A inizio agosto, il Parlamento bulgaro approvava la controversa legge destinata a vietare la “propaganda LGBTQIA+” nelle scuole, suscitando una vasta ondata di indignazione a livello nazionale e internazionale. La norma, fortemente voluta dal partito ultraconservatore e filorusso Vazrazhdane, ha ottenuto un sostegno trasversale sorprendente, con 159 voti a favore, 22 contrari e 12 astensioni, rivelando un’inedita compattezza politica in un Paese altrimenti segnato da una prolungata crisi istituzionale.
L’introduzione della legge si inserisce infatti in un periodo storico particolarmente delicato per la Bulgaria, che si prepara alle sue settime elezioni in soli tre anni. Un quadro di instabilità che potrebbe facilmente aprire al consolidamento delle forze politiche più conservatrici, pronte a cavalcare il malcontento popolare e a sfruttare la retorica nazionalista per riaffermare la loro posizione.
Nonostante le pressioni degli attivisti per i diritti umani e delle organizzazioni internazionali, il presidente bulgaro Rumen Radev ha scelto di non opporre il proprio veto per evitare ulteriori frammentazioni, permettendo alla normativa di entrare ufficialmente in vigore il 15 agosto.
Decisione che ha alimentato ulteriormente le già infiammate proteste nelle strade della capitale, dove centinaia di manifestanti, coordinati da GLAS Foundation – la più grande organizzazione a tutela e promozione dei diritti LGBTQIA+ in Bulgaria – hanno espresso il loro dissenso nei confronti di quella che percepiscono come una pericolosa deriva autoritaria.
“Secondo diversi esperti, la Bulgaria sta vivendo un tentativo di deviazione dalla sua attuale traiettoria verso l’integrazione europea – si legge in un post Instagram condiviso da GLAS – Il sacrificio dei diritti della comunità LGBT potrebbe rappresentare solo l’inizio, mettendo presto in discussione i principi democratici su cui si fonda il governo del Paese”.
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La Bulgaria sembra quindi intenzionata a imboccare una strada preoccupante, che potrebbe allontanarla dai valori fondamentali dell’Unione Europea per avvicinarla alla pericolosa retorica repressiva russa, la quale, negli ultimi anni, ha esercitato una crescente attrattiva su alcuni Paesi dell’Europa dell’Est recentemente integrati nell’UE.
Non a caso, Renew Europe, tra i gruppi politici più attivi sul fronte europeo, ha condannato duramente la scelta di Radev, definendo la legge una flagrante violazione dei diritti fondamentali sanciti dai trattati comunitari. In un comunicato, i parlamentari del gruppo liberale hanno sollecitato la Commissione Europea a verificare la conformità della normativa bulgara rispetto ai principi dell’Unione, aprendo potenzialmente la strada a una procedura d’infrazione.
Nel frattempo, organizzazioni per i diritti umani, sia bulgare che internazionali, stanno facendo pressioni su Bruxelles affinché vengano adottate misure concrete contro Sofia. Forbidden Colours ha già chiesto il congelamento dei fondi europei destinati ai settori dell’istruzione e della cultura, inclusi quelli del programma Erasmus+, e su questo fronte sia Ilga che AllOut! – attraverso una petizione – hanno esortato le istituzioni comunitarie a prendere immediatamente posizione
Tuttavia, l’applicazione di sanzioni rischia di rivelarsi insufficiente di fronte a un problema ben più profondo. In Bulgaria, l’ostilità verso le persone LGBTQIA+ è infatti radicata in una cultura di intolleranza diffusa, specialmente nelle aree rurali, dove il tema rimane largamente tabù e raramente affrontato. La vita quotidiana delle poche persone queer che hanno il coraggio di vivere alla luce del sole è spesso segnata dalla paura e dalla violenza, con un aumento esponenziale delle aggressioni verbali e fisiche a partire dal 2021 nei confronti delle identità non conformi.
Il rifiuto della Bulgaria di recepire una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che l’anno scorso ha chiesto il riconoscimento legale delle unioni omosessuali, evidenzia ulteriormente l’ostinazione del governo nel perseguire una linea di chiusura sulle le orme di Paesi come l’Ungheria, che nel 2021 ha introdotto una legislazione simile, ispirata a sua volta dalla legge anti-LGBT russa del 2013.
Ed è proprio l’esempio ungherese ad offrire un quadro preoccupante per il futuro della Bulgaria. Nonostante l’Unione Europea abbia avviato una procedura d’infrazione contro Budapest per la violazione dei valori fondamentali, bloccando miliardi di euro in fondi di coesione, il governo di Viktor Orbán non ha fatto passi indietro.
Allo stesso modo, Vazrazhdane non sembra intenzionato a fermarsi. Alla vigilia delle prossime elezioni anticipate, il partito ha già annunciato una nuova proposta di legge per regolamentare gli “agenti stranieri”, una misura ispirata direttamente dalla controversa normativa russa e già adottata in Georgia. Ulteriore passo che rischia di acuire le tensioni interne e rafforzare i timori di una deriva autoritaria che potrebbe compromettere ulteriormente il fragile equilibrio democratico della Bulgaria.
