Nel carcere di Marassi, a Genova, un detenuto di 18 anni sarebbe stato vittima di violenze sessuali e torture da parte di quattro compagni di cella per almeno due giorni consecutivi. L’episodio ha portato all’apertura di un’indagine della Procura della Repubblica e ha scatenato una rivolta all’interno dello stesso istituto penitenziario. Il caso ha inevitabilmente sollevato interrogativi gravi e urgenti sul funzionamento del sistema carcerario in Italia, in particolare sul ruolo e sulla responsabilità del personale penitenziario.

In questo articolo
- 1 Detenuto 18enne stuprato e torturato in carcere: i fatti
- 2 Chi è la vittima
- 3 Le presunte omissioni e le indagini in corso
- 4 I presunti responsabili e i reati contestati
- 5 Carceri italiane sempre più in crisi: sovraffollamento, suicidi e violenze in aumento
- 6 Decreto Sicurezza e carceri al collasso: rivolta di Marassi e report di Antigone
Detenuto 18enne stuprato e torturato in carcere: i fatti
Secondo le prime ricostruzioni riportate dal Corriere della Sera, confermate anche dalle dichiarazioni rese dalla giovane vittima al pubblico ministero Luca Scorza Azzarà, le violenze si sarebbero verificate tra domenica 1° e lunedì 2 giugno 2025. Il giovane, entrato nel carcere di Marassi lo scorso marzo, avrebbe subito sevizie da parte di quattro compagni di cella: due cittadini italiani e due egiziani. Tra le torture inflitte, vi sarebbero bruciature sul corpo provocate da olio bollente e tatuaggi sul viso contro la sua volontà.
Il 3 giugno, con l’aggravarsi delle condizioni fisiche del ragazzo, sarebbero stati gli stessi aggressori a informare gli agenti penitenziari, affermando però che il detenuto si era “fatto tutto da solo”. Solo in quel momento il diciottenne è stato trasferito d’urgenza presso il reparto dell’ospedale San Martino di Genova. Contemporaneamente è stato allertato il magistrato di turno.
Chi è la vittima
La giovane vittima è un ragazzo con un passato di disagio psichico e marginalità sociale. Prima di entrare in carcere, viveva in strada. Durante i mesi di detenzione a Marassi, era già stato trasferito in almeno cinque celle diverse, non per comportamenti violenti, ma per difficoltà a interagire con gli altri detenuti. Le sue fragilità erano note alla direzione penitenziaria.
Dopo l’aggressione, la giudice Angela Nutini ha disposto per il ragazzo gli arresti domiciliari in ospedale, accogliendo la richiesta del suo legale. La misura è stata adottata per garantire la sua protezione e favorire la ripresa psicologica. Si sta ora cercando una struttura adeguata che possa accoglierlo al termine delle cure ospedaliere.
Le presunte omissioni e le indagini in corso
La Procura di Genova ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità e omissioni da parte della polizia penitenziaria e della direzione carceraria. In particolare, gli inquirenti stanno cercando di comprendere come sia stato possibile che, per due giorni, nessun agente si sia accorto delle condizioni del detenuto, nonostante le procedure previste impongano il controllo quotidiano delle celle e la verifica dello stato di salute dei reclusi.
Secondo il regolamento penitenziario, infatti, ogni giorno gli agenti devono eseguire la cosiddetta “conta”, durante la quale è prassi scoprire le coperte dei detenuti che non si alzano dal letto per verificarne le condizioni. A oggi non è chiaro se tali controlli siano stati effettivamente eseguiti nei giorni incriminati. Le autorità stanno ora esaminando le immagini registrate dalle telecamere interne e la documentazione medica e comportamentale relativa al detenuto.
I presunti responsabili e i reati contestati
I quattro presunti aggressori verranno iscritti nel registro degli indagati con le accuse di violenza sessuale aggravata e tortura, reati che prevedono pene severe. Le autorità stanno valutando la posizione di ciascun detenuto coinvolto per ricostruire nel dettaglio le responsabilità individuali.
L’episodio ha avuto un’eco immediata e violenta all’interno del carcere: la notizia degli abusi si è rapidamente diffusa tra i detenuti delle diverse sezioni, provocando una reazione collettiva di protesta. Il 4 giugno è scoppiata una rivolta, durante la quale si sono verificati disordini e tensioni con la polizia penitenziaria. L’ultimo episodio è di poche ore fa, sempre nel carcere di Genova Marassi, dove un detenuto ha aggredito tre agenti della polizia penitenziaria, ferendoli durante un intervento nella prima sezione dell’istituto. Uno dei poliziotti è stato colpito alla mano con una forchetta.
