Pratiche di conversione, l’Assemblea del Consiglio d’Europa: “Vanno vietate”, ampia maggioranza a sostegno dei diritti LGBTQIA+

Con la risoluzione COE 2643/2026, l’Assemblea del Consiglio d’Europa fissa uno standard europeo contro le pratiche di conversione, chiedendo leggi efficaci, monitoraggio e tutela per le persone colpite.

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L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione che invita tutti gli Stati membri a vietare le pratiche di conversione, definite incompatibili con i diritti umani, la dignità e l’autonomia personale. Il testo, adottato il 29 gennaio 2026 con una maggioranza qualificata, rappresenta uno dei pronunciamenti più netti mai assunti a livello europeo contro le cosiddette “terapie riparative”, comprese quelle che colpiscono l’identità di genere.

La risoluzione, pur non essendo giuridicamente vincolante, stabilisce uno standard politico e culturale chiaro e chiama i governi nazionali a tradurre le raccomandazioni in leggi, politiche pubbliche e servizi di tutela per le persone sopravvissute.

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Cos’è il Consiglio d’Europa e perché non va confuso con l’UE

Il Consiglio d’Europa è un’organizzazione internazionale distinta e indipendente dall’Unione europea, fondata nel 1949 con l’obiettivo di promuovere i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto nel continente europeo. Oggi riunisce 46 Stati membri, un numero più ampio rispetto ai Paesi dell’UE, includendo anche Stati che non ne fanno parte, come il Regno Unito e la Turchia.

A differenza delle istituzioni dell’Unione europea, il Consiglio d’Europa non adotta regolamenti o direttive vincolanti. Il suo ruolo è quello di fissare standard comuni in materia di diritti umani attraverso convenzioni, raccomandazioni e risoluzioni. Tra i suoi organismi più noti figura la Corte europea dei diritti dell’uomo.

All’interno del Consiglio d’Europa opera anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, composta da parlamentari nazionali dei Paesi membri. È proprio questo organismo ad aver adottato la risoluzione 2643 (2026) sul divieto delle pratiche di conversione. Sebbene le risoluzioni della PACE non siano giuridicamente vincolanti, hanno un forte valore politico e di indirizzo, orientando le legislazioni e le politiche nazionali.

Una risoluzione storica approvata a larga maggioranza

Il voto dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa si è concluso con 71 voti a favore, 26 contrari e 2 astensioni, superando ampiamente la soglia dei due terzi. Un risultato che conferma l’esistenza di una maggioranza trasversale a sostegno dei diritti delle persone LGBTQIA+ all’interno delle istituzioni europee.

La risoluzione chiede agli Stati membri di introdurre divieti legislativi completi, di istituire meccanismi di monitoraggio e raccolta dati, di finanziare servizi di supporto per le vittime e di promuovere campagne di sensibilizzazione pubblica per contrastare la disinformazione che continua a legittimare queste pratiche.

 

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Cosa sono le pratiche di conversione e perché sono dannose

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La terapia riparativa è una tortura, basata su fatti non veritieri.

Il testo definisce le pratiche di conversione come “tutte le misure o gli interventi finalizzati a cambiare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere di una persona”, basati sulla falsa convinzione che tali aspetti fondamentali dell’identità siano patologici o modificabili.

Le pratiche descritte includono consulenze psicologiche coercitive, rituali spirituali e religiosi, metodi avversivi, isolamento forzato, somministrazione di farmaci, elettroshock, abusi verbali, fisici e sessuali. Secondo l’Assemblea, non esiste alcun fondamento scientifico che ne giustifichi l’uso.

I danni sulla salute mentale e il richiamo ai diritti umani

Le conseguenze documentate delle pratiche di conversione includono un aumento dei tassi di depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio. I danni colpiscono tutte le fasce d’età, ma risultano particolarmente gravi per bambine, bambini e giovani.

La risoluzione richiama esplicitamente l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare. L’Assemblea ribadisce che l’autonomia personale comprende anche la libertà di vivere il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere senza coercizioni.

