Art Basel in Qatar, l’attivista LGBTQIA+ Nas Mohamed accusa: “Usano arte e icone queer per ripulire l’immagine del Paese”

Arte, diritti LGBTQIA+ e Qatar: l’attivista Nas Mohamed denuncia l'uso di cultura e icone queer per ripulire l’immagine del Paese, mentre continuano repressione e persecuzioni. L'accusa ad Art Basel.

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Nas Mohamed contro l’uso dell’arte come soft power in Qatar
Nas Mohamed contro l’uso dell’arte come soft power in Qatar
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L’arte come linguaggio globale di dialogo e cambiamento, o come strumento di soft power capace di mascherare violazioni sistemiche dei diritti umani. È lungo questa frattura che si colloca la denuncia pubblica di Nas Mohamed, medico e attivista LGBTQIA+ del Qatar, oggi rifugiato negli Stati Uniti, contro Art Basel.

In una serie di post e stories pubblicati su Instagram, Mohamed accusa la celebre fiera internazionale del contemporaneo di aver celebrato come “new leader of change” un membro della famiglia reale del Qatar, contribuendo, a suo dire, a un’operazione di reputation laundering che contrasta radicalmente con la realtà delle persecuzioni subite dalle persone LGBTQIA+ nel Paese.

Art Basel in Qatar
Art Basel in Qatar

Art Basel approda in Qatar: la critica pubblica dell’attivista LGBTQIA+

Mohamed racconta di aver espresso apertamente il proprio dissenso e di essere stato successivamente bloccato da Sheikha Al-Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, figura centrale del sistema culturale qatarino e sorella dell’attuale emiro. Un episodio che, nella sua lettura, rafforza l’idea di una narrazione rivolta all’esterno, poco disponibile ad ascoltare le voci di chi denuncia le contraddizioni del potere.

“Art Basel ha appena pubblicato un post presentando un membro della famiglia regnante del Qatar come ‘nuova leader del cambiamento'”, scrive l’attivista su Instagram, “Al-Mayassa ha visualizzato il mio profilo e mi ha bloccato dopo che l’ho chiamata in causa (qui gli screenshot)”.

Ma il punto, sottolinea l’attivista LGBT, non è il gesto in sé, bensì il contesto. L’arrivo di Art Basel per la prima volta in Qatar si inserisce in una strategia più ampia che utilizza arte contemporanea, moda, musica e icone queer occidentali per proiettare un’immagine di apertura e progresso, mentre sul territorio continuano repressione, sorveglianza, arresti arbitrari e deportazioni:

“La sua stessa famiglia guida un’operazione crudele, sostenuta dallo Stato, che ci spezza e ci trasforma in rifugiati. Nel frattempo, lei si circonda di icone occidentali della moda, della musica e dell’arte queer, mettendole in posa. Questo serve solo alla politica estera e alle relazioni internazionali del Qatar, perché lascia intendere il rispetto di standard sui diritti umani che in realtà non esistono. Questo lavaggio reputazionale, che non corrisponde affatto alla realtà, deve essere portato alla luce”, denuncia.

 

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“Hanno deportato molte persone, io sono una di loro”

Le storie Instagram di Nas Mohamed
Le storie Instagram di Nas Mohamed

Nelle stories successive, l’attivista entra nel merito della propria esperienza personale. “Sì, hanno deportato molte persone. Io sono una di loro”, scrive, rispondendo a chi minimizza le politiche repressive dello Stato del Qatar. L’attivista ribadisce così l’esilio forzato, la perdita della propria casa e l’impossibilità di vivere apertamente la propria identità nel Paese d’origine.

Mohamed mostra anche alcuni dei messaggi di odio che riceve quotidianamente online, insulti espliciti e inviti alla violenza che descrive come una costante: “Ricevo commenti così quasi ogni ora. Li assorbo e continuo a lavorare. Quest’anno reagirò con forza e mostrerò l’odio contro cui sto lottando”

Chi è Nas Mohamed

Nas Mohamed, foto Instagram
Nas Mohamed, foto Instagram

La denuncia arriva da una figura che conosce dall’interno il sistema che critica. Nato e cresciuto in Qatar in una famiglia conservatrice, Nas Mohamed è diventato nel 2022 il primo cittadino qatarino a fare coming out pubblicamente come uomo gay. Una scelta che gli è costata la rottura con la famiglia, minacce e la necessità di chiedere asilo politico negli Stati Uniti, dove oggi vive e lavora come medico.

Fondatore della Alwan Foundation, organizzazione impegnata nella tutela dei diritti LGBTQIA+ in Medio Oriente, Mohamed ha documentato negli anni arresti, torture, terapie di conversione e pratiche di ricatto operate dalle forze di sicurezza. Durante i Mondiali di calcio del 2022, la sua voce è stata tra le poche a spostare l’attenzione dalla sicurezza dei visitatori occidentali alla condizione delle persone LGBTQIA+ in Qatar.