Carceri italiane sempre più in crisi: sovraffollamento, suicidi e violenze in aumento

Il caso di Marassi apre l’ennesimo capitolo sulle condizioni critiche del sistema penitenziario italiano. Sovraffollamento, mancanza di personale qualificato, carenze strutturali e gestione inadeguata delle situazioni di vulnerabilità sono elementi che si ripresentano con frequenza. In questo contesto, le persone LGBTQ+, immigrate e/o con fragilità psichiche sono spesso le più esposte al rischio di violenza e abuso.
Le condizioni delle carceri italiane continuano a destare forte preoccupazione. Lo confermano i dati ufficiali del Garante nazionale dei detenuti, le segnalazioni delle associazioni che operano sul campo e l’alto numero di suicidi registrati nel 2024. A più di dieci anni dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Torreggiani, 2013), che condannava l’Italia per il sovraffollamento delle carceri, la situazione resta critica e rischia di riportare il Paese al centro dell’attenzione internazionale.
Il 30 ottobre scorso, una delegazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha incontrato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, segnale evidente della crescente attenzione delle istituzioni europee.
Secondo i dati aggiornati al 25 novembre 2024 dal Garante per i diritti dei detenuti, nelle carceri italiane si trovano 62.410 persone a fronte di una capienza regolamentare di 51.165 posti, che però scendono a 46.771 se si considerano solo quelli effettivamente disponibili. L’indice medio nazionale di sovraffollamento si attesta al 133,44%. Le regioni con gli indici più elevati sono Puglia (170,63%), Basilicata (158,22%), Lombardia (153,69%), Veneto (148,81%) e Lazio (147,49%).
Nel 2024 sono aumentati significativamente i suicidi in carcere. Secondo il Garante, al 25 novembre si sono registrati 77 casi, contro i 61 dello stesso periodo nel 2023. I dati diffusi dalla Uilpa – Polizia Penitenziaria parlano addirittura di 83 suicidi tra i detenuti e 7 tra gli agenti. L’età media dei detenuti che si tolgono la vita è di 40 anni. A questi numeri si aggiungono numerosi episodi di autolesionismo e aggressioni, che il Garante collega direttamente al sovraffollamento.
Decreto Sicurezza e carceri al collasso: rivolta di Marassi e report di Antigone
La tensione nelle carceri italiane ha raggiunto un nuovo apice. La rivolta all’interno del carcere di Marassi, a Genova, una delle strutture più sovraffollate d’Italia è esplosa nel giorno in cui il Senato ha approvato il contestato decreto Sicurezza, che introduce 14 nuovi reati, 9 aggravanti e un rafforzamento dei poteri per le forze dell’ordine e i servizi segreti.
Le opposizioni (M5S, PD, AVS) hanno protestato, denunciando l’ennesimo giro di vite che rischia di riempire ulteriormente le carceri di piccoli delinquenti e marginali, molti dei quali potrebbero accedere a misure alternative. Secondo il XXI rapporto dell’associazione Antigone, presentato il 29 maggio scorso, il 51,2% dei detenuti ha una condanna inferiore ai tre anni; oltre 1.370 persone sono in cella per pene inferiori a un anno.
Il titolo scelto da Antigone per il suo ultimo rapporto parla da sé: Senza Respiro. Il documento denuncia un sistema penitenziario vicino al collasso, con un incremento di 300 detenuti ogni due mesi. A questo ritmo – evidenzia l’associazione – servirebbe costruire un nuovo carcere ogni 60 giorni, se davvero si volesse risolvere il problema solo con l’edilizia penitenziaria, come propone il governo.
Ma la crisi è più profonda. I detenuti con problemi psichici sono spesso reclusi in strutture inadeguate, anziché essere curati in contesti sanitari specializzati. Le REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), nate per sostituire gli ex OPG, offrono oggi solo 688 posti a fronte di una domanda molto superiore e liste d’attesa infinite.
Il rischio, concreto, è che il decreto sicurezza non solo aggravi il problema del sovraffollamento carcerario, ma soffochi anche ogni possibilità di riforma orientata al recupero, alla dignità e alla reintegrazione dei detenuti.
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