Una necessaria premessa. Non sono psicologa, né sociologa, né attivista LGBTIAQ+: osservo fenomeni (anzi, li vivo osservando) e scrivo. Il seguente articolo è il tentativo di lavare i panni sporchi in casa, gettare un sasso nello stagno di certe abitudini fossilizzate che i gay cis sono molto bravi a stigmatizzare quando certi atti vengono compiuti dai maschi etero cis, salvo non vedere la trave nel proprio occhio. Parliamo qui di mascolinità gay e di come evidenziarne certe pose discutibili. Sia chiaro, non c’è nulla di illegale (a parte le droghe, che io liberalizzerei tutte però).

Negli anni, vivendo i migliori party di cui avete sentito parlare, accedendo ai più chiacchierati privé che le cronache scandalistiche hanno potuto raccontare sempre solo da fuori, ne ho viste molte di situazioni che andrò a breve a descrivere. Quelle che seguono sono riflessioni che condivido con i lettori di un media LGBTIAQ+, sicura come sono che certe cose sia meglio dirsele tra noi.

Esiste l’uomo gay predatorio

Il gay che usa le droghe per fare sesso con i ragazzi etero - etero droghe sesso ragazzo gay - Gay.it

Esiste un tipo umano che la comunità gay conosce bene, ma di cui parla poco. Quasi sempre sottovoce, quasi sempre dopo che è già successo qualcosa di grave. Quasi sempre con un misto di giudizio e invidia e spesso tra risatine a metà tra lo scherno e la compiacenza segretamente ammirata.

È l’uomo gay che si costruisce attorno un piccolo giro di ragazzi etero, o presunti tali (sì, è vero, si dice che 1 su 5 di loro sia segretamente gay, ma sarà una statistica affidabile?), e li avvicina usando le sostanze come esca e come leva. È una strategia di conquista mirata, spesso solitaria, spesso seriale, che si ripete con protagonisti diversi ma con lo stesso copione: un uomo etero attratto dalla festa, dalla gayness, dall’infinito multicolor degli arcobaleno addizionati, dalle sostanze, dall’attenzione, e un uomo gay che di quella attrazione si fa detentore, custode, dispensatore. Chi frequenta certi ambienti mondani sa riconoscerlo a colpo d’occhio. Sa anche quanto sia raro che se ne parli apertamente, perché farlo significa ammettere che dentro la comunità esistono dinamiche predatorie che non hanno niente a che fare con l’omofobia esterna, e riguardano invece la modalità con cui alcuni di noi trattano gli altri.

Un tempo c’era il “trade”

In realtà non è nulla di nuovo. Già nel secolo scorso, nel gergo gay si parlava di “trade” per indicare il ragazzo etero che ci stava, ma solo in cambio di qualcosa: che fossero soldi, un posto dove dormire, sostanze o anche solo un po’ di compagnia. Questa logica esiste da decenni, ben prima del boom delle droghe degli ultimi anni. A essere cambiato è solo il mezzo. Oggi sostanze come cocaina, GHB o ketamina rendono tutto più rapido e immediato, ma soprattutto sfumano i confini del consenso in un modo che il denaro o l’ospitalità da soli non sono mai riusciti a fare. Ricordarsi da dove si parte ci aiuta a smontare l’idea che sia un problema nato oggi.

E qui viene il bello, perché il meccanismo non ha niente di esclusivamente gay. È lo stesso, identico, di quello etero che ogni sabato sera riempie una borsetta di pasticche prima di uscire, con la speranza che quella ragazza che altrimenti direbbe di no, dopo due drink e qualcosa in più, dica di sì. Cambiano gli attori, cambia il contesto, ma la logica di fondo, procurarsi un consenso che altrimenti non arriverebbe, è identica. Un po’ di autoironia, qui, non guasterebbe: certi comportamenti che la comunità gay guarda con orrore quando li racconta il telegiornale sugli uomini etero, li pratica poi con disinvoltura al proprio interno. E anche il mito del trofeo, non è poi così dissimile: “mi sono fatto un bono etero” risuona con le stesse vibrazioni tossiche del più classico “mi sono fatto una bionda da sballo“.

