Sant’Antonino di Susa, coppia di ristoratori picchiata in trattoria: “Movente omofobo”. La replica: “Non è così”

A Sant’Antonino di Susa (Torino) una coppia di ristoratori denuncia un’aggressione in trattoria e parla di movente omofobo. Una delle persone coinvolte respinge le accuse e presenta contro-denuncia.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Coppia di ristoratori aggredita: fonte foto ValsusaOggi
Coppia di ristoratori aggredita: fonte foto ValsusaOggi
4 min. di lettura

Un’aggressione avvenuta durante il servizio del pranzo alla Trattoria dei Colori di Sant’Antonino di Susa, piccolo comune in provincia di Torino, è ora al centro di una complessa indagine. Le vittime sono i titolari del locale, Massimo e Francesco Giacometti, coppia unita civilmente da sette anni, che denunciano di essere stati colpiti da tre donne e un uomo, uno dei quali – secondo la loro versione – armato di spranga di ferro. I due parlano di un movente omofobo. Una delle persone coinvolte respinge però ogni accusa e sostiene una ricostruzione opposta dei fatti. Sono state presentate denunce da entrambe le parti.

Ristoratore picchiato: fonte foto ValsusaOggi
Ristoratore picchiato: fonte foto ValsusaOggi

Aggressione omofoba alla Trattoria dei Colori?

Secondo quanto riportato da ValsusaOggi e da Torino Cronaca, mercoledì 18 febbraio, intorno alle 12.30, tre donne e un uomo avrebbero fatto irruzione nella Trattoria dei Colori, ristorante del centro paese gestito da Massimo e Francesco Giacometti.

A raccontare l’accaduto è Massimo Giacometti: “Alle 12.30 hanno fatto irruzione nel nostro locale tre donne e un uomo; quest’ultimo impugnava una spranga di ferro. Mi hanno strappato il cellulare dalle mani scaraventandolo sul bancone, poi mi hanno colpito con una testata e un pugno, spaccandomi il labbro e un dente. Al mio compagno hanno messo le mani al collo; io ho reagito d’istinto sferrando un calcio all’aggressore”.

Dopo l’episodio sono intervenuti i Carabinieri. Massimo si è recato al pronto soccorso dell’ospedale di Susa, dove gli è stata diagnosticata una prognosi di dieci giorni; un canino dovrà essere estratto a causa delle lesioni riportate. I ristoratori hanno presentato denuncia.

I precedenti denunciati dalla coppia

Massimo e Francesco sostengono che l’episodio non sia isolato. Negli ultimi due anni, affermano di aver subito atti intimidatori e vandalici: gomme delle auto tagliate, piante avvelenate, scritte minacciose e persino svastiche disegnate sul locale.

“Invidia, non solo omofobia. Abbiamo sempre lavorato bene”, dichiara Massimo, mentre Francesco aggiunge un elemento rilevante: “Facevano anche i video, ci registravano, filmavano il tutto, fotocamera puntata mentre ci attaccavano. Gli aggressori di due anni fa e quelli di tre giorni fa frequentano gli stessi posti”.

Due delle quattro persone coinvolte nell’episodio del 18 febbraio sarebbero ex dipendenti del ristorante. La coppia parla di un’escalation che sarebbe passata dal piano morale e psicologico a quello fisico. È inoltre imminente un processo relativo a un’aggressione subita circa due anni e mezzo fa.

Le conseguenze sono anche pratiche: “Prima aprivo il locale al mattino da solo, facevo anche il servizio di colazioni, mentre mio marito Massimo arrivava a pranzo. Adesso non me la sento più, abbiamo deciso di non aprire il locale da soli”, racconta Francesco.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

La replica di una delle persone coinvolte

Alla versione dei ristoratori si contrappone quella di una delle tre donne presenti, pubblicata sempre da ValsusaOggi come diritto di replica.

“Sono una delle 3 persone coinvolte riguardo all’aggressione per omofobia avvenuta a Sant’Antonino”, scrive. “Volevo precisare, viste le dichiarazioni fatte dal sig. Massimo, che le cose non sono andate come descritte”.

La donna sostiene che le persone coinvolte siano ex dipendenti e che si sia recata nel locale “dopo vari episodi che ritengo di diffamazione, calunnie e insulti, per cercare di mettere fine al loro continuo parlare (oltretutto mentendo)”. Aggiunge: “Avevamo un telefono pronto a registrare ogni parola”.

La ricostruzione diverge radicalmente: “Mi è arrivata una sberla sulla mano, facendomi cadere il telefono. Difendendomi, ho spinto Francesco e gli ho messo le mani al collo involontariamente. In quel momento le altre donne presenti mi hanno cercato di tirare via, per evitare un’altra colluttazione, ed è proprio lì che ho ricevuto 2 calci (dal signor Massimo). Così l’uomo presente si è messo in mezzo per difendermi e, nel frattempo, ho sferrato una sberla a Massimo”.

Respinge inoltre l’elemento della spranga: “Nessuna spranga, niente di quello che ha raccontato è veritiero”.

E contesta la matrice omofoba: “Un’aggressione che loro reputano omofoba: come può esserlo? Abbiamo tutti mangiato e lavorato o aiutato anche volontariamente più volte, difeso molti; non siamo omofobi, ma forse questa scusa viene usata un po’ troppo!”.

La donna afferma di aver presentato a sua volta denuncia per aggressione e di avere testimoni a supporto della propria versione.

Denunce incrociate e accertamenti in corso

ragazza

Le due ricostruzioni risultano nettamente contrapposte. Da una parte, i ristoratori parlano di un’aggressione armata e a sfondo omofobo; dall’altra, una delle persone coinvolte nega la presenza di armi e respinge qualsiasi movente discriminatorio, sostenendo di aver agito per difendersi.

Spetterà ora agli inquirenti ricostruire con precisione la dinamica dei fatti, valutare eventuali registrazioni e testimonianze e stabilire le responsabilità.

Al di là delle versioni divergenti, resta la gravità di un episodio di violenza avvenuto in un luogo pubblico e in pieno giorno. In attesa della verità giudiziaria, la vicenda di Sant’Antonino di Susa riaccende l’attenzione sul tema delle aggressioni denunciate come omofobe e, più in generale, della necessità di condannare ogni forma di violenza come strumento di regolazione dei conflitti.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.