
“C’è il nome Jefferson sui documenti di identità, sui documenti dell’università!! Non mi sembra veroooo!!“
Questo è un messaggio che Jefferson ha inviato alla sua avvocata pochi giorni fa. Vi raccontiamo la sua storia.
A gennaio 2026 il Tribunale di Avezzano ha riconosciuto a Jefferson, 19 anni, la rettifica anagrafica di nome e genere senza terapie ormonali né interventi medici. Una sentenza che Gay.it aveva raccontato e che apre un dibattito sulla giurisprudenza italiana in materia di identità di genere. Un precedente si era registrato nel marzo 2022, quando il Tribunale di Roma aveva emesso una sentenza analoga sull’identità non binaria di Alex.
Ad Avezzano abbiamo incontrato Jefferson, insieme all’avvocata Silvia Tiburzi, che ha costruito il ricorso, e allo psicologo Stefano Gentile, che lo ha accompagnato nel percorso. Tre voci che si intrecciano per raccontare come è andata. E cosa significa, oggi, ottenere giustizia senza dover passare per una transizione medicalizzata.

Il momento in cui tutto è diventato chiaro
Jefferson ricorda bene il periodo in cui ha capito chi era, anche se all’inizio non riusciva a dargli un nome preciso.
“Prima pensavo come se tenessi una parte di me repressa che volevo esternare, però non capivo da dove derivasse questo senso; se era per la mia identità di genere, per il mio orientamento sessuale, per la persona che io credevo di essere.”
È intorno ai quindici anni che il quadro ha cominciato a comporsi. Quella che Jefferson chiama “transizione sociale”, un percorso interiore prima ancora che esteriore, lo ha portato a riconoscere se stesso come persona non binaria e ad adottare il pronome maschile. Un coming out che non è arrivato tutto insieme, né è stato accolto allo stesso modo da tutti.
“Il mio primo coming out risale ai tempi delle superiori, dove non sono stato capito. Ho subito parecchio bullismo e sono stato discriminato pesantemente, perché anche in quel contesto vi era una visione prettamente binaria delle persone trans, ci si agganciava molto all’aspetto fisico, all’aspetto esteriore.”
Le cose sono cambiate all’università, dove Jefferson ha attivato una carriera alias prima ancora di ricevere la sentenza. “Mi sono sempre sentito accettato sin da subito e non ho dovuto per forza esternare una parte di me, perché l’accettazione c’è sempre stata.”
Il primo coming out in famiglia è stato con sua madre. “Ha fatto un po’ fatica a capire il termine non binary, perché le persone hanno una visione prettamente binaria dell’essere trans. Però adesso il rapporto va man mano migliorando.”
Costruire il ricorso: la scommessa sull’interpretazione psicologica
Quando Jefferson si è rivolto all’avvocata Silvia Tiburzi, aveva le idee chiare su una cosa: non voleva intraprendere una terapia ormonale. Non perché non potesse, ma perché non ne sentiva il bisogno. Era il nome a creare problemi, non il corpo.
“Non era minimamente interessato a effettuare una cura ormonale, proprio perché da persona non binaria non aveva interesse a transitare fisicamente“, spiega Tiburzi a Gay.it. “Ciò che creava problemi era il nome. Ma Jefferson ha capito e non ha avuto problemi ad accettare anche la rettifica del genere in M, pur di avere il proprio nome di elezione registrato sui documenti.”
La legge 164/1982, quella che in Italia regola la rettificazione anagrafica, è vecchia. Ed è costruita intorno a un’idea di transizione che presuppone terapie medicalizzanti. Tiburzi ha scelto di non combatterla frontalmente, ma di reinterpretarla.
“Perché non interpretare le parole della 164 nel senso strettamente psicologico, senza prendere in considerazione gli aspetti medicalizzati? Ho incentrato il ricorso sull’interpretazione della dicitura ‘modificazioni dei caratteri sessuali secondari’ unicamente sugli aspetti psicologici, perché mi sembrava importante dare rilievo alla sofferenza di cui Jefferson mi aveva parlato.”
Il ricorso si è fondato su due documenti: una relazione psicologica redatta da Stefano Gentile, che segue Jefferson da tempo, e un certificato psichiatrico del centro trans dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila. Ma l’impostazione era precisa, e non casuale.
“Nel ricorso non ho parlato di diagnosi, per evitare che passasse il messaggio della patologia“, precisa Tiburzi. “In ogni caso, la relazione parla di una incongruenza di genere e della sofferenza di Jefferson rispetto al proprio nome.”
La relazione psicologica: dire chi si è, senza patologizzare
Stefano Gentile, lo psicologo che ha seguito Jefferson e ha redatto la relazione, ci spiega con chiarezza l’approccio che ha adottato.
“Quello che ho fatto nella relazione, semplificato all’osso, è stato dire: non esistendo patologie di altra natura, ed essendo Jeff perfettamente in grado di autodefinirsi, Jeff si autodefinisce in questa maniera, e la maniera che usa Jeff per definirsi non rientra in nessuna delle categorie comunemente riconosciute.”
Un’impostazione depatologizzante, che non costruisce un caso clinico ma descrive una condizione naturale. “Oltre alle due categorie maschio, femmina, cis, trans, esiste anche questa condizione, che è del tutto naturale e del tutto sana. Il fatto di non vederla riconosciuta è legato a una sofferenza da parte di Jeff che la sentenza può alleviare o risolvere definitivamente.”
