Dopo le polemiche sulla stretta securitaria che prevede l’uso del taser da parte dei vigili urbani, già molto criticata dalla comunità LGBTIAQ+ proprio durante la conferenza stampa del Milano Pride in una sala di Palazzo Marino, la giunta presieduta da Giuseppe Sala entra in frizione con alcune realtà commerciali queer del quartiere rainbow di Porta Venezia, a seguito della decisione di restringere l’operatività delle attività di svago per ragioni di decoro e sicurezza.
A monte della storia c’è una sentenza, un risarcimento da 250mila euro e un precedente analogo del quartiere Garibaldi, per anni afflitto da problemi simili. È da qui che bisogna partire per capire l’ordinanza firmata dal sindaco Sala: un decreto sindacale, preso senza passare né per la giunta né per il consiglio comunale, che dall’11 giugno impone la chiusura dei dehors a mezzanotte e vieta l’asporto di alimenti e bevande dalle 22 alle 6 nell’area Lazzaretto-Melzo.
Il Comune aveva perso una causa intentata da alcuni residenti del quartiere, stanchi di schiamazzi notturni. Lo stesso schema si era già presentato in zona Garibaldi: ordinanza, locali più silenziosi, problema risolto. Stavolta Sala ha applicato lo stesso criterio. Peccato che il quartiere su cui interviene sia Porta Venezia, cuore della socialità LGBTQIA+ milanese, e che manchino meno di tre settimane al Pride del 27 giugno. Un periodo in cui le attività commerciali queer decuplicano i propri incassi.
La rabbia dei locali rainbow
Il tempismo ha innescato una reazione immediata. BraveMai, podcast e spazio queer-femminista, ha scritto sui social: “Dietro la parola ‘movida’ ci siamo noi. Persone queer. Lavoratorə queer. Locali queer. Spazi costruiti dalla comunità quando nessuno li voleva.” E ancora: “Hanno usato la nostra esistenza per vendere Milano come città europea, moderna, aperta. E adesso?”
Pop Milano, locale storico del circuito rainbow, non un bar che serve soltanto drink e panini, ma un luogo che pulsa di attività culturali, confronti, dibattiti tutto l’anno, è stato ancora più diretto: “Non c’è nessun Pride Month“. Il Pop ricorda che in due mandati dell’amministrazione Sala il quartiere arcobaleno è stato “progressivamente impoverito dei suoi spazi di aggregazione” e denuncia il paradosso di un coprifuoco imposto nel mese che dovrebbe celebrare la comunità. “Da otto anni non abbiamo mai ricevuto una multa né un esposto. Eppure oggi veniamo trattati come se fossimo parte del problema”.
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“Hanno usato la nostra esistenza per vendere Milano”
Il nodo politico è anche il rapporto tra immagine pubblica della città e gestione concreta dei suoi spazi queer. Per anni Porta Venezia è stata presentata come simbolo di inclusione, diversità, libertà. Un quartiere usato nelle campagne di comunicazione, nelle sponsorizzazioni, nella narrazione turistica e istituzionale di Milano come città moderna e internazionale.
“Hanno usato la nostra esistenza per vendere Milano come città europea, moderna, aperta. E adesso?”, denunciano. E dunque, cosa accade quando la stessa comunità che ha contribuito a costruire l’immagine progressista della città viene percepita come rumore, disturbo, problema da gestire?
È una lettura dura, che non nega l’esistenza di problemi legati alla convivenza urbana, ma contesta l’effetto generalizzato del provvedimento. Perché, scrive BraveMai, questa ordinanza “non colpisce ‘la movida’”, ma “un ecosistema sociale queer che vive di sera, che si incontra di sera, che trova sicurezza nella presenza collettiva”.
Qui la storia si complica. Perché, stando a quanto risulta a Gay.it, il vero problema di ordine pubblico in zona Lazzaretto non viene dai locali del circuito rainbow, che si autoregolano e rispettano gli orari, ma da alcuni esercizi della stessa area, frequentati da un pubblico giovane non LGBT, che producono baccano fino alle 4 o alle 5 di mattina. Una frizione tra pubblici diversi che da tempo imprenditori e commissione sicurezza avevano segnalato al Comune, chiedendo monitoraggio mirato. La risposta è stata un’ordinanza indiscriminata che colpisce tutti nello stesso modo.