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Pressioni anti-trans e il ruolo della relatrice Kate Osborne

Il dibattito si è svolto in un contesto di forte pressione da parte di gruppi anti-trans organizzati. Come si legge su Ilga Europe, la relatrice della risoluzione, la parlamentare laburista britannica Kate Osborne, ha denunciato l’invio di decine di migliaia di email automatiche contenenti disinformazione ai membri dell’Assemblea, con l’obiettivo di eliminare i riferimenti all’identità di genere dal testo.

Parlando delle conseguenze delle pratiche di conversione, Osborne ha evidenziato la gravità a lungo termine:  “I danni provocati da queste pratiche abusive durano tutta la vita”, ha affermato, come riporta l’Ansa. “Si pensa spesso che appartengano al passato, ma abbiamo constatato che sono ancora diffuse ovunque”, ha aggiunto.

Le raccomandazioni agli Stati: leggi, sanzioni e prevenzione

La risoluzione 2643 (2026) invita gli Stati membri ad adottare una legislazione che proibisca le pratiche di conversione con sanzioni penali, estendendo il divieto ai contesti sanitario, educativo, religioso e commerciale, inclusa la pubblicità online e i rinvii verso operatori esteri.

Il testo chiede inoltre di affiancare alle misure penali strumenti civili, come ordini di protezione, e di integrare il divieto all’interno di strategie nazionali più ampie contro la discriminazione.

Un capitolo centrale riguarda l’istruzione e la prevenzione. L’Assemblea raccomanda programmi di formazione per professionisti sanitari, educatori, forze dell’ordine e magistratura, oltre all’inclusione della diversità di orientamento sessuale e identità di genere nei programmi di educazione sessuale completa.

Per le vittime, il testo chiede l’istituzione di servizi specializzati e riservati, assistenza legale, reti di supporto tra pari e l’accesso prioritario a soluzioni abitative di emergenza.

Nel documento, inoltre, viene citato più volte l’esempio di Malta, primo Paese europeo ad aver vietato le pratiche di conversione nel 2016. “O l’Europa afferma con chiarezza che la diversità fa parte della condizione umana, oppure tollera pratiche che la trattano come una patologia. Nessuno Stato può dirsi fedele ai diritti umani e permettere che queste pratiche continuino”, ha dichiarato durante il dibattito Helena Dalli ex ministra maltese ed ex commissaria europea.

Gaynet: “In Europa esiste una grande maggioranza a sostegno dei diritti arcobaleno”

Rosario Coco, attivista e presidente di Gaynet, tra i promotori del progetto
Rosario Coco, attivista e presidente di Gaynet

A commentare l’approvazione della risoluzione è stato Gaynet. In una nota, il presidente Rosario Coco ha affermato: “Le urla delle destre non sono servite a fermare la risoluzione Osborne. Il voto conferma che esiste un’ampia maggioranza in Europa a sostegno dei diritti arcobaleno”.

Rosario Coco ha descritto le pratiche di conversione come “subdole, pericolose e antiscientifiche” perché mirano a “sopprimere l’identità delle persone LGBTQIA+”. Coco ricorda che nel 2020 le Nazioni Unite le hanno definite una forma di tortura e che, secondo i dati UE (FRA), ancora oggi una persona LGBTQIA+ su quattro ne è colpita. 

“Lo scorso anno la raccolta firme europea del movimento ACT ha superato 1 milione di firme, supportata in Italia dalle associazioni e dalla Campagna Meglio a Colori, che ha raccolto oltre 60.000 firme verificate”, ha ricordato.

Pur non essendo vincolante, la risoluzione Osborne – sottolinea ancora nella nota – indica con chiarezza la strada agli Stati membri, chiedendo di punire queste pratiche come atti criminali, rafforzarne la prevenzione a partire dalle scuole e istituire un fondo per le vittime.

Ora spetta ai governi nazionali trasformare le raccomandazioni in tutele effettive, affinché il divieto non resti solo una dichiarazione di principio.

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