Il Pride di Tel Aviv ha vietato i cartelli di dissenso

Mentre a Gerusalemme c'è stato spazio per il dissenso, a Tel Aviv sono stati bloccati i cartelli che contestavano il governo.

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Mentre in Italia sembra ricomposta la frattura tra Roma Pride e l’associazione ebraica italiana LGBT Keshet, in Israele due Pride hanno raccontato due posizioni diverse rispetto alla guerra a Gaza: a Gerusalemme la protesta è passata, a Tel Aviv è stata filtrata. Dimostrazione di come la democrazia liberale in Italia, tra mugugni e tensioni, tenga, mentre in Israele siamo ormai al divieto di cartelli di dissenso durante un Pride. Vediamo cosa succede.

Gerusalemme, 4 giugno: i cartelli passano

Il 24° Jerusalem Pride si è tenuto giovedì 4 giugno, con corteo partito da Sacher Park diretto al Rose Garden, lungo un percorso che passa vicino alla Corte Suprema e alla Knesset. Secondo il Jerusalem Post, all’avvio della marcia diversi partecipanti hanno esposto cartelli contro le azioni militari israeliane a Gaza e il trattamento dei palestinesi, con scritte come “No pride in genocide” e “No pride in apartheid“.

Sul palco, l’ex premier Yair Lapid ha promesso una legge sull’uguaglianza matrimoniale entro i primi 100 giorni di un eventuale nuovo governo. Il deputato Gilad Kariv, presente all’evento, ha ricordato che l’anno precedente aveva segnato un record di episodi violenti contro la comunità LGBT in Israele. Entro la fine di ottobre il Paese dovrà tornare alle urne per la naturale scadena della legislatura il 27 Ottobre: la campagna elettorale è ampiamente iniziata.

Tel Aviv, 12 giugno: i cartelli vengono fermati

Il Tel Aviv Pride, tornato venerdì 12 giugno dopo due anni di stop per ragioni di sicurezza, ha richiamato decine di migliaia di persone, con la cantante Netta Barzilai a presentare la canzone ufficiale dell’edizione 2026, “Barbura“. Secondo il Times of Israel, la polizia ha però bloccato all’ingresso del corteo persone con magliette e cartelli anti-governativi, comprese maschere raffiguranti esponenti dell’esecutivo ostili ai diritti LGBTQ. Tra i casi documentati dai media israeliani, una donna è stata fermata perché indossava una maglietta con un insulto contro il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, da cui dipende la polizia.

Il quotidiano Haaretz ricorda che la misura sembra porsi in contrasto con una sentenza dell’Alta Corte di giustizia del 2025, che aveva negato alla polizia l’autorità di vietare cartelli contro la guerra a Gaza e contro il governo Netanyahu. Sempre su Haaretz, il racconto dell’attivista Ruth Ben Yakar:

Ho visto con i miei occhi come l’incompetenza si sia trasformata in prepotenza, abuso di potere e vessazioni arbitrarie nei confronti dei cittadini. Sono stata bloccata ed espulsa dagli agenti di polizia all’ingresso della parata del Pride semplicemente perché indossavo una maglietta di protesta. Una maglietta, non una cintura esplosiva, non un’arma, non una minaccia. Una protesta pacifica e legale contro il ministro della sicurezza nazionale, che ha precedenti penali ed è noto per le sue posizioni razziste e omofobe. (…)

Ho provato a spiegare, a chiedere spiegazioni sull’autorità, sulla legge, sulla logica. Niente è servito. Finché, in un momento di furia frustrante, mi sono tolta la maglietta – sotto c’era un costume da bagno – e l’ho messa in borsa. Ma non è servito a niente. Non mi hanno lasciata passare. Era come se fossi diventata un’emarginata, qualcuno che poteva essere calpestato.

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La differenza tra Tel Aviv e Gerusalemme

I due episodi ci raccontao i ruoli diversi che i due Pride giocano nel dibattito pubblico israeliano, in relazione anche alla propaganda globale israeliana. Tel Aviv è da anni la vetrina internazionale del paese sui diritti LGBTQ, un evento che il governo promuove e supporta anche a fini di immagine. Secondo alcuni si tratta di un pink washing di Stato: Israele si presenterebbe, secondo i più critici, come baluardo dei diritti e unica democrazia liberale del Medio Oriente, mentre il Governo Netanyahu si macchia di crimini di guerra, stermini territoriali con decine di migliaia di morti, occupazioni deliberate e violente di territori dove vivono altre popolazioni, e mentre l’intero Paese da decenni applicherebbe un regime di apartheid che marginalizza la minoranza araba israeliana. Accuse forti, e note. Che sembrano tuttavia giustificate proprio dalla reazione repressiva inflitta al dissenso dalle truppe poliziesche di Ben Gvir  durante il Pride di Tel Aviv del 12 Giugno. Pride che Israele rivendica come piattaforma LGBTIAQ+ di apertura liberale e laica, e che invece non ha avuto neanche la forza di lasciar protestare quei cittadini israeliani che dissentono con le politiche “espansive” del Governo Netanyahu. Nel 2023, pochi mesi prima dei fatti del 7 Ottobre, su Gay.it denunciavamo la deriva estremista dell’esecutivo israeliano proprio in occasione del Pride di Gerusalemme di quell’anno, quando il ministro per la sicurezza Ben Givr, al pari di un qualsiasi ayatollah, aveva marciato contro il Pride in un grottesco quadretto da republichetta simil-islamista.

Al Tel Aviv Pride le contestazioni interne su Gaza sono percepite come una minaccia alla narrazione e, secondo quanto riportato, vengono filtrate all’ingresso. Mentre Gerusalemme, Pride storicamente più esposto a tensioni con le componenti religiose e conservatrici della città, è invece il luogo dove il conflitto tra istanze istituzionali, come le promesse di Lapid sul matrimonio egualitario, e dissenso di base circa la guerra e e lo sterminio di Gaza, che a Gerusalemme trova più spazio per emergere pubblicamente. Alle prossime elezioni capiremo se il popolo israeliano riuscirà a prendere in mano il proprio destino e porre fine all’era Netanyahu.

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