Referendum Giustizia 2026, file senza distinzione di genere: “Prima mi camuffavo per votare”. L’attivista trans: “Non risolve tutto, ma aiuta”

Per la prima volta ai seggi niente file divise per genere: al Referendum Giustizia 2026 si vota in ordine alfabetico. “Non risolve tutto, ma aiuta”, racconta l’attivista trans Sofia Darino.

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Niente più divisione per genere ai seggi: il racconto di Sofia, in occasione del Referendum Giustizia 2026
Niente più divisione per genere ai seggi: il racconto di Sofia, in occasione del Referendum Giustizia 2026
4 min. di lettura

Durante il Referendum Giustizia 2026 del 22 e 23 marzo, in corso in tutta Italia, arriva una novità destinata a cambiare concretamente l’esperienza al seggio: per la prima volta, le liste di sezione non sono più suddivise per genere – uomini da una parte, donne dall’altra – ma accorpano tuttə in un unico elenco alfabetico. Addio, dunque, alle tradizionali code separate per sesso, in seguito all’attuazione del decreto elezioni del 13 maggio 2025: al seggio si fa la fila in base alla lettera iniziale del proprio cognome. Una modifica organizzativa apparentemente minima, ma che in diverse città, tra cui Torino, rappresenta un passo avanti concreto in termini di inclusività e accessibilità al voto.

Sofia Darino, attivista trans
Sofia Darino, attivista trans

Referendum Giustizia 2026: la svolta concreta per le persone trans

A raccontare l’impatto reale di questa modifica è Sofia Darino, 37 anni, attivista trans e presidente dell’associazione Maurice Lgbt. In un’intervista al Corriere della Sera ha raccontato: “L’anno scorso sono andata al seggio, mi sono fermata fuori e ho aspettato che non ci fosse nessuno per evitare sguardi indiscreti su di me. In altre occasioni mi sono camuffata. Questa volta invece mi sono sentita meglio”.

Un cambiamento che, per molte persone trans, significa ridurre ansia, esposizione e disagio in un momento delicato come quello del voto.

Lo stigma nelle file divise per genere

Decreto Elezioni è legge: stop a file separate per genere e cognome del marito
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Prima dell’introduzione delle file alfabetiche, la divisione tra uomini e donne rappresentava un ostacolo concreto. “Era una situazione carica di tensione. Molti di noi non ci andavano se non si sentivano pronti ad affrontare questo tipo di disagio. Anche quando ci vai, un minimo di ansia ce l’hai sempre: il documento spesso è diverso dall’aspetto e quella discrepanza pesa”.

La discrepanza tra identità di genere e dati anagrafici può infatti esporre le persone a momenti di forte imbarazzo, rendendo l’esperienza del voto tutt’altro che serena.

“C’erano le code divise e capitava che qualcuno ti dicesse di andare in un’altra fila. Lo vedevi proprio: c’erano persone stupite quando ti mettevi in coda, ti fissavano”, racconta Sofia.

Una situazione che trasformava un diritto fondamentale in un momento di esposizione pubblica, spesso accompagnato da giudizi impliciti o espliciti. Per molte persone, il timore di questi episodi era sufficiente a scoraggiare la partecipazione al voto.

Nascondersi per votare

Per evitare sguardi, domande o momenti di imbarazzo, molte persone hanno dovuto trovare soluzioni personali per attraversare un contesto percepito come ostile. È quello che emerge in modo chiaro dal racconto di Sofia:

“Mi è capitato di mettermi un berretto per nascondere i capelli lunghi, di indossare vestiti maschili che avevo anni fa, di nascondere il seno. È una cosa che per molti comporta una sofferenza enorme. Non dovresti dover cambiare te stessa per esercitare un diritto”.

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L’attivista evidenzia quanto il sistema precedente potesse essere escludente. L’accesso al voto, in questi casi, passava attraverso strategie di invisibilizzazione e adattamento forzato.

File alfabetiche: cosa cambia davvero ai seggi

L’introduzione delle file basate sull’ordine alfabetico rappresenta un cambiamento importante, che la stessa Sofia lo definisce a vantaggio della comunità trans: “Toglie quell’enorme disagio che, di fatto, portava tantissimi a non uscire per andare ai seggi. E questo è un problema di base: se una parte della popolazione rinuncia al voto per paura o imbarazzo, significa che qualcosa non funziona”.

La modifica non elimina tutte le criticità, ma riduce sensibilmente il rischio di esposizione e discriminazione.

Prima di questo cambiamento, le associazioni cercavano di supportare chi viveva con maggiore difficoltà l’esperienza del voto.

“Abbiamo provato a organizzarci. A volte si andava insieme, qualcuno dell’associazione accompagnava chi aveva più difficoltà. Ma sono tutte soluzioni “tappa buchi”. Non risolvono il problema alla radice”. Un impegno importante, ma che non poteva sostituire un intervento strutturale.

Il ruolo del personale ai seggi

Un altro elemento cruciale riguarda l’atteggiamento delle persone presenti ai seggi. “Ci sono stati casi di persone che conosco arrivate al seggio con un documento che non corrispondeva al loro aspetto: in alcune situazioni è stato necessario chiamare il presidente per autorizzare il voto. Sono momenti molto delicati che ti espongono e ti fanno sentire osservata”.

Episodi che evidenziano la necessità di maggiore formazione e sensibilizzazione, per garantire un accesso al voto rispettoso e privo di ostacoli. Una criticità che non riguarda solo il passato, ma anche il presente, come raccontato da Edoardo Zedda sui social. In un video, il ragazzo ha svelato le difficoltà affrontate nel votare dopo la rettifica anagrafica: nonostante abbia cambiato nome, la tessera elettorale riportava ancora quello vecchio costringendolo a usare un documento provvisorio. 

Al seggio ha incontrato ulteriori problemi burocratici, tra incomprensioni e telefonate al comune, restando bloccato per circa 20 minuti. La sua esperienza evidenzia come, nonostante il percorso legale completato, le persone trans possano trovarsi davanti a ostacoli pratici e disorganizzazione proprio nell’esercizio di un diritto fondamentale come il voto.

 

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Un piccolo cambiamento che fa la differenza per inclusione e democrazia

“Sì, aiuta. Non risolve tutto, ma alleggerisce. È una di quelle cose che sembrano piccole ma fanno una grande differenza nella vita quotidiana”.

La testimonianza di Sofia Darino mostra come anche interventi apparentemente minimi possano incidere profondamente sulla qualità della vita delle persone. La scelta di eliminare la divisione per genere nei seggi apre infatti una riflessione più ampia sul concetto di inclusione nella democrazia.

Se una parte della popolazione rinuncia a votare per disagio o paura, il problema riguarda l’intero sistema. Garantire accesso equo e dignitoso al voto significa rafforzare la partecipazione e la rappresentanza di tutte e tutti.

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