Il punto però dell’ordinanza di Sala è che, a quanto emerge, i commercianti dei locali queer di Porta Venezia si sentono abbandonati nella loro attività imprenditoriale proprio dall’area politica (centrosinistra) con cui erano riusciti a trovare una forma di dialogo e collaborazione. Non solo: i commercianti rivendicano di aver aiutato, grazie alle proprie attività, la città di Milano a fregiarsi del titolo di città aperta e queer friendly.
La presa di posizione di Pop Milano arriva a una conclusione molto netta: “Senza quei luoghi. Senza quelle persone. Senza quella comunità che vive ogni giorno le strade del quartiere. Il Pride rischia di diventare soltanto una sfilata”.
Va precisato che nella realtà, parlando di locali, bar, ristoranti friendly, Porta Venezia non è più da tempo l’unico polo di attrattiva queer per la comunità LGBTIAQ+ milanese: si registra da anni il crescente successo di NoLo, quartiere circa due chilometri più a nord (a nord di piazzale Loreto). Va inoltre sottolineata la capacità dell’intera città di offrire vari punti di aggregazione che mescolano istanze culturali queer-oriented ad altre comunità. Lo stesso Milano Pride, nelle parole di Alice Redaelli presidente di CIG Arcigay, non è più una semplice parata, ma “un albero dai cui sono nati rami”. Così è accaduto a Porta Venezia, che resta certamente il più arcobaleno dei quartieri milanesi, ma che ha generato un impulso imprenditoriale, spesso sostenuto dal Comune a guida Sala, diffuso in tutta la città. Si pensi per esempio all’avamposto del Mosso, centro polivalente attivo nell’assai più problematico quartiere di Viale Padova nord, che integra comunità di immigrati residenti e frequentatori LGBTIAQ+: è un progetto fortemente sostenuto dalla Giunta Sala. O si pensi al riuscito esperimento del BASE, in zona Tortona, assai frequentato da persone LGBTIAQ+, e che presto vedrà nascere proprio nello stesso complesso post-industriale il Rainbow Center di cui la stessa Giunta Sala, nelle parole dell’assessore Bellorè, si dice fiera.
Tuttavia restano evidenti le perplessità oggettive suscitate dal pugno duro indiscriminato utilizzato dal sindaco Sala con il quartiere arcobaleno di Porta Venezia. A mettere a fuoco le criticità di metodo è il consigliere comunale PD Michele Albiani, presidente della Commissione Sicurezza e Vita Notturna, apertamente gay e da sempre vicino alle istanze del quartiere, oltre che facente parte della maggioranza che sostiene la Giunta Sala: “Le restrizioni nell’area Lazzaretto-Melzo vanno ben oltre quanto necessario. I dehors non sono il problema: al contrario, sono strumenti di presidio dello spazio pubblico.” Albiani punta il dito anche sulla tempistica: l’ordinanza è entrata in vigore 48 ore dopo la pubblicazione, includendo zone, tra cui vie di NoLo e Bicocca, che non erano state indicate nell’avvio di procedimento del 16 maggio. “Chi ha firmato contratti stagionali e programmato il personale si trova a dover ricominciare da capo in quarantotto ore. Questo non è governo del territorio, è pressapochismo.”
A ridosso del Milano Pride, dunque, i locali che non hanno mai fatto problema si trovano penalizzati dalla stessa giunta che hanno sempre sostenuto. E la città che ha usato Porta Venezia come vetrina arcobaleno non sembra aver trovato un modo per distinguere chi costruisce comunità da chi genera conflitto. Nel 2027 la città di Milano andrà al voto. Sui social i commenti contro la giunta Sala fioccano sotto i post LGBTIAQ+. Forse ingiustamente. Ma con una rabbia imprenditoriale più che comprensibile. Anche le attività queer hanno bisogno che il meccanismo capitalista giri senza troppre restrizioni. I locali queer sono stati parte di quella valorizzazione immobiliare, di quell’attrattività turistica, di quella narrazione da città europea. Ora che il brand è consolidato, gli stessi attori che lo hanno costruito si trovano a subire le conseguenze della gentrificazione che hanno, più o meno volontariamente, contribuito ad alimentare.

