Il decreto sicurezza mette a rischio i Pride, ecco cosa dobbiamo fare. Arcigay: “Stiamo scivolando verso qualcosa che non conoscevamo”
Quali sono i rischi reali? E cosa possiamo fare per proteggere i Pride e per evitare l'autocensura? Ne abbiamo parlato con il segretario nazionale Arcigay Gabriele Piazzoni: "Inaccettabili deterrenti alla partecipazione".
Giuliano Federico
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Il Pride è nato da una rivolta contro i soprusi della polizia. I moti d New York del 1969, la rivolta partita dal piccolo locale Stonewall. Fatti ormai noti e sedimentati nella memoria della comunità LGBTIQ+. Nessuno immaginava che le sciagurate destre di governo di questi tempi potessere ricondurci a quel rischio.
“Nella politica italiana c’è chi evidentemente punta a farci assomigliare alla Russia, ma la sua meta per fortuna è ancora lontana” ci spiega Gabriele Piazzioni, segretario nazionale Arcigay a proposito del Decreto Sicurezza approvato dalla Camera lo scorso 24 aprile, sul quale dalle pagine di Gay.it si era sollevata una domanda: che rischio c’è per i Pride italiani?
“Partiamo da un punto fermo: una persona non può essere fermata per il solo fatto di partecipare a un Pride” spiega Piazzioni. Ma le zone d’ombra sono assai sottili, e si allungano inesorabili se le osserviamo nel tempo, nella pressione su ogni singolo partecipante ai Pride, sugli organizzatori, e sull’imminenza della notte che sembra pian piano addormentare il dissenso democratico. Eppure, come dimostrano le interviste a tutti i Pride italiani che sta realizzando Gay.it sul territorio, il popopolo LGBTIAQ+ italiano ha molto da dire e dissentire.
Sulle novità subdole e problematiche introdotte dalle smanie di sicurezza, o per meglio dire dalle paranoie di ordine e controllo, del Governo Meloni, Arcigay vigilierà. Piazzoni suggerisce alcuni strumenti e comportamenti: presidiare i Pride, documentare ogni anomalia, anche registrando dei video da postare immediatamente sui social. E soprattutto riempire le piazze. È la risposta più democratica ed efficiente possibile. Ed è anche una risposta che, fino a qualche anno fa, non avremmo immaginato di dover dare.
Il decreto sicurezza lascia i Pride in piedi, ma li svuota dall’interno. Nessun divieto esplicito, nessuna menzione della comunità LGBTQ+: ma un sistema di regole più stringenti, responsabilità più pesanti per chi organizza, poteri di intervento immediato nelle mani delle forze dell’ordine, senza che un giudice possa intervenire in tempo. Se ti fermano prima del Pride, al Pride non ci vai. Per decisione di un agente delle forze dell’ordine. Anche se poi il giudice ti darà ragione, quella manifestazione l’hai persa.
Funziona così, l’erosione delle libertà, quando è ben congegnata. Arriva un pezzo alla volta, con una giustificazione ragionevole, sempre nel nome della sicurezza. Trasforma la partecipazione democratica in «un percorso a ostacoli». Produce autocensura silenziosa, inconscia, che non ha bisogno di ordini dall’alto, perché la compi tu stesso, su te stesso, prima ancora che qualcuno te lo chieda. Ombre che calano lentamente, sempre più lunghe, finché, a un certo punto, sarà notte?
Il decreto sicurezza introduce il fermo preventivo fino a 12 ore senza autorizzazione di un giudice. Una persona LGBT che partecipa a un Pride può essere fermata in via preventiva solo perché ritenuta “potenzialmente pericolosa” dalle forze dell’ordine? Su quali basi concrete? Chi le stabilisce? Poliziotti e carabinieri? Senza un giudice? Ma che… siamo in Russia?
… in effetti nella politica italiana c’è chi evidentemente punta a farci assomigliare alla Russia, ma la sua meta per fortuna è ancora lontana. Partiamo da un punto fermo: una persona non può essere fermata per il solo fatto di partecipare a un Pride. Questo è escluso dal nostro ordinamento e sarebbe un vulnus inaccettabile ai principi costituzionali. Detto questo, dobbiamo essere chiari sui rischi concreti che questo decreto porta con sé. Le forze dell’ordine hanno poteri di intervento immediato in situazioni di ordine pubblico o per esigenze di identificazione e sicurezza. Il problema è che queste valutazioni vengono fatte sul momento, sulla base di elementi concreti legati alla situazione, ma senza un controllo giudiziario preventivo. Il punto critico non è “chi sei”, ma il fatto che la prima valutazione sia operativa e non giudiziaria. Il controllo del giudice arriva dopo, quando magari la manifestazione è già finita e il danno è fatto. È su questo squilibrio tra intervento immediato e garanzie successive che si apre la questione, cioè il rischio reale di limitazioni ingiustificate delle libertà democratiche. E questo ci preoccupa profondamente.
