Gli insulti omofobi e transfobici pubblicati sui social non devono essere considerati una conseguenza inevitabile dell’esporsi online. In alcuni casi possono assumere rilevanza giuridica e aprire la strada a forme diverse di tutela, che non comportano necessariamente l’avvio di un processo.

Questa guida spiega come reagire agli insulti omolesbobitransfobici online, quali prove conservare, quando segnalare i contenuti e quali strumenti legali valutare. La prima regola è non cancellare le tracce dell’accaduto: registrare lo schermo, conservare screenshot, indirizzi web, date, orari e informazioni sui profili coinvolti può essere determinante. A indicare a Gay.it i passaggi da seguire è l’avvocata Silvia Tiburzi, esperta anche nella tutela delle persone LGBTQIA+ vittime di discriminazioni e condotte omolesbobitransfobiche.

Insulti omofobi e transfobici online: cosa fare e come tutelarsi - insulti online - Gay.it

Quando un insulto online può diventare diffamazione

Non ogni commento sgradevole o critica particolarmente dura costituisce automaticamente un reato. Per comprendere quando un contenuto possa assumere rilevanza giuridica bisogna considerare le parole utilizzate, il contesto nel quale sono state pubblicate e il numero di persone alle quali sono state comunicate.

“È giuridicamente rilevante un insulto omofobo o transfobico online quando l’offesa viene comunicata a più individui e le parole usate sono concretamente idonee a ledere la reputazione della persona omosessuale, transgender e, più in generale, LGBTQIA+”, spiega Tiburzi.

Un elemento centrale è quindi la diffusione dell’offesa. Un commento pubblico sotto un post, una storia, un video o una conversazione accessibile a più utenti può avere caratteristiche diverse rispetto a un messaggio strettamente privato.

Anche il contesto deve essere valutato nel suo complesso: Oltre alla lesività in sé della parola usata, bisogna valutare il contesto in cui viene scritta: taluni epiteti, nell’uso comune considerati offese, possono avere lo scopo di umiliare, delegittimare o rappresentare come indegna di rispetto una persona LGBTQIA+”.

La libertà di critica consente di esprimere opinioni, anche dure o sgradite, ma non rende automaticamente legittimo l’utilizzo di espressioni gratuite dirette a colpire la dignità e la reputazione di una persona o di un’associazione.

Insulti omofobi e transfobici: il vuoto normativo italiano

In Italia non esiste attualmente una specifica fattispecie di reato per la diffamazione omolesbobitransfobica, né un’aggravante espressamente riferita all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

Secondo Tiburzi, però, la matrice dell’offesa può assumere un peso nella valutazione giudiziaria: “Quando parliamo di diffamazione, anche a mezzo social, gli insulti rivolti all’orientamento sessuale, all’identità o all’espressione di genere di una persona aggravano la condotta illecita e la contestazione delle aggravanti può determinare un aumento di pena in caso di condanna”.

Questo non significa, tuttavia, che l’ordinamento italiano preveda già una specifica aggravante per l’omolesbobitransfobia. “Attualmente in Italia, l’insulto omolesbobitransfobico è trattato, giuridicamente parlando, come un qualsiasi altro insulto online pubblicato sul social. Non c’è un’ipotesi di reato specifica sull’omolesbobitransfobia, non c’è una circostanza aggravante specifica”, chiarisce l’avvocata.

Per ottenere una tutela adeguata, Tiburzi sottolinea anche l’importanza di rivolgersi a professionistə con una preparazione specifica: “È importante, per ottenere tutela, rivolgersi a un’avvocata o a un avvocato con specifica preparazione in tematiche LGBTQIA+, che promuovano l’applicazione di determinate norme giuridiche penali che, secondo una parte della giurisprudenza di merito, sono riferibili alle condotte omolesbobitransfobiche”.

In questo quadro, Tiburzi definisce il proprio lavoro una forma di “attivismo giudiziario”: “Nel grave vuoto normativo in cui ci troviamo, cerco di fare ‘attivismo giudiziario’ nella difesa della persona LGBTQIA+, impiegando i mezzi giudiziari a disposizione per promuovere un’evoluzione dell’interpretazione giurisprudenziale e per spingere l’affermazione e il riconoscimento di nuovi diritti”.

