Aiello ricorda Mirko Moriconi al Milano Pride 2026: la risposta che Vannacci si merita

Al Milano Pride Aiello dedica un monologo a Mirko Moriconi e risponde alle parole di Vannacci sui diritti LGBTQIA+ in Italia.

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Aiello ricorda Mirko Moriconi al Milano Pride 2026
Aiello ricorda Mirko Moriconi al Milano Pride 2026
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Al Milano Pride 2026, Aiello – per fortuna – non si è limitato a cantare. Il cantautore ha scelto di usare il palco per qualcosa di estremamente importante: un monologo scritto in prima persona per restituire voce a Mirko Moriconi, ucciso insieme alla madre Kety Andreoni a Pieve di Camaiore dal padre che non accettava la sua omosessualità.

Un duplice omicidio premeditato per cui il padre, Piero Moriconi, è reo confesso, e che porta con sé il peso degli sfoghi che il ragazzo aveva affidato ai social prima di morire, raccontando come il genitore non accettasse la sua omosessualità.

Mirko aveva scritto: “È brutto pensare che un padre ti preferisce morto che gay”.

Aiello
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Aiello sul palco del Milano Pride 2026 ricorda Mirko Moriconi

Aiello ha prestato la sua voce a quel dolore raccontando una quotidianità fatta di paura e isolamento:

“Mi chiamo Mirko quando qualcuno mi dice che non ha niente contro quelli come me, purché non esageriamo. Mi chiamo Mirko mentre resto seduto al banco, in classe, mentre fuori mi aspettano per menarmi”.

Il cantautore ha costruito il monologo come un ritornello doloroso, e ogni “mi chiamo Mirko” è diventato un pugno nello stomaco rivolto a chi pensa ancora che l’omofobia sia solo un problema marginale oppure una esagerazione.

La risposta che Vannacci si merita

Il monologo si è presto spostato sul piano politico, e qui Aiello non ha lasciato spazio a interpretazioni: il bersaglio è il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci.

Il riferimento è alle dichiarazioni che il generale ha rilasciato a Otto e Mezzo davanti a Lilli Gruber, quando per minimizzare le discriminazioni contro la comunità LGBTQIA+ in Italia aveva detto:

“I gay qua in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all’ospedale li curano, se vanno per la strada possono tranquillamente guidare”.

Aiello ha presto quelle frasi rispedendole al mittente con la lucidità di chi ha capito perfettamente quanto siano pericolose:

“Mi chiamo Mirko anche se ho avuto un padre più umano e comprensivo, mi chiamo Mirko e dentro implodo mentre un mostro in tv dice che quelli come me possono guidare e se vanno in ospedale vengono addirittura curati. Mi chiamo Mirko e ho paura perché i diritti che sembravano conquistati sono quotidianamente minacciati da politici e persone pubbliche che diffondono odio e rabbia”.

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Aiello continua il monologo toccando un nervo scoperto: l’impossibilità, per troppe persone, di vivere alla luce del sole i propri affetti. Una dinamica che la tragedia di Camaiore ha riportato con violenza al centro dell’attenzione pubblica:

“Mi chiamo Mirko e mi dispiace che mamma soffra per colpa mia e litighi tutti i giorni con papà. Che non devo offendermi, che froc*o era solo una battuta. Mi chiamo Mirko quando sento dire che la famiglia che desidero è contronatura. Sogno tutti i giorni di presentare il mio ragazzo ai miei genitori e non ci riesco, lo chiamo ancora migliore amico”.

La chiusura del monologo è un appello alla responsabilità collettiva, una fotografia di quante storie simili a quella di Mirko restino ancora sommerse nelle scuole e nelle case italiane:

“In ogni classe c’è un Mirko, in ogni famiglia e ogni città, in ogni fotografia in cui qualcuno sorride più di quanto stia bene”.

Aiello lo dice con la sua voce sul palco del Pride, ma il punto è semplice: quel “Mirko” non è un nome isolato. È un appello che la politica, prima di tutti, dovrebbe smettere di ignorare.

 

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