Non voleva gay in cucina, lo chef Paolo Cappuccio condannato per discriminazione

Per il tribunale di Trento le parole dello chef hanno costituito una discriminazione in materia di occupazione, stabilendo una distinzione tra lavoratrici e lavoratori basata non su ragioni oggettive, impersonali e tecniche, ma su questioni che attengono la sfera personale dell’individuo.

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Paolo Cappuccio e l'annuncio di lavoro omofobo
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L’estate scorsa, era il mese di luglio del 2025, lo chef Paolo Cappuccio finì sulle prime pagine di tutti i giornali per un annuncio di lavoro social in cui cercava personale per un importante hotel di Madonna di Campiglio, ad esclusione di “comunisti/fancazzisti, masterchef del cazz* ed affini. Persone con problematiche di alcool, droghe e di orientamento sessuale. Quindi se eventualmente resta qualche soggetto normale“.

Parole sconvolgenti che suscitarono un vespaio di polemiche, con Arcigay che annunciò l’intenzione di denunciarlo e il diretto interessato, fiero della svastica tatuata sul braccio, che provò così a giustificarsi dalle pagine del Corriere della Sera: “Mi è capitato di avere persone non etero, che esibivano in modo molto eccessivo, fino a dar fastidio, il loro modo di vivere diversamente. In brigata si creavano problemi, litigi, insulti. Quindi, per evitare spiacevoli conversazioni, ho sottolineato che uno può essere quello che vuole, ma non ostentarlo in questo modo troppo oltre e poco elegante. Io ho amici gay, usciamo e andiamo in vacanza assieme. Ma sul lavoro uno sta al suo posto. Se invade la libertà di un altro sta imponendo la sua posizione di vita, che può dar fastidio”.

La sentenza che condanna Paolo Cappuccio

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Passato quasi un anno Paolo Cappuccio è stato condannato dal Tribunale di Trento per discriminazione in ambito lavorativo. A presentare ricorso era stata la Cgil del Trentino, assistita dagli avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso, che Cappuccio dovrà ora risarcire con 6.000 euro, più le spese legali. Il tribunale ha inoltre stabilito che la sentenza dovrà essere pubblica su un giornale nazionale, Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole24Ore, La Stampa o il Fatto quotidiano, a scelta di Cappuccio, che dovrà coprirne le spese.

Secondo la giudice Giuseppina Passarelli, il comportamento dello chef ha costituito “una forma di discriminazione indiretta multifattoriale”. “Dichiarazioni idonee a dissuadere le persone dal presentare le proprie candidature per un posto di lavoro“. L’articolo 21 della Costituzione, che garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, evidenzia una libertà che “non ha natura di diritto assoluto“, soprattutto quando va “a violare altri principi costituzionalmente tutelati”. “Ne risulta una distonia con i valori fondamentali della Costituzione, in cui il lavoro, anche imprenditoriale, impone il rispetto dei principi di uguaglianza e solidarietà che non tollerano distinzioni o pregiudizi di sorta, vincolando l’iniziativa privata al rispetto dell’utilità sociale“.

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Chef Paolo Cappuccio, foto social

Per il tribunale di Trento le parole di Cappuccio, all’epoca rilanciate anche in radio a La Zanzara e in un’intervista a Il Giornale, hanno costituito una discriminazione in materia di occupazione, stabilendo una distinzione tra lavoratrici e lavoratori basata non su ragioni oggettive, impersonali e tecniche, ma su questioni che attengono la sfera personale dell’individuo. La sentenza ha inoltre ammesso il titolo di Cgil ad agire in ricorso per tutelare un interesse collettivo, che riguarda cioè non una singola specifica persona, ma un gruppo potenziale di individui, cioè le lavoratrici e i lavoratori.

Festeggia la Cgil del Trentino, assistita dagli avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso.

Abbiamo scelto di presentare ricorso in coerenza con i nostri valori e con quanto prevede lo Statuto del nostro sindacato. Noi ci battiamo contro ogni forma di discriminazione“, ha precisato al Corriere della Sera Manuela Faggioni, che ha la delega alle pari opportunità. “Quelle parole sono state inaccettabili. Un lavoratore e una lavoratrice possono essere giudicati per le loro capacità professionali e le loro competenze, non certamente per la loro appartenenza politica o sindacale, né tanto meno per il proprio orientamento sessuale. È grave inoltre pensare e scrivere che chi si riconosce in pensieri politici di sinistra o non sia allineato ai gusti eterosessuali o peggio voglia far valere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sia un nullafacente”.

Paolo Cappuccio non ha ancora commentato la sentenza di condanna.

© Riproduzione riservata.

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