Bulgaria come una nuova Ungheria, svolta filo-Putin: vince il populista di sinistra Radev che firmò la legge anti-LGBTIQ sul modello russo

Alle elezioni del 19 aprile il suo partito ha sfiorato il 46%, conquistando la maggioranza assoluta. Da presidente aveva già firmato la legge che vieta la 'propaganda LGBT' nelle scuole bulgare sul modello russo.

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La Bulgaria ha un nuovo governo. O meglio: potrebbe averne uno, per la prima volta stabile, dopo otto elezioni anticipate in cinque anni. Ieri 19 aprile 2026, con uno spoglio ancora in corso ma già definitivo nella sostanza, il partito “Bulgaria progressista” dell’ex presidente Rumen Radev ha ottenuto quasi il 46% dei voti, percentuale potrebbe valere 120 seggi su 240, ovvero la maggioranza assoluta del parlamento. Il partito conservatore favorevole all’Unione Europea GERB, che aveva governato il paese per oltre dieci anni, si è fermato al 13%. Un collasso senza precedenti. Dal 1° Gennaio 2026 la Bulgaria ha adottato l’euro.

Chi è Radev, e cosa significa questa vittoria per la comunità LGBTQ+ bulgara

Rumen Radev, 62 anni, generale dell’aeronautica militare, ha guidato la Bulgaria come presidente per due mandati consecutivi dal 2016. A gennaio 2026 ha lasciato anticipatamente la presidenza per fondare il suo movimento politico e presentarsi alle elezioni. Ha vinto con una campagna centrata sulla lotta alla corruzione e su un populismo di sinistra che mescola anti-europeismo e aperture alla Russia. Il fatto che un presidente della Repubblica si dimetta per farsi eleggere come premier ha lasciato interdetti molte cancellerie dell’Unione Europea.

Il suo curriculum sui diritti LGBTQ+ non lascia molto spazio all’interpretazione. Il 7 agosto 2024, il parlamento bulgaro ha approvato un emendamento alla legge sull’istruzione che vieta la “propaganda lgbt”, ovvero la  promozione o istigazione, in qualsiasi forma, diretta o indiretta, di idee e opinioni legate all’orientamento sessuale non tradizionale e/o all’identità di genere diversa da quella biologica” nelle scuole.

La legge, che era stata proposta dal partito di estrema destra Rinascita e approvata con 135 voti su 240, grazie anche al supporto del partito conservatore pro-UE GERB, è modellata sulla legislazione russa anti-propaganda gay approvata oltre un decennio prima.

Proprio Radev l’ha firmata il 15 agosto 2024, ignorando una petizione di oltre 7.000 firme che chiedeva il veto presidenziale, le lettere di centinaia di accademici bulgari e l’appello esplicito del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty.

La legge è in vigore dall’inizio dell’anno scolastico settembre 2024. Da allora, insegnanti e dirigenti scolastici continuano a ricevere consulenza legale da organizzazioni per i diritti umani, incapaci di determinare dove sia il confine tra ciò che è consentito e ciò che non lo è. La formulazione vaga è, probabilmente, parte del progetto. Un’ambiguità che lascia interpretazioni arbitrarie per attaccare e rimuovere ostacoli politici all’esecutivo.

Cosa ha detto Radev sui diritti LGBT in campagna elettorale

Durante la campagna elettorale, interrogato su eventuali politiche verso la comunità LGBTIQ+, Radev ha risposto con una formula che potrebbe uscire direttamente dal manuale di Orbán: ha invocato un “sobrio ritorno alla realtà dei due sessi”. Ha espresso dubbi sulla “ideologia liberale” e sul Green Deal europeo. Ha ribadito che intende mettere “l’economia prima dell’ideologia”: secondo gli analisti si tratta di una formula che significa, tra le altre cose, riaprire il dialogo energetico con Mosca.

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Il parallelo con Viktor Orbán è stato evocato da più commentatori internazionali, anche se alcuni analisti lo considerano riduttivo: Radev è un populista di sinistra, non un conservatore identitario di destra come l’ex premier ungherese. Le sue posizioni anti-LGBT sembrano più il prodotto di un calcolo elettorale che di una visione ideologica strutturata.

L’impatto inquietante sulla comunità

Il 72% degli studenti LGBTQ+ bulgari ha dichiarato di aver subito bullismo a scuola a causa del proprio orientamento sessuale o identità di genere, secondo uno studio dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali del 2024. Uno studio condotto dalla fondazione Single Step sugli studenti LGBTIQ+ delle scuole secondarie bulgare ha rilevato che la metà ha già contemplato il suicidio, il 68% affronta molestie, il 24% ha subito aggressioni fisiche. Dati che erano già allarmanti prima della legge. Da settembre 2024 in poi, gli operatori psicologici che lavorano con giovani LGBTQ+ riferiscono un aumento significativo di paura e ansia.

Nel frattempo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito nel settembre 2023 che il mancato riconoscimento delle coppie dello stesso sesso in Bulgaria costituisce una “violazione dei diritti umani.” La Bulgaria non ha risposto. A marzo 2026, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato che la legge bulgara che impedisce il riconoscimento legale dell’identità di genere delle persone trans è in violazione del diritto UE. Anche in questo caso, la risposta ufficiale è il silenzio.

L’Unione Europea resta a guardare

Quando l’Ungheria approvò la sua legge anti-LGBT nel 2021, l’Unione Europea reagì rapidamente: congelò 700 milioni di euro di fondi e avviò una procedura d’infrazione, la prima volta nella storia dell’UE che veniva invocato l’articolo 2 del Trattato, quello che garantisce uguaglianza e rispetto dei diritti umani, contro uno Stato membro. Con la Bulgaria, il silenzio è stato quasi totale. Il gruppo Renew Europe ha chiesto un’indagine della Commissione Europea. L’organizzazione per i diritti LGBTQ+ Forbidden Colours ha chiesto sanzioni immediate. Ma nullva si è mosso.

Ora, con Radev al governo con una maggioranza assoluta e senza bisogno di coalizioni, il quadro politico bulgaro potrebbe essere il più stabile degli ultimi cinque anni. Per la comunità LGBTIQ+ del paese, questa stabilità ha un costo già noto: è la stessa persona che ha firmato la legge anti-propaganda a tenere in mano il timone. E la Russia di Vladimir Putin, a pochi giorni dal tracollo di Orbán e la vittoria di Magyar in Ungheria, sembra aver trovato un nuovo cavallo di Troia nell’Unione Europea.

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