Il 13 marzo la Camera dei Rappresentanti della Bielorussia ha approvato un disegno di legge che introduce sanzioni amministrative per la “propaganda di relazioni omosessuali, cambiamento di sesso, assenza di figli e pedofilia“. Il provvedimento deve ancora passare al Consiglio della Repubblica e ricevere la firma del presidente Lukashenko, ma la sua approvazione è considerata scontata.
La norma, fortemente voluta dal Procuratore generale Andrei Shved, che ha dichiarato pubblicamente che la comunità LGBT+ “distrugge i valori tradizionali e le famiglie in Occidente“, introduce nel Codice amministrativo il nuovo articolo 19.16, che punisce la diffusione di tali contenuti con una multa o fino a 15 giorni di carcere. Ma il nodo critico è nell’indefinitezza del concetto di “propaganda“: secondo il Comitato Helsinki bielorusso (ong per i diritti umani), la semplice visibilità pubblica di una persona queer o il sostegno all’uguaglianza potrebbero essere facilmente ricondotti alla fattispecie considerata reato dalla nuova legge, aprendo la strada a censura di massa, persecuzione di media indipendenti e attivisti.
Il contesto non è nuovo. Nel 2017 la Bielorussia aveva già vietato la diffusione di informazioni che “screditano l’istituto della famiglia e del matrimonio”. Nell’aprile 2024 il Ministero della Cultura aveva equiparato l’omosessualità alla pedofilia e alla zoofilia. Il provvedimento di marzo 2026 segue questa traiettoria e la porta a compimento.
Il modello di riferimento è esplicitamente russo. La legge anti-propaganda del Cremlino, firmata da Putin nel 2013, ha funzionato da apripista per un’intera area geopolitica: Georgia, Kirghizistan, e ora Bielorussia si muovono lungo lo stesso schema.
ILGA-Europe, nel suo Annual Review 2026 pubblicato a febbraio, parla di “nuova fase” in cui gli strumenti di repressione del dissenso vengono sistematizzati, con le comunità LGBTI+ tra i bersagli primari. Non si tratta di culture wars locali: si tratta di un’architettura normativa coordinata, guidata dal Cremlino, che usa le minoranze sessuali come leva per consolidare il controllo autoritario e mantenere i paesi ex sovietici sotto l’influenza di Mosca. Influenza russa che, come noto, si estende anche su paesi UE come l’Ungheria e la Slovacchia, teleguidati dal Cremlino nel porre il veto per i finanziamenti europei all’Ucraina attaccata dalla sanguinaria guerra di invasione della Russia di Putin.
Lukashenko, al potere dal 1994, ha definito pubblicamente i gay “pervertiti” e “l’abominio supremo”. La nuova legge è anche un messaggio politico interno: in un paese dove ogni opposizione è stata schiacciata dopo le proteste del 2020, colpire la visibilità queer è colpire qualsiasi forma di pluralismo.
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