Tel Aviv, un Pride alternativo contro il “pinkwashing” di Stato – VIDEO

Il 27 giugno circa 150 persone hanno sfilato fuori dalla parata ufficiale, accusando lo Stato di usare i diritti LGBTQ come propaganda.

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In Israele sabato 27 giugno circa 150 persone hanno sfilato a Tel Aviv per un Pride alternativo, in opposizione alla parata ufficiale del 12 giugno. I promotori hanno definito l’evento una protesta contro il pinkwashing, l’uso dei diritti LGBTQ come propaganda statale per coprire le azioni israeliane a Gaza, in Cisgiordania e in Libano. La marcia si è tenuta sotto il titolo “Stonewall 2026“, in riferimento ai moti del 1969 che diedero origine al movimento Pride.

Secondo il quotidiano liberal-progressista Haaretz, gli organizzatori avrebbero scelto di non partecipare alla parata ufficiale per timori legati alla libertà di espressione. Nel corteo principale, ha spiegato la 24enne Kim Ibrahim, i partecipanti dovrebbero attenersi a slogan moderati, mentre nel Pride alternativo sarebbe possibile rivendicare apertamente la “liberazione“.

Sempre secondo Ibrahim, la manifestazione si è svolta sotto il segno dei diritti universali per palestinesi, donne e comunità LGBTQ, e non soltanto dei diritti della sola comunità queer.

I manifestanti hanno chiesto sicurezza personale, accesso alla sanità e opportunità di lavoro per chiunque viva, secondo la formula usata nei discorsi, tra il fiume e il mare: una rivendicazione esplicitamente estesa anche a chi non si riconosce nell’ideologia sionista. La solidarietà, hanno sostenuto gli organizzatori, non si fermerebbe alla barriera di separazione tra la Cisgiordania e i territori sotto controllo israeliano, ma punterebbe alla liberazione collettiva di tutte le persone queer.

Parlando in ebraico e arabo, gli attivisti hanno descritto la comunità LGBTQ come il “capro espiatorio” del governo e, al tempo stesso, come la “lavanderia” (nel senso di washing, ndr) usata dallo Stato per ripulirsi le mani dal sangue.

Nei discorsi gli organizzatori hanno preso le distanze da due questioni.

– Da un lato dalle forze che definiscono “conservatrici, misogine e fasciste” della società israeliana, alle quali hanno detto di non volersi piegare

– Dall’altro da quella parte del fronte filo-palestinese, si renderebbe responsabile di posizioni omofobe, misogine o di violenza, e che gli organizzatori dicono di non voler abbracciare solo perché si richiama alla causa palestinese. Hanno inoltre dichiarato che non collaboreranno con “le forze del sionismo né nelle piazze né al governo.

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Sul piano della sicurezza, gli organizzatori avrebbero chiesto un’autorizzazione preventiva alla polizia per evitare scontri con gli agenti e proteggere i partecipanti palestinesi. Nonostante un avviso diffuso dagli stessi promotori segnalasse che alcune persone presenti sarebbero state a rischio in caso di diffusione delle loro immagini (a causa della diffusa omobtransfobia nella società palestinese) alcuni agenti sarebbero stati visti filmare i manifestanti.

 

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I due Pride ufficiali: Gerusalemme e Tel Aviv

Il 24° Jerusalem Pride si era tenuto il 4 giugno, con corteo da Sacher Park lungo un percorso che passa vicino alla Corte Suprema e alla Knesset: lì diversi partecipanti avevano potuto esporre cartelli contro le azioni militari a Gaza, con scritte come “No pride in genocide“. Sul palco l’ex premier Yair Lapid aveva promesso una legge sul matrimonio egualitario nei primi 100 giorni di un eventuale nuovo governo.

Il Tel Aviv Pride, tornato il 12 giugno, dopo due anni di stop per ragioni di sicurezza, ha richiamato oltre centomila persone. Qui però, secondo il Times of Israel, la polizia avrebbe bloccato all’ingresso persone con cartelli anti-governativi. Una donna sarebbe stata fermata perché indossava una maglietta con un insulto al ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, da cui dipende la polizia. La misura sembrerebbe contrastare con una sentenza dell’Alta Corte del 2025, che aveva negato agli agenti l’autorità di vietare cartelli contro la guerra a Gaza.

Lo scenario elettorale

Le contraddizioni restano profonde nella Israele che si professa baluardo della democrazia liberale in medio Oriente. Nel Paese le coppie dello stesso sesso non hanno alcun diritto, a meno che non si sposino all’estero. In Israele esiste soltanto il matrimonio religioso. Tuttavia, secondo un sondaggio dell’Israeli Institute for Gender and LGBTQ Studies, citato da Haaretz, il 74% degli ebrei israeliani sarebbe favorevole alla piena parità per la comunità LGBTQ e il 64% al matrimonio civile egualitario.

Israele tornerà alle urne entro fine ottobre, e i diritti LGBTQ sono già entrati nel dibattito, dalle promesse di Lapid alle aperture sulle unioni civili emerse anche da settori della destra. Il voto dirà se la spinta maggioritaria dei sondaggi si tradurrà in un mandato politico, o se l’era dei crimini di guerra e degli stermini territoriali di Netanyahu, in combutta con Donald Trump, finora supportato da forze di estrema destra ostili alla comunità, riuscirà ancora a tenere.

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