L’outing a Khamenei dispiegato dalla macchina della propaganda USA-Israele era pura invenzione. Non c’è uno straccio di prova sulla presunta omosessualità di Khamenei. E come avevamo scritto su Gay.it da subito, era tutta un’invenzione per screditare il neo-leader iraniano agli occhi del suo popopolo. In Iran, lo ricordiamo a scanso di equivoci, le persone LGBTIAQ+ sono perseguitate e uccise per la loro identità. Sull’orrore della persecuzione anti-LGBTIQ+ della Repubblica Islamica, il rainbow-washing Israelo-Statunitense aveva costruito una fake news che aveva fatto il giro del mondo e che in Italia era stata ampiamente ripresa da quotidiani di linea governativa, come Il Giornale.
Il 26 marzo 2026, Donald Trump chiama in diretta Fox News per parlare dell’Iran. Il conduttore Jesse Watters gli chiede del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, figlio dell’Ayatollah Ali Khamenei, assassinato a febbraio in un’operazione congiunta USA-Israele. Quindi, senza soluzione di continuità, gli domanda: “Did the CIA tell you that Ayatollah Jr. is gay?” (La CIA ti ha detto che l’Ayatollah junior è gay?).
Trump risponde di sì, con la precisione di chi non vuole esporsi troppo: “Well, they did say that, but I don’t know if it was only them. I think a lot of people are saying that — which puts him off to a bad start in that particular country” (Beh, l’hanno detto, ma credo l’abbiano detto solo loro. Credo che molte persone lo stiano dicendo, il che crea per lui crea un brutto inizio in quel paese).
Poi, in pochi secondi, Trump vira sui “Gays for Palestine“, sull’Iran che butta i gay dai palazzi, e infine atterra sulla propria presunta straordinaria popolarità presso l’elettorato gay americano. “I did very well with the gay vote, okay? I even played the ‘gay national anthem’ as my walk-off. No Republican has ever gotten the gay vote like I did, and I’m very proud of it.” (Ho ottenuto un ottimo risultato con il voto gay, capito? Ho persino suonato l’inno nazionale gay come saluto finale. Nessun repubblicano ha mai ottenuto il voto gay come me, e ne sono molto orgoglioso).
Il “gay national anthem” immaginato dai deliri del presidente USA sarebbe YMCA dei Village People, storica hit che spesso abbiamo sentito risuonare durante la campagna elettorale di Trump prima dell’ultima elezione del novembre 2024.
La storia di è Khamenei gay stata costruita a tavolino
Primo dato oggettivo: la notizia sull’omosessualità di Khamenei non è intelligence. È una psyop (psychological operation, operazione psicologica). Secondo fonti con diretta conoscenza dei fatti citate da Zeteo e riprese da The New Republic, la storia è stata fabbricata da un gruppo di funzionari dell’amministrazione Trump, personale governativo e associati MAGA. L’obiettivo era esplicito: “Volevamo fregarli (gli iraniani ndr) con la m3rd4 gay“, ha detto una delle fonti. Un funzionario dell’amministrazione ha aggiunto che una delle loro chat di gruppo si chiama semplicemente “gayatollah“.
Il New York Post aveva pubblicato la storia il 16 marzo come “esclusiva”, riportando che la CIA riteneva che il padre di Khamenei junior in passato avesse dubitato dell’idoneità del figlio alla successione, in parte proprio a causa della sua presunta omosessualità. Secondo il tabloid, Khamenei Jr avrebbe avuto una relazione di lunga data con il suo tutor d’infanzia maschio, come riferito ripetutamente da una certa stampa israeliana. Una storia costruita su fonti anonime, senza un solo documento verificabile, che Trump ha poi amplificato in diretta televisiva nazionale trattandola come un dato di fatto. Da subito anche su questo giornale avevamo dubitato della bugia propagandistica:
– Leggi > Outing alla Guida Suprema d’Iran: la nuova arma di Trump è la propaganda a sfondo LGBTIQ+
Non esiste alcuna evidenza pubblica a supporto delle affermazioni di Trump. Il meccanismo è presto detto: usare l’omosessualità, in un paese dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono criminalizzati e possono comportare la pena di morte, come strumento di destabilizzazione politica. L’identità queer come arma. Non a favore dei queer iraniani, che continuano a essere perseguitati e giustiziati, ma contro il loro nuovo leader, in un conflitto in cui Washington ha tutto l’interesse a delegittimare Khamenei agli occhi del popolo iraniano.
Il “voto gay” e la realtà dei numeri
Altrettanto falsa, e ancor più facilmente smontabile, è la rivendicazione di Trump sul consenso gay. Egli sostiene che i gay abbiano votato per lui. Ma i dati delle elezioni 2024 raccontano esattamente il contrario di quello che sostiene. Secondo l’exit poll NBC News, Kamala Harris ha surclasssato Trump tra gli elettori LGBT con l’86% contro il 12%. La performance di Harris tra gli elettori LGBT è stata la più forte di qualsiasi candidato democratico negli ultimi cinque cicli presidenziali.
Certo, quel 12% esiste. Tra gli elettori LGBTQ+ bianchi il sostegno a Trump è stato del 16%; tra gli elettori LGBTQ+ black di appena il 5% (fonte: Advocate). È un blocco reale, minoritario, prevalentemente composto da uomini gay bianchi con posizioni conservatrici, esattamente il profilo che il numero di aprile di Gay Times Magazine esplora nel suo reportage sui MAGA gay men: “Inside the lonely world of MAGA gay men“, articolo che racconta quella zona di contatto tra identità e ideologia, dove la bandiera arcobaleno convive con il cappellino rosso del Fa’ l’America Ancora Grande. Dunque uno spezzone di comunità esistente, che merita di essere raccontato, ma che Trump ha trasformato in propaganda manipolatoria e narcisistica, sbandierando la trionfale bugia “i gay hanno votato me“.
E del resto è lo stesso Trump, nei suoi deliri psichiatrici, a motivare la propria esultanza e a dare una spiegazione alla sua fantasia sui gay che voterebbero in massa per i MAGA. E lo fa con l’innocenza disarmante di un bambino che sta per tagliare la gola alla sua sorellina nella culla: “Ho persino suonato l’inno gay ai miei comizi“, dice l’inquilino fuori controllo della Casa Bianca in riferimento a YMCA dei Village People. Una canzone sempre divertente, ma che non è più nelle simpatie LGBTIAQ+ di tutto il mondo da almeno trent’anni.
