Calcio giovanile, svolta inclusiva della Lega Dilettanti: corso per allenatori contro discriminazioni e bullismo

La Lega Dilettanti lancia il “Training of Trainers - Community Coach”, un percorso per formare allenatori capaci di contrastare discriminazioni e bullismo nel calcio giovanile e promuovere inclusione, rispetto e lavoro di squadra.

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La Lega Nazionale Dilettanti lancia il corso “Training of Trainers - Community Coach”
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Non solo tecnica e risultati, ma educazione, rispetto e inclusione. La Lega Nazionale Dilettanti (LND) cambia il modo di vivere il calcio giovanile e lancia a Roma il corso “Training of Trainers – Community Coach”, un progetto destinato a formare centinaia di allenatori e allenatrici impegnati ogni giorno con giovani atleti e atlete.

L’obiettivo è trasformare il campo da gioco in uno spazio educativo, dove si imparano non solo schemi e tattiche, ma anche valori fondamentali come il rispetto delle differenze, il contrasto ai pregiudizi e la costruzione di relazioni sane all’interno della squadra.

Un cambio di paradigma che parte da dati concreti. Secondo quanto emerso dal progetto “Sport is Respect”, oltre il 75% dei giovani coinvolti ha migliorato la propria comprensione della discriminazione, acquisendo strumenti pratici per contrastarla.

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Dalla teoria alla pratica: come funziona il training per allenatori nel calcio giovanile

Il corso “Training of Trainers – Community Coach” rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso avviato nel 2025, con l’obiettivo di creare una rete capillare di formatori in tutta Italia. Allenatori e allenatrici diventeranno figure chiave non solo per la crescita sportiva, ma anche per quella personale dei ragazzi.

A spiegare nel dettaglio il senso del progetto è Rosario Coco, D&I Expert ed esperto di educazione attraverso lo sport:

“Nell’ambito del progetto europeo Sport is Respect, la Lega Nazionale Dilettanti di Calcio ha presentato oggi il Community Coach, un programma di formazione per operatori e operatrici del calcio per acquisire strumenti di educazione non formale attraverso lo sport. Insegneremo a questi allenatori e allenatrici a lavorare sul campo contro discriminazioni e pregiudizi, lavorando sulle attitudini e sul lato emotivo”.

Non si tratta quindi di un semplice corso teorico, ma di un vero e proprio training esperienziale, basato su metodologie di educazione non formale e attività di role-playing. L’obiettivo è fornire strumenti concreti per gestire situazioni reali: episodi di bullismo, linguaggi discriminatori, esclusione all’interno del gruppo.

Omofobia, razzismo e sessismo: cosa si insegna davvero sul campo

Rosario Coco
Rosario Coco

Uno degli aspetti più innovativi del progetto è la centralità dei temi legati alla diversity. Il percorso formativo affronta in modo diretto e strutturato le principali forme di discriminazione presenti nello sport e nella società.

Ancora Rosario Coco:

“Questo è il Community Coach, si affronterà il tema della diversity e quindi le principali basi di pregiudizio, omofobia, razzismo, sessismo, abilismo e sul lato della coesione del gruppo, il team building, quindi la cooperazione, la leadership, la capacità del gruppo di essere una sola cosa e di stare più forte in campo”.

Il messaggio alla base, dunque, è quello secondo cui lavorare sull’inclusione non è un elemento accessorio, ma una leva concreta per migliorare anche le performance sportive. Un gruppo coeso, consapevole e rispettoso è anche un gruppo più forte, dentro e fuori dal campo.

I numeri del progetto “Sport is Respect”: impatto reale sui giovani

I dati raccolti durante il progetto pilota parlano chiaro e mostrano un impatto significativo sia sul piano educativo che comportamentale.

Nelle sessioni di follow-up, oltre il 95% dei partecipanti ha dichiarato di aver acquisito competenze utili per ridurre la discriminazione, mentre più della metà ha riflettuto sui propri comportamenti passati, riconoscendo la possibilità di agire diversamente. Ancora più significativo il dato sugli Under 15: il 100% ha ritenuto utile l’attività e il 95% si sente oggi più preparato ad affrontare episodi di bullismo o discriminazione.

