Negli anni Ottanta l’epidemia di HIV/AIDS colpì duramente la comunità gay, lasciando dietro di sé migliaia di morti e una storia segnata da stigma e paura. Accanto agli uomini malati, però, ci furono molte donne lesbiche che scelsero di restare e prendersi cura dei loro amici e fratelli della comunità LGBTQIA+.
Quando la malattia, allora chiamata GRID, era poco conosciuta e quasi sempre fatale, furono proprio loro a offrire assistenza, sostegno psicologico e presenza umana. Le testimonianze raccolte da Terri Wilder per la rivista TheBody e riprese da LGBTQ Nation raccontano oggi quella solidarietà spesso dimenticata.

In questo articolo
- 1 Quando l’AIDS appariva come una malattia misteriosa e letale
- 2 Candy Marcum e le prime reti comunitarie di assistenza
- 3 Caitlin Ryan e la nascita delle organizzazioni contro l’AIDS
- 4 Jacquie Bishop: crescere nella comunità durante l’epidemia
- 5 La solidarietà lesbica che sostenne la comunità gay durante l’epidemia
Quando l’AIDS appariva come una malattia misteriosa e letale
All’inizio degli anni Ottanta la comunità medica non aveva ancora identificato il virus HIV. I primi casi di quella che veniva definita GRID (gay-related immune deficiency) furono osservati soprattutto tra uomini gay negli Stati Uniti. I pazienti sviluppavano infezioni opportunistiche, cioè malattie che colpiscono quando il sistema immunitario è gravemente indebolito, oltre a tumori rari come il sarcoma di Kaposi. In molti casi le condizioni peggioravano rapidamente e l’esito era fatale.
Le cure disponibili erano limitate ai trattamenti dei sintomi. Non esistevano farmaci in grado di bloccare il virus. Per molte persone ricevere una diagnosi di AIDS equivaleva, di fatto, a una condanna a morte.
In quel clima di incertezza e paura, molte persone con AIDS si trovarono isolate. Famiglie, coinquilini e perfino alcuni operatori sanitari evitavano il contatto per timore del contagio. Proprio in quel vuoto di assistenza si inserirono numerose attiviste lesbiche, che iniziarono a organizzare reti informali di supporto, assistenza domestica e sostegno emotivo.
Candy Marcum e le prime reti comunitarie di assistenza

Una delle testimonianze più significative è quella della psicologa Candy Marcum, che nel 1981 lavorava a Dallas. In quell’anno incontrò Howie Daire, un insegnante che stava avviando un centro di consulenza dedicato alla comunità gay.
Fu durante una conferenza sulla salute mentale delle persone LGBTQIA+ che iniziarono a sentire parlare dei primi casi della nuova malattia. “Nel settembre dell’81 andammo a una conferenza a Houston sulla salute mentale delle persone gay. Iniziammo a sentire parlare di GRID. Era un virus che sembrava diffondersi tra gli uomini gay”.
Da quel momento il centro di consulenza cambiò rapidamente funzione, trasformandosi in un punto di riferimento per chi cercava aiuto: “Avevamo qualcosa chiamato ‘buddy project’, in cui mettevamo una persona HIV positiva insieme a un amico sano”.
Il sistema dei buddy, basato sull’affiancamento tra una persona malata e un volontario, sarebbe diventato uno dei modelli più diffusi di assistenza comunitaria negli anni successivi.
La malattia però arrivò presto anche tra i loro amici. “Howie si ammalò molto presto. Io ero la sua buddy. Sua madre arrivò dal sud del Texas. Era un’infermiera e si prese cura di lui”.
Daire perse la vista a causa del citomegalovirus (CMV), un virus che può causare gravi infezioni nelle persone con il sistema immunitario indebolito e sviluppò anche il sarcoma di Kaposi. Morì nel 1986, diventando una delle prime figure note della comunità di Dallas a perdere la vita a causa dell’AIDS.
Per Marcum, assistere i pazienti divenne parte della vita quotidiana. “Seguivo diversi uomini gratuitamente, pro bono, perché semplicemente non avevano soldi. Andavo a trovarli nelle stanze d’ospedale. Facevamo lì alcune sedute di terapia e, col tempo, andavo a visitarli anche a casa”.
