In Georgia dopo il secco no della presidente Salome Zourabichvili, la pesantissima legge anti-LGBTQIA+, come prevedibile, è passata lo stesso. Il presidente del parlamento, Shalva Papuashvili, ha apposto la sua firma, riconfermando il parere dei legislatori, che a metà settembre hanno votato a favore del disegno di legge nella sua terza e ultima lettura con 84 voti a favore e nessuno contrario.
La maggior parte dell’opposizione non ha preso parte al voto, in segno di boicottaggio a seguito dell’adozione della controversa legge sulla trasparenza dell’influenza straniera, anch’essa aspramente criticata da Stati Uniti e UE, e anch’essa fortemente sostenuta invece da Mosca.
Affermando che la legge “non riflette idee e ideologie attuali, temporanee e mutevoli“, Papuashvili sostiene che essa si basa sul “buon senso, sull’esperienza storica e sui valori cristiani, georgiani ed europei secolari“. La legge affronterà certamente critiche da “alcuni partner stranieri“, ma detiene tuttavia un “ampio sostegno popolare”.
Durante l’elaborazione del testo, il governo ha affrontato discussioni con varie confessioni religiose, inclusa la Chiesa ortodossa georgiana, facendo leva sull’ancora pervasiva influenza che essa ha sulla una grossa parte della popolazione.
“Pertanto, per me, firmare questa legge ha la massima legittimità: è una firma sostenuta sia dalla nazione che dalla chiesa” – conclude Papuashvili. A quale prezzo? Probabilmente e auspicabilmente, l’ingresso della nazione in UE. E la fiducia di tutta quella parte della popolazione che desidera ardentemente l’integrazione europea, tra cui i giovani.
Cosa implica la legge anti-LGBTQIA+ in Georgia?
Ci troviamo dunque di fronte a un draconiano pacchetto di modifiche legislative: un disegno di legge principale e diciotto progetti secondari, che vanno a intaccare principalmente il Codice civile e il Codice del lavoro. Per vietare, in primis la registrazione di qualsiasi tipologia di “unione matrimoniale alternativa” – per intenderci, un unione tra due persone dello stesso sesso – contraddicendo, secondo gli osservatori, la Costituzione stessa della Georgia.
Gli emendamenti vanno però oltre, vietando l’adozione di minori a coloro che si attribuiscono un genere diverso dal proprio o che non sono eterosessuali. Anche i single, ci informa il presidente del Parlamento Shalva Papuashvili, saranno esclusi.
Non basta. La legge proibirà tuttu gli interventi chirurgici di riassegnazione di genere o qualsiasi altra manipolazione medica. Sarà vietato identificare una persona con un genere diverso dal proprio su documenti d’identità o altri atti ufficiali.
E ancora, sarà proibito produrre “propaganda LGBT” negli istituti scolastici. Le emittenti non potranno più trasmettere programmi TV o pubblicità che raffigurino scene di affetto o intimità tra persone LGBTQIA+. Anche qui, come in Russia, a censura si fa strada, silenziosa ma implacabile, nelle aule dove si dovrebbe insegnare il pensiero critico, nelle case dove l’informazione dovrebbe essere libera.
Costretto a chiudere i battenti anche il Tblisi Pride: sono vietate riunioni pubbliche o manifestazioni volte a “promuovere l’identificazione di una persona con un genere diverso dal proprio, le relazioni omosessuali o l’incesto” – un accorpamento atroce, ma non casuale. Per ora, l’account Instagram dell’evento rimane in silenzio, ma la direttrice aveva descritto la normativa come “la cosa più terribile che sia mai capitata” alla sua organizzazione.
Nei rapporti di lavoro, sia negli istituti privati che in quelli pubblici, sarà irregolare riconoscere una persona trans o gender non conforming, utilizzare il suo nome e rispettare i suoi pronomi. Si sancisce per legge che l’identità di genere non ha spazio nel mondo professionale, che l’essere umano è ridotto a una mera classificazione biologica.
E infine, si prevede l’istituzione del 17 maggio – Giornata Mondiale contro l’Omobilesbotransfobia – come “giorno di santità familiare” nel Codice del lavoro, dichiarandolo giorno festivo.
L’adozione del disegno di legge arriva poche settimane prima delle elezioni parlamentari del 26 ottobre, in cui il partito al governo Georgian Dream Party cerca un quarto mandato. Un tempismo che non può essere casuale, un calcolo politico che gioca sulla paura e sull’intolleranza per consolidare il potere.
Il dualismo della Georgia: sulla bilancia, diritti umani e “valori tradizionali”
Ben prima che il discorso politico georgiano si polarizzasse sulla questione LGBTQIA+, la comunità si trovava già a fare i conti con una pervasiva diffidenza nei confronti delle identità non conformi.
Se da una parte l’attitudine progressista di una fetta della popolazione è infatti favorevole all’adeguamento delle politiche del paese alle direttive europee, persiste un senso di alienazione diffusa nei confronti di ciò che si discosta dai cosiddetti “valori tradizionali”, perpetuati da una chiesa Ortodossa prevaricante che – come abbiamo visto – non disdegna nel mettere lo zampino anche nelle decisioni dell’esecutivo georgiano.
