Le maschere sono diventate un mezzo paradosso: l’oggetto più necessario, fastidioso, ed emblematico degli ultimi anni in un primo momento bisognava scalciare per accaparrarsele, ora più di 210 milioni di mascherine, non utilizzate e scadute, sono lasciate nei depositi tra Nord e Centro Italia (per un costo di 313 mila euro al mese). Superando il peso di 250 tonnellate e non rivendibili, l’unica opzione contemplabile per le mascherine in eccesso è distruggerle: su incarico del commissario Figliuolo A2a Recycling distruggerà ogni mascherina in eccesso, di cui una minima parte sarà riciclabile, mentre ogni tessuto completamente bruciato.

I rotoli di tessuto arrivano ad occupare un volume di 40mila metri di cubi nei magazzini, per uno stoccaggio che va oltre un milione di euro, per un’intera operazione finale che ammonta sui 700mila euro. Ma oltre alle spese allucinanti, nemmeno a dirlo, le mascherine hanno gigantesche ripercussioni sull’ambiente: solo nel 2020 negli oceani sono state ritrovate 1,56 miliardi di mascherine, che secondo alle stime dell’associazione francese Opération Mer Propre nel 2020, “sono più delle meduse” – arrivando a disperdere più di 173.000 microfibre per il mare.
“Gli inceneritori non bastano” spiegava nel 2020 al Sole24ore, Chicco Testa, esperto di ecologia e presidente dell’Assoambiente “di conseguenza un gran numero di rifiuti e di mascherine sanitarie usate non vengono distrutti ma finiscono nelle discariche o, peggio, dispersi nell’ambiente”.
Ma ampissima parte di queste mascherine non sono mai state richieste “né dalle regioni né dagli altri enti convenzionati” e oggi non trovano più possibilità di essere rivendute, come spiega Figliuolo: “L’utilizzo di tali manufatti non è più consentito dalle norme in vigore in quanto trattasi di dispositivi non certificati, con scarsa capacità filtrante non conformi ai requisiti di legge”.


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