Chi organizza un Pride rischia multe fino a 10.000 euro se i partecipanti violano le prescrizioni della questura, anche senza che l’organizzazione abbia fatto nulla di sbagliato. Come cambia, concretamente, la responsabilità legale dei soggetti locali che organizzano i cortei?
Qui la situazione diventa ancora più delicata: gli organizzatori non rispondono automaticamente di ogni comportamento dei partecipanti – questo va chiarito. Però, se vengono violate le prescrizioni imposte dall’autorità di pubblica sicurezza, possono esserci conseguenze anche per l’organizzazione, indipendentemente dal fatto che non abbia materialmente causato la violazione. C’è una cosa che cambia in concreto: la responsabilità si sposta sempre più sulla capacità di garantire il rispetto complessivo delle condizioni della manifestazione, non solo sulla condotta diretta degli organizzatori. Questo è un peso di controllo che non è giusto scaricare in modo così diretto su chi organizza. Stiamo parlando di associazioni attraversate da persone che usano il proprio tempo libero, quasi sempre a titolo volontario, per difendere diritti fondamentali. Il rischio concreto è che nessuno si metta più a organizzare manifestazioni perché si chiede di garantire cose che nella realtà non si ha il potere di garantire. È un deterrente mascherato.
Entriamo nel merito e proviamo a immaginare un esempio concreto. Il controllo del giudice sul fermo preventivo delle forze dell’ordine arriva solo dopo, quando la manifestazione è già iniziata o conclusa. Dal punto di vista legale, esiste uno strumento concreto con cui un partecipante a un Pride può tutelarsi in tempo reale, mentre è trattenuto in caserma? Intendo: cosa potrebbe fare per indurre le forze dell’ordine a desistere e lasciarlo libero di partecipare alla parata?
Nell’immediato gli strumenti sono quelli ordinari: essere informati del motivo del fermo, chiedere l’assistenza di un avvocato e far verbalizzare la propria posizione. Ma la risposta scomoda è: no, non esiste uno strumento che consenta una revisione immediata della decisione delle forze dell’ordine sul momento. La tutela piena arriva dopo, con il controllo del giudice. Questo significa che la fase decisiva dell’intervento è sempre anticipata rispetto alla verifica giurisdizionale. In pratica: se ti fermano prima del Pride, al Pride non ci vai. Punto.
Anche se poi il giudice ti darà ragione, tu quella manifestazione l’hai persa. Ed è esattamente questo l’effetto deterrente che queste norme vogliono produrre.
Le forze dell’ordine potrebbero considerare pericolosa per una parata la presenza di un attivista in mutande che porti una croce che ironizzi sul Cristo (è solo un esempio): avrebbero questa facoltà? E chi e cosa impedirebbe loro di esercitarla?
Dal mio punto di vista no, non possono intervenire sulla base del contenuto simbolico o provocatorio di un gesto. La nostra Costituzione tutela la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero. Possono intervenire solo se esistono elementi concreti di rischio per l’ordine pubblico o violazioni di legge. La discrezionalità esiste nella valutazione del contesto operativo, ma è vincolata a questi presupposti ed è sempre sindacabile dal giudice. Ma la vera domanda è: sul campo, in quel momento, chi lo fa rispettare questo limite? La valutazione iniziale resta nelle mani di chi interviene, e il controllo arriva dopo. È qui che si annida il pericolo.
Esistono accorgimenti pratici che le associazioni possono adottare per ridurre l’esposizione legale?
Sì, e sono diventati ormai strumenti strutturali, indispensabili: interlocuzione preventiva con la questura, definizione dettagliata del percorso, servizio d’ordine ben organizzato, supporto legale durante la manifestazione e documentazione accurata di eventuali criticità. Servono a ridurre il rischio di contestazioni e a dimostrare il rispetto delle prescrizioni. Ma attenzione: tutto questo complica sempre di più la vita a chi vuole semplicemente organizzare una manifestazione per rivendicare diritti e libertà. Stiamo trasformando la partecipazione democratica in un percorso a ostacoli: non è normale, non dovrebbe essere così.
