L’uso di ketamina tra uomini gay, il legame con il trauma e i rischi della dipendenza sono i temi al centro del terzo episodio di “UNCLOSETED, with Spencer Macnaughton”, podcast prodotto da Uncloseted Media, testata investigativa no-profit focalizzata sui temi LGBTQ+. Protagonista è Lucas Pearson, che racconta in prima persona come la sostanza sia diventata, da apparente via di fuga, una dipendenza capace di compromettere profondamente la sua salute mentale e fisica.
Un racconto crudo e dettagliato che si inserisce in un quadro più ampio, supportato da dati e studi: negli Stati Uniti, gay e lesbiche hanno quasi quattro volte più probabilità di usare ketamina rispetto alle persone eterosessuali, mentre uno studio del 2011 condotto nel Regno Unito evidenzia come gli uomini queer siano oltre tre volte più propensi all’uso rispetto alle donne queer.
In questo articolo
- 1 Perché la ketamina colpisce in modo particolare gli uomini gay
- 2 Lucas Pearson: il primo incontro con la ketamina
- 3 Dissociazione e perdita della realtà: “Era come essere in un’altra dimensione”
- 4 Dal sollievo alla dipendenza: isolamento, paranoia e psicosi
- 5 Il rifiuto familiare e il trauma religioso
- 6 Il punto più basso e la richiesta di aiuto
- 7 Terapia, comunità e il percorso di recupero
Perché la ketamina colpisce in modo particolare gli uomini gay
L’uso di ketamina è in crescita, ma non interessa tutte le comunità allo stesso modo. Diversi dati e testimonianze indicano come tra gli uomini gay esista una correlazione significativa tra consumo di sostanze e vissuti traumatici, spesso legati a esperienze di rifiuto, stigma o isolamento. Spesso associata ai contesti del chemsex, questa sostanza psicotropa dissociativa viene utilizzata insieme a metanfetamine e GHB, in dinamiche prolungate in cui i confini tra sé e l’altro tendono a sfumare.
La ketamina può apparire inizialmente come una risposta immediata al dolore. Molti uomini gay, infatti, convivono in misura sproporzionata con traumi e disturbi della salute mentale, e gli effetti dissociativi della sostanza, capaci di creare una temporanea sensazione di distacco dalla realtà, possono offrire un sollievo percepito come liberatorio.
Dal punto di vista clinico, la ketamina, sviluppata negli anni ’60, è descritta come una sostanza in grado di “indurre una sensazione di distacco dal proprio corpo, producendo uno stato simile a una trance caratterizzato da sollievo dal dolore, amnesia, euforia e distorsione della realtà”. Un meccanismo che, nel breve periodo, può sembrare quasi terapeutico, ma che nel lungo termine rischia di produrre l’effetto opposto, aggravando ansia, depressione e traumi preesistenti.
Oggi la ketamina viene anche utilizzata in alcuni contesti clinici controllati per il trattamento di depressione resistente e altri disturbi. Tuttavia, la sua crescente diffusione al di fuori di percorsi medici regolati solleva interrogativi sempre più urgenti sui rischi di abuso e dipendenza.
Lucas Pearson: il primo incontro con la ketamina

Lucas Pearson racconta nel podcast di aver provato la ketamina per la prima volta tra il 2014 e il 2015, in un bar di Louisville, Kentucky. Quell’esperienza del tutto casuale ha segnato l’inizio di un percorso molto più complesso.
“Un ragazzo mi ha chiesto se volevo provare una droga. All’epoca ero abbastanza nuovo a quell’ambiente, ma aperto a fare nuove esperienze, quindi ho detto sì. Aveva un cucchiaino appeso a una collana, ha tirato fuori una bustina e mi ha detto: ‘Ecco, sniffa’. Non ho nemmeno chiesto cosa fosse. L’ho fatto, e solo dopo ho scoperto che era ketamina”, ricorda.
Le sensazioni iniziali sono state immediate: “Ho iniziato a sentirmi molto più sciolto, tutto rallentava, e quella sensazione mi piaceva”. Ma ciò che lo ha colpito di più è stato l’effetto emotivo: “Sono andato a ballare e mi sono perso nella musica. In quel momento ho capito che ne volevo ancora, perché mi faceva dimenticare tutto il dolore e il trauma che avevo vissuto”. Una forma di anestesia emotiva che, fin da subito, si lega alla necessità di allontanarsi da un vissuto doloroso.
Dissociazione e perdita della realtà: “Era come essere in un’altra dimensione”
Uno degli aspetti più significativi dell’esperienza raccontata da Pearson è la dissociazione, ovvero quella sensazione di distacco totale dalla realtà. “Mi piaceva essere in questo ‘mondo perduto’, come un mondo non scoperto”, spiega. “Poi tornavo alla realtà e pensavo: ‘Sono stato via per un bel po’’”.
