell’ambito dell’associazione “Il
mio Dio canta giovane” con la quale facemmo concerti in molte zone
d’Italia e organizziamo il primo Festival della canzone Gospel al Teatro
Ariston di Sanremo.
Il 29 giugno del 1996, laddove i nostri sguardi si erano incrociati per la
prima volta, celebriamo il nostro Matrimonio!
A seguito degli incontri fatti nell’occasione di concerti organizzati per
sostenere finanziariamente le Comunità di accoglienza per minori di
Genova decidiamo di renderci disponibili per un affido parziale che si
protrarrà per sei anni.
Nel 2003 nasce il nostro primo figlio e nel 2008 il secondo.
I nostri figli, così come noi a suo tempo, fanno tutto il percorso legato al
Catechismo nella Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio di Rapallo.
Qualche anno fa un evento, per certi versi inatteso, cambia le nostre vite:
il nostro primogenito fa coming out dichiarando la sua omosessualità.
Abbiamo vissuto un momento di smarrimento e di forti dubbi legati proprio
alla nostra Fede e a come la Dottrina cristiana affronta questo argomento.
Ci siamo sentiti soli, la chiesa che una volta era un rifugio sicuro e amico
si è improvvisamente trasformata in un posto non accogliente, addirittura
ostile.
Una cosa però ci era chiara fin da subito: se avessimo dovuto scegliere
tra nostro figlio e la Chiesa avremmo scelto nostro figlio!
La fortuna (o la provvidenza!!!) ha posto accanto a noi un sacerdote amico
e attento, che percepito il nostro disagio, la nostra fatica, non ci ha lasciati
soli, si è fatto prossimo!
Da subito si è fatto promotore di incontri con altre persone, cristiane come
noi, che avevano vissuto o stavano vivendo la stessa esperienza. Questa
attenzione ci ha fatto sentire meno soli, ma soprattutto non abbandonati
dalla nostra Chiesa!
Ci chiediamo spesso cosa sarebbe stato della nostra Fede se lo Spirito
Santo non avesse messo sulla nostra strada un sacerdote amico… e non
possiamo fare a meno di pensare a quei genitori, parenti, amici, nella
nostra stessa situazione, che non hanno avuto il privilegio? la fortuna? la
Grazia? di avere al loro fianco un prete amico, a quanti si sono allontanati
dalla Fede perché nessuno nella Chiesa ha visto il Signore in quelle
fatiche: quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, carcerato……?
Cristina e Marco
La famiglia fuori schema, come quella del Natale
Questa vicenda arriva a ridosso del Natale, la festa della famiglia per eccellenza. Ma quale famiglia? Quella di Gesù non nasce da un progetto lineare, né da un’aderenza perfetta alle norme: Maria incinta fuori dal matrimonio, Giuseppe padre non biologico, una fuga notturna, l’esilio, la precarietà. Una famiglia anomala, fragile, socialmente sospetta. Il libretto di Chiavari sembra innestarsi proprio lì: nell’idea che la famiglia cristiana non sia un monumento immobile, ma una storia abitata da corpi, paure, fedeltà imperfette e scelte rischiose. È questo, forse, il nodo che divide: per alcuni un tradimento della forma, per altri un ritorno al Vangelo incarnato. Come allora, anche oggi la domanda resta aperta: dove abita davvero l’amore che “non c’è più grande”?