Ricordare quegli anni resta ancora oggi doloroso: “Questa cosa mi commuove sempre, per me è difficile… Li ho visti morire”.
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Caitlin Ryan e la nascita delle organizzazioni contro l’AIDS
Un’altra figura centrale nella risposta alla crisi fu la dottoressa Caitlin Ryan, che negli anni Ottanta divenne la prima direttrice esecutiva di AID Atlanta, una delle più antiche organizzazioni di servizi per l’AIDS nel sud degli Stati Uniti.
Ryan sentì parlare dei primi casi nel 1981, quando lavorava già nell’ambito della salute LGBTQIA+. “Stavo pranzando con un’amica… avevamo sentito parlare di casi di polmoniti e tumori insoliti tra uomini gay. Questo ci preoccupava molto”.
La crisi sanitaria emerse rapidamente come una minaccia enorme per la comunità: “Quando vedevo una persona con AIDS non vedevo subito qualcuno devastato dalla malattia. La mia reazione era: cosa posso fare per aiutare?”.
La discriminazione e la paura erano diffuse. In molti casi le persone malate venivano allontanate dalle loro case o isolate socialmente. Ryan ricorda un episodio che rappresenta bene il clima di quegli anni: “Ricordo un giovane che uscì dall’ospedale e tornò a casa. I suoi coinquilini bruciarono tutto quello che possedeva: il materasso su cui dormiva, i suoi vestiti, i libri, tutto. Poi cambiarono la serratura della porta”.
Il ritmo delle morti era devastante: “Tra il 1984 e il 1985 più di cento uomini gay e bisessuali con cui lavoravo morirono”.
Jacquie Bishop: crescere nella comunità durante l’epidemia
Per Jacquie Bishop, che arrivò a New York nel 1983 per studiare, l’epidemia rappresentò un momento di formazione personale e politica: “Appena tornai a New York, la malattia era ovunque. E ricordate che all’epoca si chiamava GRID. Non sapevamo cosa fosse e non eravamo sicuri di come si trasmettesse”.
Bishop iniziò a lavorare al Gay and Lesbian Community Center, collaborando con la dottoressa Barbara Starrett. Molti dei pazienti erano uomini gay, spesso artisti o figure pubbliche che vivevano ancora la propria identità con discrezione.
Bishop ricorda in modo molto concreto gli effetti della malattia: “Vidi con i miei occhi gli effetti della malattia sul corpo. Candida orale, herpes, herpes zoster”.
Per Bishop, la crisi dell’AIDS non era soltanto sanitaria: “Non era solo una malattia. Era anche omofobia”. Il lavoro quotidiano era segnato da una successione continua di ricoveri e morti.
Un collega, Tim Conley, aveva persino creato una scatola che chiamavano con ironia amara “i file dei morti”, dove venivano archiviati i fascicoli dei pazienti scomparsi.
La solidarietà lesbica che sostenne la comunità gay durante l’epidemia
Le testimonianze di Marcum, Ryan e Bishop raccontano una realtà che spesso rimane ai margini della memoria. Durante gli anni più duri dell’epidemia, molte lesbiche si mobilitarono per sostenere la comunità gay, contribuendo alla nascita delle prime reti di assistenza, volontariato e attivismo sanitario.
Storici e attivisti hanno parlato spesso di una “alleanza lesbica-gay” nata proprio durante la crisi dell’AIDS. Mentre lo stigma sociale colpiva duramente le persone malate, molte donne della comunità LGBTQIA+ scelsero di offrire tempo, competenze e cura.
Quelle esperienze hanno contribuito a trasformare profondamente l’organizzazione della salute comunitaria LGBTQIA+ e hanno gettato le basi per molte delle organizzazioni che oggi si occupano di prevenzione, assistenza e diritti delle persone che vivono con HIV.
Grazie a queste testimonianze è possibile oggi ricordare una pagina fondamentale della storia LGBTQIA+: quella di una solidarietà che, nel momento più buio dell’epidemia, permise a molte persone di non essere sole.