 

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La situazione LGBTQIA+ in Qatar

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In Qatar l’omosessualità è ancora criminalizzata dal codice penale. Gli atti omosessuali tra uomini adulti sono illegali e punibili con pene detentive, mentre quelli tra donne non sono formalmente proibiti, ma restano privi di qualsiasi tutela giuridica. Non esiste alcun riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso, né sotto forma di matrimonio né di unione civile, e sono assenti leggi contro la discriminazione sul lavoro, nell’accesso a beni e servizi o in altri ambiti della vita pubblica.

L’attuale quadro normativo nasce da disposizioni che, pur riformulate nel corso degli anni, hanno continuato a riprodurre lo stesso impianto repressivo. Fino al 2004, la sodomia tra adulti consenzienti era punita con pene fino a cinque anni di detenzione; successivamente, l’articolo 296 del codice penale ha confermato la criminalizzazione prevedendo la reclusione da uno a tre anni. In alcuni casi, soprattutto in passato, sono state documentate condanne più severe, incluse pene corporali, applicate in particolare a cittadini stranieri.

Negli anni non sono mancati arresti e procedimenti penali legati alla condotta omosessuale, spesso accompagnati da pratiche di sorveglianza, intimidazione e ricatto. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’uso della detenzione come strumento per ottenere informazioni su altre persone LGBTQIA+, oltre alla diffusione di pratiche di conversione forzate e abusi durante gli interrogatori. La repressione colpisce in modo particolarmente duro chi non si conforma alle norme di genere o appartiene a contesti sociali più vulnerabili, rendendo la visibilità pubblica un rischio concreto.

Il quadro normativo si completa con un’assenza totale di diritti civili: non è prevista l’adozione, non esiste la possibilità di cambiare legalmente sesso, alle persone LGBTQIA+ è precluso il servizio nelle forze armate e sono vietate la fecondazione assistita per coppie lesbiche e la donazione di sangue per le persone omosessuali. In questo contesto, per molte persone l’unica possibilità di vivere apertamente la propria identità resta l’esilio forzato.

Il potere culturale di Al-Mayassa e il soft power del Qatar

Al Mayassa bint Hamad Al-Thani
Al Mayassa bint Hamad Al-Thani

Al centro della polemica c’è la figura di Sheikha Al-Mayassa, una delle donne più influenti del Golfo e protagonista assoluta della politica culturale qatarina. Figlia dell’ex emiro Hamad bin Khalifa Al Thani e sorella dell’attuale sovrano, è alla guida di Qatar Museums ed è stata indicata da ArtReview tra le personalità più potenti del mondo dell’arte globale.

Sotto la sua direzione, Doha ha costruito in pochi anni un sistema museale riconoscibile, investendo cifre record nel mercato dell’arte internazionale e trasformando la cultura in una leva diplomatica. Acquisti iconici, grandi architetture, programmi educativi e residenze artistiche hanno contribuito a posizionare il Qatar come nuovo polo culturale globale.

È proprio questa strategia, però, a essere messa in discussione da Mohamed. Secondo l’attivista, l’arte viene utilizzata come infrastruttura simbolica per proiettare un’immagine di modernità e apertura che non trova riscontro nella realtà dei diritti civili. Una contraddizione che diventa ancora più evidente quando il linguaggio dell’inclusione LGBTQIA+ viene adottato all’estero, mentre in patria l’omosessualità resta criminalizzata.

Artwashing e pinkwashing: la cultura è davvero neutra?

Il caso sollevato da Nas Mohamed riaccende l’attenzione su due concetti sempre più ricorrenti: artwashing, ovvero l’uso dell’arte per ripulire l’immagine di Stati repressivi, e pinkwashing, la strumentalizzazione simbolica dei temi LGBTQIA+ senza tutele reali per le persone coinvolte.

Non si tratta solo del Qatar. La denuncia chiama in causa il sistema culturale globale e le istituzioni occidentali che scelgono di collaborare, esporre e celebrare senza interrogarsi sul contesto politico e sociale che finanzia quelle operazioni.

Quanto messo in luce da Nas Mohamed apre a una domanda più ampia rivolta all’Occidente: quale responsabilità hanno le grandi piattaforme culturali nel legittimare regimi che violano i diritti umani? E soprattutto, è davvero possibile separare l’arte dal potere che la sostiene?

Mentre oggi la visibilità LGBTQIA+ è spesso presentata come segno automatico di progresso, Mohamed ricorda che non tutta la visibilità è emancipazione. E che ascoltare chi paga il prezzo reale di queste narrazioni è essenziale per evitare che la cultura diventi, ancora una volta, uno strumento di silenzio anziché di liberazione.

© Riproduzione riservata.

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