Gentile aggiunge che Jefferson ha reso tutto più semplice. “Jeff è assolutamente chiarissimo quando parla delle sue cose. Quindi è stato anche facile, per quello.”
L’udienza: un giudice che ha ascoltato
Il giorno dell’udienza, Jefferson era in aula insieme alla sua avvocata. L’atmosfera, racconta Tiburzi, non era quella di un processo ostile.
“Ciò che mi ha colpito è stata una richiesta di conferma dell’esistenza di una sofferenza. Il giudice ha chiesto conferma del dolore di Jefferson, l’ha chiesto direttamente a lui, che in quel momento era fortemente imbarazzato, sorrideva, riusciva sì e no a parlare. Ma il magistrato non ha forzato, non ha fatto domande insidiose o complesse o troppo private, come invece mi è capitato in altri procedimenti.”
Il collegio, composto da tre giudici, ha così fondato il proprio convincimento esclusivamente sull’aspetto della sofferenza, senza richiedere integrazioni documentali né entrare nel merito delle terapie. “Il magistrato non ha fatto domande sulle terapie ormonali. Le cose erano già molto chiare anche a lui.”
Anche la pubblica ministera ha giocato un ruolo decisivo. “Ha compreso e ha immediatamente dato un parere positivo“, ricorda Tiburzi. “In quel momento, con un gran sorriso, ha detto sì.”
Una vittoria collettiva
Tiburzi è esplicita nell’attribuire il merito di questa sentenza a un lavoro di squadra.
“Credo che il successo di questo caso sia dovuto a una serie di fattori concomitanti e a una serie di persone che hanno lavorato in sinergia. C’è stato lo psicologo, che ha scritto una relazione fondata sul principio depatologizzante. C’è stato il mio ricorso, fondato sulla sofferenza di Jefferson. C’è stata una pubblica ministera che ha compreso. E c’è stato un giudice istruttore che ha riportato al collegio la questione del non binarismo e ha deciso di fondare il proprio convincimento sull’aspetto della sofferenza. Senza uno di questi tasselli non sarebbe stato possibile ottenere questa sentenza. Abbiamo lavorato tutti in sinergia. E Jefferson senz’altro ha i suoi meriti, allo stesso modo.”
Cosa manca ancora: la legge, il genere X, l’uniformità dei tribunali
La sentenza è una vittoria. Ma il quadro normativo italiano rimane lacunoso, e tutti e tre i protagonisti lo sanno bene.
In Italia non è possibile registrare all’anagrafe il genere non binario, quello che in altri quindici paesi viene indicato con la sigla X. Jefferson lo dice con chiarezza: “Sarebbe meglio introdurlo, perché persone non binarie come me, che non sono legate all’aspetto fisico né al nome o al genere F-M sulla carta d’identità, troverebbero più spazio. Sarebbe più inclusivo.”
Tiburzi va oltre e indica la strada che la legge dovrebbe percorrere. “La legge 164/1982 deve essere modificata. La dicitura legata all’accertamento delle modificazioni dei caratteri sessuali va eliminata. Bisognerebbe prevedere un procedimento amministrativo di rettificazione fondato sull’autodeterminazione — come avviene in Spagna. Ma capisco che quando le modifiche sono così drastiche, possano non essere stabili. Bisogna procedere per step: prima eliminare il discorso legato alle modificazioni fisiche, poi fondare tutto sugli aspetti psicologici, poi, una volta che questo concetto è stato assorbito dai tribunali, arrivare al procedimento amministrativo.”
Perché i tribunali, oggi, non si comportano tutti allo stesso modo. “Ci sono tribunali che ancora dispongono la CTU e tribunali come quello di Avezzano che fondano il convincimento esclusivamente sugli aspetti psicologici. Non è possibile che in Italia ci siano queste grandi differenze.”
Qui entra in gioco anche il ruolo del giornalismo. “Credo che quando ci sono sentenze di questo genere, le testate debbano darvi risalto, di modo che si possa prendere spunto da come vengono trattati i casi in un determinato tribunale e far transitare quella giurisprudenza lungo lo stivale. Sentenza dopo sentenza, allora il legislatore si sentirà davvero motivato nella modifica. Non dobbiamo tacere, dobbiamo raccontarle, queste sentenze.”
L’appello di Jefferson
Jefferson chiude con un messaggio diretto, rivolto a chi sta ancora aspettando di fare il primo passo.
“Vorrei fare un appello a tutte le persone trans non binarie che magari non si sentono ancora di iniziare il percorso perché hanno paura di non essere comprese, o perché pensano sia difficile. In realtà è accessibile anche senza terapia ormonale o modificazione dei caratteri secondari. Le persone non binarie sono state riconosciute dalla Cassazione nel 2024 e questo percorso è accessibile a tutti.”
E aggiunge, con la semplicità di chi ha già attraversato quella paura: “Rimanere in silenzio sulla propria identità è più difficile di esternare ciò che si è davvero, ciò che si sente di essere. Il mio sollecito è di esternare sempre la parte migliore di sé, anche se a volte si deve fare un percorso molto lungo.“
