Due post pubblicati su una pagina Facebook, uno con Marco Mengoni in corsetto nero, l’altro con Mengoni e Mahmood insieme, entrambi in silhouette strutturate e abiti gender-fluid, hanno acceso un’ondata impressionante di commenti omofobici. Nonostante i post fossero presentati con tono leggero e persino ammirato, lo spazio dei commenti si è riempito rapidamente di insulti, accuse di “scarsa mascolinità” e giudizi morali sul modo in cui due artisti scelgono di vestirsi.

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Marco Mengoni e Mahmood in corsetto maschile: un’evoluzione della moda
Un déjà-vu ormai costante ogni volta che il corpo maschile si sposta di un millimetro fuori dalle convenzioni: l’abbigliamento gender-fluid continua a essere il terreno in cui si sfogano paure e rigidità culturali. Eppure, proprio Marco Mengoni e Mahmood negli ultimi anni hanno contribuito – sul palco, nelle copertine, nei videoclip – a ridefinire l’immaginario estetico maschile italiano, spesso troppo ancorato a modelli imposti e stereotipati.
Il fastidio che molti utenti hanno espresso nei commenti ai due post pubblicati negli ultimi giorni sulla pagina Facebook La Repubblica del Cazzeggio (seguita da quasi un milione e mezzo di follower), rivela una verità più ampia: l’idea che un uomo indossi un corsetto viene ancora percepita da alcuni come una minaccia identitaria. Ma storicamente non è così. E, soprattutto, la moda sta già correndo molto più avanti del pregiudizio.
Negli ultimi anni, dalle passerelle di Dolce & Gabbana alla Milano Fashion Week ai look delle star internazionali come Timothée Chalamet e Harry Styles, il corsetto maschile è tornato a essere un simbolo di eleganza, sensualità e libertà stilistica. Esattamente come accadde negli anni ’60, quando Yves Saint Laurent rese iconico lo smoking da donna, destabilizzando una visione borghese della femminilità.
Oggi accade l’opposto: la moda “pescando” dal guardaroba tradizionalmente femminile ridefinisce quello maschile, spingendo verso un’estetica post-genere che la Gen Z abbraccia con naturalezza. Il corsetto da uomo non è più un tabù, e anzi rappresenta un nuovo linguaggio visivo: strutturato, sartoriale, seducente.
Mengoni e Mahmood, nelle due foto finite al centro dell’attenzione, non fanno altro che inserirsi in questa evoluzione culturale già in corso. Ma per molti utenti, ciò è bastato a scatenare sospetti, fastidi, moralismi e – soprattutto – una evidente omofobia latente.
Commenti omofobici e fragilità maschile: le reazioni

Scorrendo i commenti ai due post si ritrova, ancora una volta, una narrativa tossica: quella che associa la “mascolinità” all’assenza di fragilità, di morbidezza, di espressione personale. Che un cantante italiano come Mengoni indossi un corsetto è stato letto da molti come una “perdita di dignità”.
Nei confronti di Mahmood e Mengoni, entrambi spesso percepiti come figure queer-friendly o lontane dai canoni tradizionali dell’uomo italiano, il giudizio si fa ancora più duro: non è solo una reazione estetica, è una punizione sociale verso chi si permette di essere ‘diverso’.
La moda non è mai soltanto moda: è linguaggio, corpo, cultura. E come tutte le forme di linguaggio, può far emergere le paure più profonde di una società. Nel 2026, vedere due uomini in corsetto non dovrebbe generare scandalo. E invece genera un dibattito in cui l’omofobia diventa, come sempre, il rifugio di chi si sente minacciato da ciò che non capisce.
Basta darte uno sguardo veloce alle reazioni degli utenti social per rendersene conto. Alcuni dei commenti scritti sono di una violenza inaudita. Da chi usa parole come “pena”, “ridicolo”, “malato”, “pagliacci”, a chi alza l’asticella dell’odio social – “Mi vergogno per loro, mi viene il vomito”, “Li manderei in un paese arabo vestiti così”, “Hanno dei grossi problemi dopotutto fanno tanta pena” – a chi persino tira in ballo, come spesso accade, la religione: “Che Dio ci protegga”.
Mengoni e Mahmood: icone contemporanee che aprono nuove possibilità
Al di là dell’odio ricevuto, le due immagini mostrano qualcosa di più importante della violenza verbale dei commenti: mostrano artisti che non hanno paura di attraversare nuovi territori estetici, di mettere in discussione ciò che è considerato “normale”, di reinterpretare la sensualità maschile attraverso codici più complessi e liberi.
E, paradossalmente, proprio la reazione aggressiva conferma perché gesti come questi sono necessari.
Le foto rappresentano, così, dichiarazioni visive, atti politici involontari, piccole rivoluzioni pop. Mentre i commenti social mostrano la sintesi di un Paese che spesso fatica a immaginare la mascolinità al di fuori di stereotipi rigidi, Mahmood e Mengoni – due dei più importanti artisti della musica italiana contemporanea – diventano simboli di una bellezza plurale, mutevole, non normata.
Il corsetto, in fondo, è solo un pretesto. Le reazioni ai due post dimostrano che per una parte del pubblico il corpo maschile deve ancora restare confinato in una gabbia di aspettative. Ma la moda, la cultura, la musica pop e le nuove generazioni raccontano già un mondo diverso. E alla fine, l’unico scandalo vero non è l’abito intrappolato in vecchi stereotipi, quanto piuttosto l’omofobia normalizzata nei commenti.


Non tutto quello che fanno i cosiddetti gay friendly va lodato e d ammirato. A me così vestiti non piacciono. Certi vestiti sono adatti al corpo femminile e non stanno bene in un corpo maschile come il corsetto appunto o la gonna o giacca e cravatta per una donna. Poi ovvio ognuno si vesta pure come vuole.