Due carabinieri sono a processo a Roma con l’accusa, a vario titolo, di violenza privata e lesioni. Al centro del procedimento c’è un controllo avvenuto il 22 marzo 2019 in un appartamento alla Magliana, dove secondo la Procura i due militari avrebbero aggredito e minacciato un trentenne e un’amica che stavano riprendendo l’intervento con gli smartphone.
Nella testimonianza resa in aula, la persona offesa ha raccontato che durante lo scontro sarebbero stati pronunciati anche insulti omofobi e minacce. I due imputati negano ogni accusa e hanno rinunciato alla prescrizione, ormai prossima, per arrivare a una decisione nel merito.
Roma, il controllo dei carabinieri e l’accusa di violenza privata
Al centro del processo c’è un intervento effettuato dai due carabinieri in un appartamento del quartiere Magliana, a Roma. Quel giorno il trentenne, incensurato e figlio di una poliziotta, si trovava a casa di un’amica conosciuta da poco. Sarebbe stata proprio la donna, 38 anni e con precedenti, l’obiettivo del controllo dei carabinieri. Secondo quanto riportato da La Repubblica, la donna sarebbe stata arrestata tempo dopo in un’altra vicenda legata al traffico di stupefacenti.
Quando i militari hanno bussato alla porta, il giovane e l’amica li avrebbero fatti entrare. La tensione, secondo l’accusa, sarebbe però salita rapidamente nel momento in cui i due presenti avrebbero iniziato a riprendere l’intervento con i telefoni cellulari.
Nel capo d’imputazione, citato dal quotidiano, si legge che i carabinieri avrebbero agito “al fine di evitare di essere soggetti a videoripresa”, usando “violenza e minacce”. È su questo punto che si fonda una parte centrale dell’accusa di violenza privata: impedire ai presenti di documentare quanto stava accadendo durante il controllo.
La testimonianza della vittima: “Mi è arrivata una capocciata in faccia”
In aula, il trentenne ha ricostruito davanti ai giudici il momento in cui avrebbe iniziato a registrare l’intervento. Le sue parole, riportate da Repubblica, descrivono una situazione degenerata in pochi istanti: “Ho incominciato a registrare quello che stava succedendo […] E da lì a poco ci hanno messo le mani addosso e mi è arrivata una capocciata in faccia. Finché non ho mollato quel telefono con la bava dalla bocca, non si so’ fermati”.
Secondo gli atti citati, la presunta aggressione avrebbe provocato al giovane una “lesione personale consistita in infrazione ossa nasali, trauma cranico non commotivo e contusioni multiple”, con una prognosi di venti giorni.
La ricostruzione della parte offesa non riguarda soltanto la violenza fisica. Il giovane ha infatti riferito che durante la lite sarebbero stati pronunciati anche insulti omofobi e minacce. Sempre secondo quanto dichiarato dalla vittima in aula, uno dei militari avrebbe detto: “Froc.., froc.. di merda. Tanto non ti crederà nessuno, tu non sai chi sono io, t’ammazziamo”.
Frasi che, se confermate in giudizio, aggiungerebbero al quadro accusatorio un elemento ulteriore: il possibile carattere omofobo delle minacce e delle violenze denunciate dalla persona offesa.
La denuncia: “Costretto a sbloccare il telefono e cancellare i video”
Dopo lo scontro nell’appartamento, il trentenne sarebbe stato accompagnato nella caserma di Villa Bonelli. È qui che, secondo la denuncia, sarebbe avvenuto un ulteriore passaggio delicato della vicenda.
Il giovane sostiene di essere stato “schernito, deriso” e costretto a sbloccare il proprio telefono per eliminare i video registrati durante il controllo. Negli atti, citati da Repubblica, si legge che i militari lo avrebbero accompagnato al pronto soccorso “solo dopo essersi assicurati dell’eliminazione dei filmati”.
È proprio questo aspetto a preoccupare in modo particolare la parte civile. L’avvocato Angelo Ieraci, che assiste la persona offesa, ha dichiarato: “Siamo particolarmente preoccupati per la condotta assunta in caserma, luogo in cui normalmente il cittadino dovrebbe essere tutelato. Non chiuso in una stanza, obbligato a sbloccare il telefono e a cancellare dei video”.
Sarà il processo a stabilire se, come sostiene la persona offesa, i video siano stati cancellati sotto costrizione e se il giovane sia stato effettivamente privato della possibilità di documentare quanto accaduto durante il controllo.
La difesa dei carabinieri: “Nessun insulto omofobo”
I due carabinieri respingono le accuse. La difesa, affidata all’avvocato Pierfrancesco Bruno, nega che siano stati pronunciati insulti omofobi e contesta la ricostruzione della persona offesa. Secondo la linea difensiva, uno dei militari sarebbe stato impegnato in delicate attività investigative e sottoposto a misure di protezione: per questo motivo, sostiene la difesa, non avrebbe potuto essere ripreso.
Anche la dinamica dello scontro fisico viene ricostruita in modo opposto. Per i difensori, sarebbe stato il trentenne ad aggredire uno dei carabinieri con graffi e ginocchiate. I militari, dopo l’episodio, avevano presentato una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale, successivamente archiviata dal gip.
L’avvocato Bruno ha inoltre sottolineato la scelta dei due imputati di non avvalersi della prescrizione: “I due militari attendono serenamente l’esito del giudizio, che auspicano positivo. Tanto da aver rinunciato alla prescrizione, ormai prossima”.
Sarà il processo a chiarire cosa accadde
La vicenda resta, al momento, al centro di un procedimento penale ancora in corso. I giudici saranno chiamati a chiarire non solo la dinamica dello scontro avvenuto nell’appartamento alla Magliana, ma anche quanto sarebbe accaduto successivamente in caserma. È lì, secondo la denuncia, che il giovane sarebbe stato costretto a sbloccare il telefono ed eliminare i filmati prima di essere accompagnato al pronto soccorso.
Al centro del processo restano ora la ricostruzione del controllo, la presunta cancellazione dei video e le frasi omofobe denunciate dalla persona offesa. Elementi che i giudici dovranno valutare insieme alle versioni contrapposte di accusa e difesa.

