Scuola militare Teulié, gli abusi del prof sui ragazzi maschi: le domande che restano

Vittime maschi, omofobia interiorizzata, cultura militare: le dimensioni della storia che la cronaca non ha raccontato.

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Un professore agli arresti domiciliari. Almeno sette vittime accertate, tutte ragazzi. Abusi sessuali, ricatti, bonifici, messaggi su Telegram, un lecca-lecca offerto fuori dalla caserma per comprare il silenzio. La vicenda è stata raccontata da tutti i principali media italiani nei giorni scorsi. Ma con una rimozione sistematica: nessuno ha scritto esplicitamente che si tratta di un uomo che abusava sessualmente di ragazzi maschi. Nessuno ha usato quella specificità per ragionare su cosa significa, su perché quei ragazzi non hanno parlato, su cosa ha reso possibile mesi di silenzio collettivo.

Restano cinque domande, tutte legate al concetto di mascolinità, nel caso di manipolazioni e abusi che un prof avrebbe inflitto agli studenti della scuola militare Teulié in Corso Italia a Milano.

Proviamo a capire.

Scuola Militare Teuliè di Milano in Corso Italia - Foto di repertorio
Cosa è successo? A che punto è l’indagine? La storia con i dettagli che conosciamo qui > (Foto di repertorio)

1. Il maschio che manca: perché nessuno chiama questa storia con il suo nome?

Basta rileggere i titoli usciti il 4 e il 5 giugno. “Abusi sugli allievi“. “Violenze sugli studenti“. “Molestie alle vittime“. Parole tecnicamente corrette, ma deliberatamente neutrali, che omettono una dimensione precisa della storia. Le vittime sono ragazzi. Il professore è un uomo. Le studentesse, le allieve, che pure frequentavano la stessa scuola, gli stessi corridoi, le stesse aule, non sono mai state oggetto delle sue attenzioni sessuali. Lo hanno dichiarato esplicitamente agli inquirenti: sapevano dei “netti favoritismi” nei confronti dei compagni maschi, avevano visto chat dal “tenore disgustoso”, se ne erano lamentate con il preside. Eppure nei titoli, nei sommari, nei testi degli articoli usciti, questa specificità è evaporata. Perché nominarla è scomodo e rischia di alimentare stigma e stereotipi. Ma quella precisazione va fatta.

2. L’omofobia istituzionale è un fattore di silenzio?

La domanda più scomoda che emerge dagli atti dell’inchiesta non è chi ha abusato e di chi. È: perché nessuno ha parlato per mesi? Le allieve sapevano. Alcuni docenti sapevano. Le chat circolavano: “una cosa risaputa, che gira a scuola“, ha dichiarato una studentessa agli inquirenti. Il primo ragazzo che ha poi denunciato si era già rivolto ai superiori militari della scuola a fine marzo: gli avevano chiesto di scattare fotografie per documentare gli episodi, poi “non avevano più convocato il ragazzo“. Un silenzio istituzionale che gli inquirenti stanno ora valutando sotto il profilo dell’omessa denuncia. Ma c’è una dimensione di quel silenzio che il diritto penale non raggiunge. In un contesto militare, che è gerarchico, maschile, chiuso, fondato su una cultura della mascolinità come valore fondante, ammettere di aver subito avances sessuali da un uomo comporta uno stigma che va oltre quello già pesante di qualunque vittima di abuso sessuale. Significa raccontare pubblicamente di aver subito atti sessuali da un uomo. In un ambiente, quello militare, dove la vulnerabilità è percepita come debolezza e la virilità come requisito, quella confessione ha un costo altissimo. Quella vergogna ha un nome preciso. Si chiama omofobia interiorizzata. E agisce come silenziatore, spesso più efficace di qualunque minaccia esplicita. È un agente che opera nell’ombra, un sotterraneo meccanismo di potere, una mappa di coercizione conformata allo stereotipo machista che prevede idoneità, ordine e forza. Perfettamente calato nella cultura militare.