La legge anti-LGBTQIA+, tuttavia, non può che peggiorare la situazione, esacerbando ostilità già presenti e legittimando quindi marginalizzazione e violenza. Poche ore dopo l’approvazione del testo, la notizia dell’omicidio di Kesaria Abramidze, attivista e modella trans, nonché volto amato e conosciuto della televisione georgiana.
A impugnare il coltello, un uomo di cui si fidava, con cui aveva una relazione sentimentale. Le indagini parlano di un delitto passionale, eppure è difficile non trovare un collegamento tra una legge che di fatto deumanizza le persone trans, ed il barbaro omicidio di una donna appartenente alla comunità.
A svelare i retroscena della vicenda in un’intervista a World Crunch è Sofi Beridze – donna trans, cittadina russa e georgiana – che conosceva Kesaria, anche se il loro rapporto era prevalentemente online. Nel suo racconto, l’inquietante dicotomia di un uomo che intratteneva rapporti intimi con una donna trans, per poi voltarsi e partecipare a una contromanifestazione contro il Tiblisi Pride. Nello spiegarla, la visuale si estende alle contraddizioni che caratterizzano molte popolazioni dell’Est Europa.
“Non comprendo cosa spinga certi uomini a condurre una doppia vita, uscendo con una donna trans e allo stesso tempo partecipando alla distruzione di un Gay Pride. Tuttavia, questo è ciò con cui dobbiamo convivere, e purtroppo è un fenomeno diffuso. Mi sembra che questa scissione interiore sia particolarmente presente nelle persone di origine orientale, dove molti manifestano un’omosessualità latente attraverso atteggiamenti aggressivi, frutto di una mentalità chiusa. La repressione, naturalmente, porta all’isolamento e, spesso, a un aumento dell’aggressività. E l’omofobia, come sappiamo, è una delle principali cause di violenza.
Questa divisione non si limita alle persone, ma si estende anche a livello statale. La Georgia, storicamente posizionata tra due mondi, si trova a metà strada tra l’Europa liberale e le potenze conservatrici come Iran, Turchia e Russia. Da sempre crocevia di imperi, il Paese è influenzato da diverse correnti culturali. Paradossalmente, l’ortodossia georgiana è persino più conservatrice e patriarcale di quella russa e, sotto alcuni aspetti, può essere più restrittiva dell’Islam, eccezion fatta per i suoi elementi più radicali.
Oggi il governo georgiano sembra schierarsi sempre più dalla parte di Iran e Russia, intensificando i legami economici e politici con questi Paesi, mentre si allontana dall’Europa. Fino a poco tempo fa, la direzione era opposta. Questa virata ha inevitabili conseguenze sulla vita quotidiana: il conservatorismo cresce, soprattutto fuori dalle grandi città, dove è ancora normale che siano i padri a scegliere i mariti per le proprie figlie“.
Da 12 anni il partito di governo Sogno Georgiano fa subdolamente leva su questo dualismo, in maniera graduale. Solo nei tempi recenti inizia a raccogliere i frutti di tale sofisticata strategia. Non è più necessario – nè c’è più tempo per nascondere le simpatie verso la Russia, né mantenere una facciata moderata sulle tematiche sociali. Ci pensa una minoranza rumorosissima della popolazione ad accogliere queste istanze, farle proprie e sputarle in faccia a chi non si adegua, ampliandole, integrandole nel discorso comune. Con conseguenze devastanti.
“Nei commenti sotto i miei post su Kesaria, ho letto cose orribili, come “un fr*cio ha ucciso un altro fr*cio” e “è bello che abbiano eliminato quella m***a inutile da questo mondo”. Anche se queste persone non sono molte, purtroppo esistono.
Dopo i recenti avvenimenti, non mi sento più al sicuro in Georgia. Prima potevo parlare apertamente della comunità LGBTQ senza particolari timori, ma ora tutto è cambiato. Sto seriamente considerando di trasferirmi in Europa. Il pensiero di poter essere uccisa è diventato costante, e temo che questo possa essere l’inizio di un disturbo da stress post-traumatico. La storia di Kesaria mi ha profondamente segnata.
Avevo intenzione di continuare i miei studi a Tbilisi, ma ora penso che sia troppo pericoloso restare qui. Tutti gli studenti sapranno che sono una persona trans, e tra mille persone, potrebbe esserci qualcuno di pericoloso“.
Amaro infine il paragone con la Russia.
“Sono nata e cresciuta a Mosca, ma ora vivo in Georgia. Ti rendi conto che la vita a Mosca è una m*rda solo dopo esserti trasferito in un paese normale. Guardi indietro al tuo passato: sì, ci sono posti fantastici dove mangiare fuori, amici, infrastrutture moderne, la consegna arriva in 15 minuti, ma tutto il resto è completamente f*ttuto.
Era come se vivessi nella nebbia con la consegna del ristorante a portata di mano. Sono sicura che in termini di libertà la vita è migliore in Georgia, ma penso che se mi trasferissi, diciamo, in Germania o in Norvegia, direi lo stesso della Georgia: che f*ttuto casino”.