Gabriele Piazzoni, segretario generale Arcigay
Il decreto prevede che chi è già stato condannato per reati commessi durante una manifestazione possa essere escluso da qualsiasi riunione pubblica per anni. Quali rischi si intravedono sul lungo termine per l’attivismo LGBTQIA+?
Il rischio principale è un effetto progressivo e insidioso: la riduzione della partecipazione attiva di chi ha già avuto condanne legate a manifestazioni. Non si tratta di un divieto generalizzato, ma di strumenti che, se applicati in modo estensivo, possono restringere nel tempo la platea del dissenso organizzato e partecipato. Stiamo parlando di schedare,
isolare, marginalizzare chi fa attivismo. È una strategia di erosione delle libertà che non colpisce tutti insieme, ma un pezzo alla volta. Oggi le persone più esposte, domani chi?
C’è una deduzione che possiamo fare con semplicità e che suona già come un inquietante dato di fatto: è ovvio che le persone LGBTQIA+ si autocensureranno, probabilmente persino inconsciamente. Come possiamo spronarle a non retrocedere sulla carica di “Orgoglio” che dovrebbe contraddistinguere un Pride in tutte le sue sfumature e ora più che mai?
L’autocensura non deriva da un divieto esplicito, ma dall’incertezza su come le regole verranno applicate. Ed è la forma più pericolosa di repressione, perché la compi tu stesso su te stesso, prima ancora che lo faccia qualcun altro. Per questo la risposta non è individuale ma collettiva: consapevolezza dei diritti, presenza di supporto legale e rafforzamento delle
reti associative. Il Pride nasce proprio per occupare lo spazio pubblico con visibilità politica.
Quando cresce la percezione di rischio, la risposta non può essere arretrare, ma rendere più solide le condizioni della presenza. E qui voglio essere molto chiaro: Arcigay vigilerà sul funzionamento dei Pride e sulle eventuali stranezze nei comportamenti delle forze dell’ordine. Lo faremo sistematicamente, lo faremo con competenza, lo faremo pubblicamente. Ma abbiamo bisogno che tutte e tutti facciano la propria parte. Chiedo alle persone che partecipano ai Pride di vigilare insieme a noi: se durante un Pride vedete qualcuno che è in difficoltà, che viene circondato dalla polizia, avvicinatevi. Prendete informazioni. Riprendete con il telefonino se lo ritenete, facendo attenzione a rispettare la privacy delle persone coinvolte. E se necessario, postate il video sui vostri canali taggando @arcigay.
La documentazione è uno strumento di democrazia. La trasparenza è un’arma di difesa. La rete è la nostra forza.
Questo decreto, preso insieme alle norme già esistenti (dal Daspo urbano alle limitazioni introdotte dai decreti sicurezza precedenti) compone un quadro normativo che, nel complesso, riduce lo spazio legale per il dissenso pubblico: stiamo parlando di un’erosione progressiva che finge di non essere l’Ungheria ma ci porta dritti a una svolta dal sapore putiniano, e non solo per i Pride?
Da quanto osservabile, si sta consolidando un sistema di strumenti che aumenta il livello di regolazione preventiva dello spazio pubblico. L’effetto complessivo non è la cancellazione formale del diritto di manifestare, ma la sua progressiva erosione attraverso paletti e deterrenti: più regole, più interventi preventivi, più margini di valutazione operativa.
Tutto questo rende sempre più difficile poter effettivamente organizzare una libera manifestazione che in una democrazia dovrebbe essere il bene da tutelare con maggior forza, non qualcosa da colpire. E sì, quando guardi all’insieme – non a questa o quella norma isolata, ma al disegno complessivo – il parallelo con l’Ungheria di Orbán o con la Russia di Putin diventa meno provocatorio e più descrittivo. La nostra preoccupazione è profonda. Il Pride è un luogo speciale, uno spazio di libertà, di gioia, di rivendicazione, di comunità. È il momento in cui diciamo al mondo: noi esistiamo, noi contiamo, noi non ci nascondiamo. Vedere questo spazio minacciato da deterrenti alla partecipazione che evidentemente queste norme vogliono iniettare è inaccettabile. La migliore risposta che possiamo dare? Essere tantissim*. Riempire le piazze, le strade, i Pride di tutta Italia. Dimostrare che la paura non ci ferma, che i tentativi di intimidazione ci rendono persone più determinate, non più deboli.
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