Aids, parla il medico dei dissidenti: “Siamo 2500”

Continua il viaggio tra i dissidenti dell'HIV. A Firenze, un medico è punto di riferimento della comunità di chi nega il rapporto tra il virus e l'Aids. "Siamo 2500 tra medici e ricercatori".

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Fra i medici che sono intervenuti come relatori al convegno di Bari sulle teorie dissidenti sull’Hiv c’è anche l’italiano Marco Ruggiero, professore ordinario di Biologia Molecolare presso l’Universita degli Studi di Firenze. Membro del gruppo Rethinking AIDS, e collaboratore del professore Peter Duesberg, vate dei dissidenti, Ruggiero non ha paura a definirsi dissidente a sua volta. "Io faccio esperimenti e valuto se questi sono coerenti rispetto alle teorie ortodosse", ci spiega. "Dai risultati cerchiamo di comprendere se le teorie esistenti richiedono nuove teorie, altrimenti non si farebbe ricerca se nessuno mettesse in dubbio le teorie accettate. E poi le idee innovative sono di solito di una minoranza, non si va per alzata di mano. Anche Galileo era solo contro il resto degli scienziati". Ma c’è qualche punto fermo che avete raggiunto? "Fra pochi giorni si terrà a Roma il classico congresso annuale sull’Aids. Se c’è ancora bisogno di organizzare questo tipo di appuntamenti significa che punti fermi non li ha nessuno".
 
Ma cosa separa il dottor Ruggiero e gli altri medici dissidenti ("Siamo almeno 2500 tra medici e ricercatori", mi dice) dal resto della comunità scientifica? "C’è chi pensa che l’HIV non causi l’Aids e chi pensa invece che il virus non sia legato in nessun modo con l’Aids, come Duesberg. Poi c’è una terza via, di chi pensa, come Luc Montagnier (lo scopritore dell’HIV, ndr) che il virus non sia l’unico fattore a provocare la sieropositività; io mi sento vicino a quest’ultima scuola di pensiero". Il premio Nobel è l’esponente di maggior peso di questa comunità scientifica. È stato lui a dire che anziché studiare il virus la medicina dovrebbe concentrarsi sul sistema immunitario. "Il nostro organismo può venire in contatto col virus HIV molte volte e se ne libererà nel giro di poche settimane se il sistema immunitario è in buono stato, così come fa con altre infezioni come l’influenza. Se l’organismo è compromesso da altre malattie, o dall’uso di droghe non sarà invece in grado di liberarsi dal virus".
 
Aspettavo che durante la chiaccherata venisse fuori il ruolo del popper. Il nitrito di amile, nome scientifico del composto inalante, è il nemico numero uno per i dissidenti. "Il popper giocherebbe un ruolo centrale, più di quanto qualsiasi altra persona sia in grado di immaginare perché è fra i più potenti depressori del sistema immunitario" e quindi fra i più potenti veicoli del virus nel corpo. Come mai la scienza non ne parla, allora? "Guardi che i buchi neri nella teoria ortodossa sono moltissimi". Mi invita a visitare il sito ufficiale del Congresso mondiale sull’Aids che si terrà fra pochi mesi a Roma. Dice che "Il ministero della Salute italiano ha uno degli atteggiamenti piu aperti e scientifici di tutto il mondo, e ne dobbiamo essere fieri" e che sul sito in oggetto "sono elencati tutti i dubbi della moderna medicina in campo Aids sotto la voce ‘Black Holes’": "non sappiamo, ad esempio, quando è meglio che i pazienti inizino ad assumere i farmaci".
 
La medicina tradizionale ritiene che la HAART (la terapia con antiretrovirali) è ad oggi l’unica in grado di fermare il virus. La HAART è, in altre parole, imprescindibile. Un’impostazione su cui il professor Ruggiero ha da obiettare ancora: "Usare sempre gli stessi farmaci per chiunque è un automatismo pericoloso, ogni paziente è diverso. Ecco perché è il ministero stesso a contemplare anche terapie non convenzionali". Si tratta soprattutto di vitamine, integratori alimentari, agopuntura, omeopatia ecc. Ma la HAART è efficace solo se si rispettano rigorosamente gli orari di assunzione, tutti i giorni per tutta la vita. Per questo gli chiedo se in questo modo non si corre il rischio che i pazienti ricevano un messaggio pericoloso. "E’ dovere della scienza e della ricerca informare quali sono le conoscenze e i buchi neri della conoscenza altrimenti anziché scienza facciamo propaganda".
 

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Faccio la stessa obiezione per il bareback, i cui seguaci prendono come fonte di ispirazione proprio le teorie dei dissidenti, che loro lo vogliano o no. "Nessuno, anche fra le persone che possono dubitare del rapporto tra virus e Aids, vuole negare l’esistenza delle malattie sessualmente trasmissibili da cui proteggersi. Ma occorre mettere da parte il virus e mettere al centro il sistema immunitario. Solo con questo tipo di approccio possiamo ridurre i comportamenti a rischio come l’assunzione di droghe o del popper. Il messaggio rischioso è quello che si dà ora: ‘guardatevi dal virus e non badate ad altri fattori’". Insisto: non c’è il rischio che l’effetto pratico nel diffondere simili dati sia l’abbassamento della guardia nel sesso sicuro? "La conoscenza scientifica va divulgata in ogni caso. Bisognerà poi darsi da fare perché qualcuno non interpreti in malafede quella conoscenza, servendosene per giustificare a se stessi comportamenti a rischio."
 
A questo punto, vale la pena chiedersi quale sarebbe, secondo lui, una campagna di comunicazione efficace che ingeneri messaggi pericolosi. Mi risponde cosa non dovrebbe essere fatto. "L’eccessiva sensibilizzazione sull’argomento portava come effetto collaterale il cosiddetto ‘effetto nocebo’: la paura della malattia condiziona in senso negativo la persona peggiorando il decorso stesso della malattia. Tanto è vero che le autorità sanitarie hanno addolcito i toni". Troppo, forse. Di preservativo non si parla quasi più. E le giovani generazioni vivono il sesso senza paura. "In effetti è così. Io stesso ho due figli ventenni ma sono più preoccupato per l’alcool che possono bere in discoteca".

di Daniele Nardini

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