L’avvocata porta un esempio concreto: “Se oggi un giudice riconosce l’aggravante della discriminazione (che in Italia è riferita a tutte le forme di discriminazione) e condanna con aumento di pena il colpevole di diffamazione omofoba online sul social, se domani lo fa un altro giudice e dopodomani un altro ancora e avanti sempre di più, penso che il nostro Legislatore sentirà il peso di dover creare un’ipotesi di reato specifica o, quantomeno, un’aggravante specifica per le condotte illecite contro le persone LGBTQIA+”.

Cosa fare subito dopo aver ricevuto un insulto online

Insulti omofobi e transfobici online: cosa fare e come tutelarsi - insulti social - Gay.it

La reazione immediata può condizionare la possibilità di tutelarsi in seguito. Il primo consiglio è non rispondere impulsivamente, soprattutto usando a propria volta espressioni offensive.

“Quando i commenti omolesbobitransfobici avvengono pubblicamente sul social, consiglio alla vittima di non rispondere e di utilizzare la funzione del telefonino che registra lo schermo, così da realizzare un video dal quale sia visibile la pagina social sulla quale il commento è stato inserito e il commento stesso, oppure si possono realizzare screenshot”.

Una volta conservato il materiale, il contenuto può essere segnalato alla piattaforma. L’ordine dei passaggi è importante: se il social rimuove rapidamente il commento, la persona potrebbe non avere più accesso diretto alla pubblicazione originaria.

I primi tre passi indicati dall’avvocata sono:

  1. chiedere aiuto a una persona di fiducia o a un’associazione che si occupa di tematiche LGBTQIA+;
  2. salvare messaggi, commenti, pubblicazioni e ogni altro elemento utile;
  3. rivolgersi a un’avvocata o a un avvocato per valutare il caso.

“Sconsiglio di rispondere agli insulti con altri insulti”, aggiunge Tiburzi. Una reazione comprensibile sul piano emotivo rischia infatti di alimentare il conflitto e rendere più complessa la ricostruzione della vicenda.

Come raccogliere correttamente le prove

Uno screenshot è utile, ma è preferibile raccogliere il maggior numero possibile di informazioni. Sulla base delle indicazioni dell’avvocata, oltre al testo dell’insulto è utile salvare ogni elemento che possa ricostruire il contenuto e il contesto della pubblicazione, come il profilo coinvolto, il link, la data, l’orario e la successione dei messaggi.

La registrazione dello schermo può aiutare a mostrare il percorso che conduce dal profilo al contenuto, rendendo più chiara la sua collocazione e il contesto nel quale è apparso.

“In alternativa al video e agli screenshot, ci si può recare dalle Forze dell’Ordine ed esibire il contenuto diffamatorio affinché gli operanti possano verbalizzare quanto constatato direttamente. È consigliabile conservare comunque tutto il materiale che costituisca elemento di prova”, afferma Tiburzi.

Se il commento viene cancellato si può ancora agire?

La cancellazione del contenuto non elimina automaticamente quanto accaduto. Se l’offesa è stata documentata prima della rimozione, resta possibile chiedere una valutazione legale.

“Se la persona offesa ha prontamente conservato elementi di prova, non è rilevante che il commento venga cancellato successivamente: il reato è perseguibile comunque, chiarisce l’avvocata.

Per questo è importante non rimandare la raccolta del materiale, anche quando si pensa di non voler procedere immediatamente con una denuncia.

Profili anonimi e account fake: come risalire alle persone responsabili

Insulti omofobi e transfobici online: cosa fare e come tutelarsi - profilo anonimo - Gay.it

Quando il commento proviene da un profilo riconoscibile, identificare la persona responsabile può essere più semplice. Un nome e una fotografia, tuttavia, non sono sempre sufficienti a dimostrare chi gestisca concretamente l’account.

La situazione diventa più complessa quando le offese arrivano da profili anonimi, falsi o creati appositamente per attaccare la vittima.