Alla domanda su cosa significhi sentirsi “via”, la risposta è ancora più diretta: “Era come essere in un’altra dimensione”. Questa condizione, inizialmente percepita come liberatoria, si trasforma progressivamente in un meccanismo di fuga sistematica dalla realtà, rendendo sempre più difficile distinguere tra benessere momentaneo e dipendenza.
Dal sollievo alla dipendenza: isolamento, paranoia e psicosi
Con il passare del tempo, l’uso di ketamina diventa sempre più frequente, fino a trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Pearson racconta di aver iniziato a usarla insieme ad altre droghe, per poi passare a un consumo esclusivo: “Era come se il mio cervello dicesse: ‘Questo è ciò di cui hai bisogno’”, spiega.
Il punto di rottura arriva quando la sostanza smette di essere un supporto e diventa il centro della sua vita. “Non stavo più socializzando. Mi stavo isolando completamente”, racconta.
Le conseguenze sono pesanti. Sul piano fisico: “Ero sempre stanco, non riuscivo a funzionare nella vita quotidiana”. Ma è soprattutto a livello mentale che emergono gli effetti più gravi: “Sono diventato incredibilmente paranoico. Pensavo che tutti ce l’avessero con me”.
Lucas descrive anche episodi di allucinazioni e psicosi: “Sentivo voci, rumori fuori dalla finestra, qualcuno che bussava alla porta. Pensavo che qualcuno fosse venuto a prendermi”.
Il rifiuto familiare e il trauma religioso
Alla base della dipendenza c’è anche una storia di rifiuto familiare e di educazione religiosa rigida. Pearson cresce in un ambiente religioso conservatore, dove l’omosessualità era apertamente condannata. “Fin da piccolo mi veniva detto che gli uomini non dovrebbero stare con altri uomini, che era sbagliato”, racconta.
Capisce di essere gay tra gli 8 e i 10 anni, ma ha interiorizzato l’idea di essere “sbagliato”. “Mi sono sempre vergognato di chi ero”, spiega.
Il coming out, a 16 anni, è un momento traumatico: “Non riuscivo nemmeno a dirlo a voce, l’ho scritto su un foglio”. La reazione della madre è immediata: “Ha detto ‘stavamo pregando per questo’ ed è uscita di casa chiamando i familiari”. Un gesto che lo espone senza consenso e che segna profondamente il suo percorso: “Non ho potuto nemmeno dirlo io agli altri, è stata lei a farlo”.
L’episodio si inserisce in una dinamica più ampia: contesti religiosi fortemente normativi possono favorire l’interiorizzazione di senso di colpa e vergogna, trasformandosi in fattori di rischio per dipendenze e comportamenti di fuga.
Il punto più basso e la richiesta di aiuto
Il momento più difficile arriva quando Lucas si ritrova completamente solo, isolato e dipendente dalla sostanza. “Ho avuto un momento di lucidità: ho capito che ero totalmente solo e che non sarebbe finita bene se avessi continuato così”, racconta.
È lì che decide di chiedere aiuto. Contatta un amico sobrio e gli chiede di accompagnarlo a un incontro di recupero: “È stato fondamentale. Ho capito che non ero solo, che c’erano altre persone con storie simili”.
Terapia, comunità e il percorso di recupero
Il percorso di recupero passa attraverso la terapia e un lavoro profondo sul trauma. “Parlare con qualcuno senza essere giudicato è stato fondamentale”, spiega. “Avevo portato quel peso per tutta la vita, e finalmente ho potuto lasciarlo andare”.
Tra gli strumenti più efficaci cita la scrittura: “Mettere i pensieri su carta mi ha aiutato a visualizzarli e lasciarli andare”. Determinante anche la costruzione di una rete sociale positiva: “Il terapeuta mi ha consigliato di circondarmi di persone sane, non necessariamente sobrie, ma che facessero altro oltre a stare al bar”.
E poi l’attività fisica, oggi parte della sua quotidianità: “Mi ha aiutato tantissimo a ritrovare autostima”.
Oggi Lucas Pearson sceglie di raccontare la sua storia per aiutare altre persone: “Se posso aiutare anche una sola persona, ne vale la pena”, afferma. Poi, dà un consiglio a chi sta vivendo la sua stessa situazione: “Il primo passo è ammettere che qualcosa deve cambiare”. Infine, l’invito a non affrontare tutto da soli: “Rivolgiti a qualcuno che possa ascoltarti davvero”.