3. L’ambiente militare è lo strumento del sopruso?

Gli inquirenti scrivono negli atti che M.R. prendeva di mira gli studenti “più fragili, con problemi scolastici“. Una vera e propria strategia. Alla Teulié una bocciatura significa perdere il posto in convitto, uscire dall’istituto, abbandonare il progetto di una carriera militare che per molti di quei ragazzi era anche il progetto delle loro famiglie. Uno degli studenti lo ha detto esplicitamente agli inquirenti: ‘Io non vado molto bene a scuola, e quindi potrei rischiare la bocciatura‘. Dietro quella frase c’è tutto: il convitto, la carriera militare come progetto familiare, l’idea che una bocciatura alla Teulié costituisca il crollo di un’intera prospettiva di vita. Non è difficile immaginare, inoltre, le famiglie che sottopongono i ragazzi a pressioni sui sacrifici fatti, sull’occasione della vita che non può sfumare. M.R. aveva capito esattamente quali tasti toccare. Sapeva e usava con perfidia, a quanto emerge dalle indagini, il quadro psicologico dei suoi allievi. “Se non vieni a casa mia concretizzando, la maturità la sostieni con le sole tue forze“, avrebbe detto a uno studente, secondo quanto riportato da Il Giorno sulla base dell’ordinanza. “Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto perché poi, ti ricordo, c’è sempre la maturità“, scriveva in un messaggio.

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Quel ricatto funzionava perché l’istituzione lo rendeva possibile. Il convitto isolava i ragazzi dalla famiglia e dalla rete sociale ordinaria. La gerarchia, che in una scuola militare ha un valore “ancor più rilevante che negli ordinari percorsi scolastici“, come scrive il gip Sparacino, rendeva impensabile la ribellione. M.R. era anche componente interno della Commissione per gli esami di maturità: deteneva cioè un potere formale e certificato sui destini scolastici di quegli studenti. Certi ambienti maschili, gerarchici, chiusi, totalmente istituzionalizzati, producono condizioni strutturalmente favorevoli all’abuso. Cosa ha reso possibile che funzionasse così a lungo? E anche: l’ambiente militare ha favorito una copertura? Il prestigio della scuola ha prevalso come priorità rispetto al possibile scandalo?

4. La mascolinità tossica è l’ostacolo alla denuncia?

Uno dei ragazzi si è detto “pietrificato” durante un abuso. Un altro, come detto, ha ammesso agli inquirenti come fosse una colpa: “Io non vado molto bene a scuola, e quindi potrei rischiare la bocciatura”, spiegando perché aveva ceduto alle richieste del professore. Un terzo si è ritirato dalla scuola senza denunciare. Nessuno ne ha parlato per mesi. Quando finalmente uno studente ha rotto il silenzio, lo ha fatto prima rivolgendosi ai superiori militari, che come detto gli hanno chiesto prove fotografiche e poi non lo hanno più ricontattato, e solo in seguito alla Procura. Cosa rende così difficile per un ragazzo denunciare di aver subito abusi sessuali da un uomo? La risposta non è semplice, ma una parte di essa è culturalmente precisa. La mascolinità, e in particolar modo quella che viene insegnata, premiata, richiesta in ambienti come una scuola militare, non prevede la vulnerabilità. Non prevede di essere vittime. Non prevede, soprattutto, per un uomo, di essere vittime di un uomo. Denunciare significava anche esporsi a una forma di stigma che nella cultura dominante non ha ancora trovato un linguaggio di elaborazione collettiva. E significava anche, soprattutto nella cultura militare, rispondere alla domanda ‘perché non ti sei difeso?‘, che precede la successiva, prevedibile quanto patetica, accusa: ‘Non sai difendere te stesso, come puoi difendere gli altri cittadini e la patria?’ La mascolinità tossica, prima di essere strumento per abusare, è contagio, è il muro che separa le vittime maschili dalla possibilità di chiedere aiuto, è la smania conformista di adeguarsi allo stereotipo dominante che finisce per indurre anche i maschi desiderosi di essere altro ad abbandonarsi alla cultura della forza. Cultura della forza che, in ambienti militari, è vincente.

5. Le foto restavano soltanto nelle mani dell’indagato?

Le foto che M.R. estorceva ai ragazzi restavano soltanto sul telefono di M.R., o finivano in una rete più diffusa di distribuzione online? Sulla base di quanto filtrato dalle indagini, non ci sono elementi che facciano pensare a un traffico di materiale fotografico e dunque si tratta di una domanda giornalistica ad ora senza risposta. Ma questa indagine è appena iniziata.

© Riproduzione riservata.

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