Il Milano Pride compie venticinque anni. Dal 2001, quando decine di migliaia di persone uscirono inaspettatamente dalla metropolitana e invasero le strade della città per la prima volta con bandiere arcobaleno, la manifestazione è cresciuta fino a diventare qualcosa di difficile da definire con una sola parola. Non più solo una parata, e non esattamente un festival. Ma una piattaforma in grado di accendere le occasioni di un’elaborazione politica più estesa, che inizia prima e continua dopo il Pride. E che, forse, proprio per questo spaventa una destra a caccia di egemonia culturale, al punto da negare il patrocionio della Regione Lombardia.
Alice Redaelli, presidente di CIG Arcigay Milano e voce pubblica del Pride milanese, usa l’immagine di un albero che fiorisce: dal tronco della parata sono nati rami: le Pride Square, il Pride Month con oltre 220 eventi, la Pride Sport Arena, i presidi sanitari, i dibattiti nei quartieri, i panel come quello sul lavoro delle persone trans. Un organismo vivo, radicato nella città, che elabora temi prima ancora di scendere in strada.
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La 25ª edizione si prepara a portare in piazza, sabato 27 giugno, centinaia di migliaia di persone lungo il percorso da piazza Repubblica all’Arco della Pace. Ma la parata, quest’anno più che mai, è solo il punto di arrivo di un lavoro lungo un mese. Abbiamo parlato con Redaelli di come il Pride milanese si è trasformato da quel primo barlume di “rivolta” (“Corpi in rivolta” è lo slogan di quest’anno), di povertà e intersezionalità, di sponsor in ritirata, di chi può e chi non può sfilare sotto le bandiere arcobaleno.
Milano Pride, intervista ad Alice Redaelli: “L’effetto generativo del fare cultura”

La manifestazione è cresciuta enormemente in venticinque anni. Come è cambiata?
«Dalla prima edizione questa città e questa manifestazione sono cresciute insieme. Il Milano Pride si è arricchito, ha aggiunto rami a quello che era il suo cuore, cioè la parata. Oggi troviamo qualcosa che forse è riduttivo chiamare festival: è una manifestazione partecipata, allargata, che permette alla nostra comunità di avere più voci, di collaborare con associazioni e istituzioni culturali del territorio. Quest’anno abbiamo più di 220 eventi nel Pride Month, un calendario partecipato dalla città intera.»
E questo allargamento cambia anche il modo in cui si elaborano le idee, non solo i temi che si portano in piazza?
«Sì, sicuramente. Le iniziative non vanno mai considerate come contenitori one shot. Un dibattito può toccare persone che su certi temi non si erano mai confrontate: le istanze della comunità trans, delle donne, dei migranti. E poi c’è l’effetto a cascata: chi ascolta porta quei temi nel suo quotidiano, ne parla con gli amici, con i colleghi, con i vicini. Questo è l’effetto generativo del fare cultura. A volte per arrivare a costruire un evento hai già coinvolto realtà che hanno dovuto elaborare certi temi, collaborare con persone che hanno spostato il tuo sguardo. L’impatto non è solo sul pubblico che ascolta: è su tutto il processo che porta lì.»
Povertà, intersezionalità e le elezioni del 2027
Nel documento politico di quest’anno compare la povertà come strumento di violenza strutturale. È un’inclusione nuova, o il movimento ha sempre lavorato su questo?
«Il movimento ha compreso da tempo che le oppressioni non sono mai uniche. Per parlare di diritti LGBT devi parlare di diritti umani. La parola intersezionalità si è imposta proprio perché tutte le oppressioni sono connesse, e le persone LGBT non sono compartimenti stagni: hanno un lavoro, una casa, una vita piena. Oppure non ce l’hanno, e questo conta.»
Milano, su questo, è migliorata in venticinque anni? Intendo sulla povertà.
«Milano ha avuto aperture dichiarate sui temi sociali, a volte purtroppo non è riuscita a strutturare politiche efficaci. Luci e ombre, è giusto dircelo.»
E come risponde il Pride a questa presa di coscienza?
«Una delle novità delle Pride Square sarà il lancio di Milano Queer 2050, una serie di dibattiti politici del CIG Arcigay Milano con rappresentanti politici a vario titolo, pensata per accompagnare la città verso le elezioni del 2027. Vogliamo che la comunità arrivi a quel voto con una coscienza di causa su tutti i temi rilevanti, non solo i diritti civili in senso stretto, ma lavoro, efficienza abitativa, tutto il resto. Riteniamo che questo sia il nostro ruolo in questa fase.»
Inviterete anche esponenti di centrodestra?
«Stiamo lanciando l’iniziativa adesso. Più avanti inviteremo tutti, anche i candidati di destra. Chi accetterà, si vedrà.»
Chi può sfilare sotto le bandiere arcobaleno
Il Pride è davvero di tutte le persone LGBTQIA+, o esistono soggetti a cui viene negata la partecipazione formale, come accaduto a Roma per Keshet?
«La partecipazione come singoli individui è libera, accessibile a chiunque, essendo una manifestazione pubblica. È diverso quando si tratta della partecipazione formale di un gruppo o di un ente che non chiarisce, o peggio ancora contrasta, i valori della manifestazione. Il Pride è prima di tutto una manifestazione politica che si spende per i diritti civili, per i diritti umani, contro le oppressioni. Riteniamo che sia diverso quando c’è una partecipazione formale che magari non è in linea con questi valori. Nel nostro caso, però, non è successo: non abbiamo avuto richieste che abbiamo dovuto negare.»
Gli sponsor si ritirano. Ma Milano regge
Negli ultimi anni c’è stata una ritirata degli sponsor privati. Il dato del 2026 è in ribasso rispetto al 2025?
«C’è una restrizione da questo punto di vista che è partita in particolare dagli Stati Uniti con Trump, che è il casus belli recente. Ha portato una contrazione dei finanziamenti privati verso iniziative di tipo sociale. L’anno scorso, alla fine, eravamo in linea con l’anno precedente. Penso che anche quest’anno ci attesteremo sulla stessa cifra, sono abbastanza serena su questo. Quello che mi preme ricordare è che in Italia i fondi privati verso iniziative come la nostra sono già infinitamente minori rispetto alle omologhe europee o globali. Siamo su scale diverse. E poi c’è una cosa rilevante: l’istituzione di figure diversity all’interno delle aziende sta mostrando i suoi aspetti positivi. Queste persone stanno effettivamente lottando per proteggere i progetti da finanziare e i budget stanziati. È un segnale importante.»