“Se l’insulto arriva da un account anonimo o fake, deve necessariamente intervenire la Polizia postale e il percorso per trovare il colpevole o i colpevoli è più complesso”, spiega Tiburzi.

Un esempio è quello di Vittorio Angelini, 26enne della Marsica che aveva ricevuto su Instagram un tag contenente un insulto omofobo e successivi messaggi privati. La vicenda, raccontata a Gay.it, si è conclusa con un accordo transattivo e un risarcimento, mostrando come anche un attacco proveniente inizialmente da un profilo anonimo possa portare a una forma concreta di tutela.

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Quando si può parlare di campagna d’odio online

Un singolo insulto è diverso da un attacco ripetuto, organizzato o alimentato da più profili. Quando numerosi account pubblicano in modo coordinato contenuti diretti a screditare, umiliare o isolare una persona, si può configurare quella che comunemente viene definita una campagna d’odio online.

“La campagna d’odio online è una sequenza coordinata di pubblicazioni e commenti, provenienti da più account, volti a screditare, umiliare o isolare una persona ed esporla all’ostilità collettiva”, afferma l’avvocata.

Il pericolo non è costituito soltanto dal numero dei messaggi, ma dall’effetto cumulativo che questi possono esercitare sulla vittima e dalla possibilità che l’ostilità digitale si trasferisca nella vita reale.

“È una situazione molto pericolosa perché il branco fa tanta paura. Occorre denunciare penalmente, per arrivare ai responsabili”.

In questi casi è particolarmente importante conservare la cronologia completa degli attacchi, documentando i collegamenti tra i profili, le tempistiche, le parole ricorrenti e le eventuali sollecitazioni rivolte ad altre persone perché partecipino all’offensiva.

Non soltanto singole persone: quando viene colpita un’associazione LGBTQIA+

Gli insulti omolesbobitransfobici possono ledere anche la reputazione di associazioni, collettivi e realtà impegnate nella tutela dei diritti.

È quanto avvenuto nel caso che ha coinvolto Lorenzo Gasperini, ex consigliere comunale della Lega a Cecina, condannato per diffamazione aggravata nei confronti di Arcigay Livorno dopo aver utilizzato online l’espressione “ideologia finocchista”.

Come ha spiegato a Gay.it l’avvocata Gioia Elisabetta Comisso, che ha assistito Arcigay Livorno come parte civile, il limite della critica politica era stato superato perché Gasperini non si era limitato a manifestare un’opinione contraria sui temi LGBTQIA+, ma aveva utilizzato una parola dal significato dispregiativo e discriminatorio.

Il caso mostra che la tutela della reputazione non riguarda soltanto le persone fisiche. Anche un’associazione può reagire quando le parole utilizzate online danneggiano il suo ruolo, la sua credibilità o il lavoro svolto sul territorio.

Diffida, risarcimento e mediazione: il processo non è l’unica strada

Rivolgersi a una legale non significa necessariamente arrivare davanti a un giudice. Le possibilità devono essere valutate in relazione alla gravità della condotta, alle prove disponibili e agli obiettivi della persona offesa.

“Nella prassi accade spesso che le persone LGBTQIA+ rinuncino a denunciare le condotte diffamatorie subite per paura dei lunghi processi e dei costi. Occorre però distinguere vari percorsi che sono a disposizione della persona offesa per ottenere tutela”, osserva Tiburzi.

Una prima possibilità è la diffida. Attraverso una comunicazione formale, la legale può chiedere alla persona responsabile di interrompere il comportamento, non ripeterlo e rimuovere i contenuti.

“L’avvocata o l’avvocato possono inviare, per conto della persona offesa, una diffida al soggetto che ha perpetrato il comportamento illecito per evitare che lo reiteri e per ottenere la rimozione del commento”.

In alcuni casi può essere avanzata anche una richiesta di risarcimento. Se l’accaduto ha provocato conseguenze sulla salute, è importante rivolgersi a professionistə sanitarə e conservare la relativa documentazione.

“Quando il comportamento diffamatorio ha creato turbamento e sofferenza alla persona offesa, è opportuno ricorrere a cure mediche: trattasi di un danno civilisticamente quantificabile, che può essere posto alla base di una richiesta di risarcimento”.