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L’attrazione per i ragazzi etero

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Resta da capire perché proprio l’etero. In questa ossessione, c’è il fantasma della conversione: la fantasia di essere l’unico capace di far cedere qualcuno che, si racconta a sé stess*, non lo farebbe con nessun altro. È un desiderio che si nutre della propria eccezionalità percepita, un narcisismo di difesa forse, e che per questo ha bisogno che l’altro resti etero: se cedesse con chiunque, il trofeo perderebbe valore. Chi insegue non vuole davvero che l’altro cambi orientamento, vuole essere la sola eccezione a una regola che l’altro continua a rispettare con tutti gli altri. È una forma di possesso travestita da seduzione, a pensarci bene.

Le sostanze come strumento di condizionamento

E il ruolo delle sostanze in tutto questo va incastrato con precisione, perché è il punto più delicato e quello su cui è più facile scivolare nella retorica facile. Le droghe sono ben lungi dal creare il desiderio dell’uomo etero verso l’uomo gay (momento di alleggerimento: no, quella droga non l’hanno ancora inventata LOL). Quel desiderio del ragazzo etero di ricambiare il corteggiatore (o manipolatore?) gay o esiste già, sotto forme più o meno consapevoli, o semplicemente non c’è.

Quello che le sostanze aprono è da un lato una possibilità di accesso. Il gay ben introdotto nei meccanismi della distribuzione di sostanze fornisce, in cambio di qualche sorriso iniziale, la veloce possibilità di una riga (di cocaina o nonsocché) al ragazzo etero. Dall’altro è una finestra di disponibilità che, sobri, quei ragazzi etero non avrebbero concesso.

Si tratta di uno spostamento sottile ma decisivo: dal corteggiamento al condizionamento. Un corteggiamento accetta il rifiuto come esito possibile. Un condizionamento lavora per renderlo impossibile. La linea che separa i due non può essere addebitata alle sostanze, che ognuno è libero di assumere. Ma va addebitata all’uso che se ne fa nei confronti del corpo di un altro.

L’autosvalutazione della comunità

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E allora bisogna avere il coraggio di rivoltare lo sguardo verso chi insegue, non verso chi viene inseguito. Il bisogno ossessivo di conquistare un etero, ripetuto nel tempo, con metodi sempre uguali, dice qualcosa di scomodo su come quell’uomo gay considera gli altri uomini gay: già acquisiti, già disponibili, e per questo meno desiderabili. È un’autosvalutazione della propria comunità che indossa la maschera della conquista eroica, per sbaindierare il totem della sopraffazione sottintesa, quando in realtà è il sintomo di un disprezzo interiorizzato per ciò che si è. Non possiamo parlare di omofobia introiettata, ma siamo da quelle parti.

Scrivere di tutto questo su un media di comunità non vuole essere un atto di accusa gratuito verso i gay (figurarsi). Semmai è l’esatto contrario: è l’unico modo perché certe cose vengano dette da chi ha titolo per dirle, con la cura di chi conosce il contesto dall’interno, invece che restare materiale grezzo per chi la comunità la guarda solo da fuori, e con ben altre intenzioni.

Alcuni romanzi sul tema

  • Bret Easton Ellis, Meno di zero (1985) — in Italia edito da Einaudi, traduzione di Marisa Caramella.
  • Bret Easton Ellis, Glamorama (1998) — in Italia edito da Einaudi, traduzione di Katia Bagnoli.
  • Dennis Cooper, Frisk (1991) — in Italia edito da Einaudi, traduzione di G. Granato.
  • Alan Hollinghurst, La linea della bellezza (2004) — in Italia edito da Mondadori (2006), traduzione di Giovanna Granato.
  • Garth Greenwell, Tutto ciò che ti appartiene (2016) — in Italia edito da Mondadori (2017), traduzione di Matteo Colombo.
  • Jay McInerney, Le mille luci di New York (1984) — in Italia edito da Bompiani, traduzione di Marisa Caramella.
  • Nicola Lagioia, La città dei vivi (2020) — Einaudi.

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