Numeri che confermano l’efficacia di un approccio basato sull’esperienza diretta e sulla partecipazione attiva.

Allenatori come educatori: il cambio di visione nel calcio di base

Il progetto segna una svolta culturale nel calcio giovanile: l’allenatore non è più solo un tecnico, ma diventa un educatore a tutti gli effetti.

Lo sottolinea ancora Rosario Coco:

“In questa prospettiva, lo sport può dialogare in modo più strutturato con il sistema educativo, rafforzando il proprio impatto sociale e contribuendo alla formazione delle persone, oltre che degli atleti”.

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Un approccio già consolidato in diversi Paesi europei come Germania, Francia e Regno Unito, dove la crescita personale e relazionale degli atleti è considerata parte integrante del percorso sportivo.

Dal campo alla società: lo sport come strumento contro l’hate speech

Il progetto si inserisce in un contesto più ampio di contrasto ai fenomeni di odio e discriminazione, sempre più presenti anche nello sport.

Antonio Parrilla, Coordinatore nazionale del progetto “Combating Hate Speech in Sport”, ha evidenziato:

“Contrastare l’hate speech nello sport è oggi fondamentale. I fenomeni di discriminazione presenti nella società si riflettono inevitabilmente anche nello sport, amplificati dalla sua natura emozionale e dalla visibilità mediatica”.

Proprio per questo, il corso “Community Coach” si propone come uno strumento concreto di prevenzione, capace di intervenire alla radice del problema, lavorando sulle nuove generazioni.

Le testimonianze dal campo: “Prima formiamo persone, poi calciatori”

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A confermare l’efficacia del metodo sono anche le testimonianze dirette di chi ha già sperimentato questo approccio. Giuliano Giannichedda, Mister delle Rappresentative Nazionali Serie D, racconta:

“Ammetto che inizialmente ero preoccupato all’idea di proporre un metodo innovativo a ragazzi di 18 e 19 anni, ma i risultati sono stati immediati. Spesso pensiamo di dover formare solo calciatori, ma prima ancora uomini, e l’esempio deve partire da noi”.

Un punto ribadito anche da Barbara Coscarella, Segretario Rappresentative Nazionali LND:

“Molti ragazzi, pur avendo già sentito parlare di discriminazione, durante il gioco ne abbiano percepito concretamente il peso. Nei giorni successivi, gli effetti del metodo sono stati evidenti: l’interesse si è tradotto in domande e riflessioni, con i giovani sempre più coinvolti nell’analisi di una problematica così diffusa”.

Il progetto europeo che guarda al futuro dello sport

Il “Training of Trainers – Community Coach” nasce all’interno di una collaborazione internazionale con il Consiglio d’Europa, con il patrocinio della FIGC e del Ministero per lo Sport e i Giovani.

Gabriela Matei, Senior Project Officer della Sport Division del Consiglio d’Europa, ha dichiarato:

“Il lavoro portato avanti in Italia è un esempio importante: promuove rispetto, inclusione e diversità, in linea con i principi del Consiglio d’Europa”.

Un riconoscimento che conferma il valore del progetto anche a livello europeo, dove viene già considerato una buona pratica replicabile.

Un investimento sul futuro: formare persone, non solo atleti

Alla base del progetto c’è un’idea semplice ma rivoluzionaria: lo sport può e deve essere uno strumento di crescita umana.

Come sottolineato da Rosario Coco:

“Lega Dilettanti apre questa selezione per tre settimane […] e investe in questo modo su un rinnovamento anche di quello che è il calcio di base, puntando non solo alla costruzione dell’atleta, alla formazione dell’atleta, ma alla formazione soprattutto della persona”.

Un investimento che guarda lontano, con l’obiettivo di costruire comunità più inclusive, consapevoli e coese. Perché è proprio dal calcio di base che passa una parte fondamentale del cambiamento culturale.

© Riproduzione riservata.

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