“Talvolta può accadere che il soggetto che abbia compiuto la diffamazione, tramite l’intervento legale, si dichiari disposto a risarcire i danni”, spiega Tiburzi.

L’intervento legale può quindi portare a un accordo transattivo diretto, senza la necessità di arrivare in tribunale. In alternativa, la richiesta di risarcimento può essere presentata davanti a un organismo di mediazione civile e commerciale, dove le parti cercano un accordo con l’assistenza di una persona mediatrice.

Se l’accordo non è possibile, rimane percorribile la strada giudiziaria civile.

Quando valutare una denuncia-querela

Il percorso penale comincia con la presentazione di una denuncia-querela. La persona offesa può successivamente decidere se partecipare al processo costituendosi parte civile e chiedendo il risarcimento dei danni.

“Se partecipa, può presentare richiesta di risarcimento danni; se non partecipa, il processo si svolgerà comunque e la persona che ha posto in essere la diffamazione verrà giudicata”, spiega l’avvocata.

La querela non deve essere considerata esclusivamente uno strumento individuale. Secondo Tiburzi può avere anche una funzione di prevenzione e contribuire a contrastare la normalizzazione del linguaggio d’odio.

“Personalmente, ritengo che la denuncia-querela sia uno strumento molto importante per contribuire a scoraggiare le condotte diffamatorie”.

Ogni situazione deve comunque essere esaminata singolarmente. Una consulenza tempestiva permette di conoscere le opzioni disponibili senza dover decidere immediatamente quale percorso intraprendere.

Segnalare gli insulti a Instagram, TikTok, Facebook e X

Insulti omofobi e transfobici online: cosa fare e come tutelarsi - Social Media Safety Index SMSI di GLAAD - Gay.it

Un contenuto può violare le regole interne di un social network anche quando non presenta tutti gli elementi necessari per integrare un reato. Le piattaforme possono avere un ruolo molto importante. Un contenuto omolesbobitransfobico può violare le regole della piattaforma anche quando non integra un reato, quindi la segnalazione alla piattaforma stessa va fatta immediatamente, indicando con precisione i singoli URL da cui provengono le frasi”, afferma Tiburzi.

“Mi risulta che Meta e X vietino gli attacchi fondati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, aggiunge l’avvocata.

Prima di inviare la segnalazione è però fondamentale salvare le prove. È consigliabile conservare anche la conferma della segnalazione, il numero identificativo eventualmente assegnato e la risposta ricevuta dalla piattaforma.

Una piattaforma non è automaticamente responsabile per ogni insulto pubblicato da un utente. “Se accetta la segnalazione deve rimuovere il contenuto; se la rigetta, deve spiegarne le ragioni”, chiarisce Tiburzi.

“È possibile presentare una segnalazione all’AGCOM, Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, per contestare eventuali violazioni da parte della piattaforma degli obblighi posti a garanzia degli utenti: ad esempio per assenza o inefficienza di un sistema di segnalazione o per mancata comunicazione della decisione sulla segnalazione”, precisa l’avvocata.

Perché non bisogna semplicemente sopportare

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La paura di non essere credutə, di esporsi ulteriormente o di affrontare un percorso lungo porta molte persone LGBTQIA+ a non chiedere aiuto. Anche la convinzione che una denuncia non produca conseguenze può spingere a normalizzare comportamenti che hanno invece un impatto profondo sulla libertà e sulla serenità quotidiana.

Tiburzi richiama una frase attribuita al filosofo Lao Tzu: “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.

“Quando si è dentro un’esperienza di odio, tutto può apparire come una fine: la fine della serenità, della fiducia verso gli altri, della libertà di mostrarsi per quello che si è. Eppure il momento in cui si decide di conservare le prove e chiedere aiuto può rappresentare l’inizio di una trasformazione”.

Chiedere tutela non cancella immediatamente il dolore, ma permette alla persona di interrompere l’isolamento e tornare al centro della propria storia.

“Denunciare, oltre che far bene a se stessi, fa bene anche ad altre persone, perché ogni testimonianza contribuisce a formare consapevolezza, coraggio, giurisprudenza e nuovi strumenti di tutela”.

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