L’arcobaleno LGBTI non è caduto dal cielo, ma è stato costruito con metodo, rabbia e cura: è quello che presto si accenderà sul tetto del Millerntor-Stadion di Amburgo, casa del St. Pauli. Non sarà una bandiera, non sarà solo un simbolo, sarà un impianto fotovoltaico gigantesco, 1.080 pannelli disposti in sequenza cromatica, capace di generare 285.000 kilowattora all’anno. Energia pulita, energia visibile. Una presa di posizione fotovoltaica, politica, e profondamente queer.

Il St. Pauli, per tredici anni sospeso in una seconda serie che sembrava una condanna, l’anno scorso era tornato in Bundesliga, la serie A del calcio tedesco. Dopo una stagione 2023-2024 giocata col fiato corto ma con le vene aperte, era arrivato primo in 2. Bundesliga (serie B).

Lo stadio, quest’anno – in prima divisione – sempre lo stesso. Il Millerntor. Che non è un semplice impianto sportivo, ma un organismo, un corpo. Tifato, occupato, posseduto da chi lo abita. Il tetto ora sarà arcobaleno. I gradoni, già da sempre antifascisti, ora vibrano di proteste pro-Palestina e a difesa dei diritti trans. Il luogo in cui ogni partita è anche una manifestazione. E ogni gol, un atto di resistenza. Sembra un favola, ma è tutto vero.


Nel cuore del quartiere portuale più contraddittorio e vivo della Germania, il club più radicale d’Europa – qualcuno dice: radical chic – ha scelto di rispondere al collasso climatico e alla violenza omotransfobica con un gesto simultaneo: un’azione tecnica che è anche sociale, ambientale e dissidente. Il sole arcobaleno che riscalderà il Millerntor è parte di un progetto intersezionale che spariglia tutto e che germoglia in quella melma maschio-tossica che è il sistema calcio. E che mette in relazione il benessere della Terra con la giustizia per i corpi non conformi, per le vite non normative.

Arcobaleno LGBT Millerntor-Stadion Amburgo St. Pauli
Il Millerntor-Stadion del St. Pauli ad Amburgo avrà impianto fotovoltaico con bandiera dell’arcobaleno LGBTI: nella foto l’illustrazione del progetto.

Quelle vite che il calcio tradizionale — carico di maschilismo, patriarcato e razzismo — tende a espellere o rendere invisibili. Il progetto del St. Pauli ribalta la prospettiva: prende quelle vite, le mette al centro, le interseca alla battaglia per salvare il pianeta (una battaglia profondamente antifascista, a ben vedere), mostrando che la catastrofe ambientale e la lotta per la dignità umana sono la stessa battaglia. Una battaglia di popolo.

La campagna trans

Nel 2024 Marit Hölting, giovane designer tedesca, crea Trans*Pauli: una campagna digitale, ma più potente di tante reali. Colori della bandiera trans, logo del club riscritto: un atto contro la transfobia, un’idea che dice tutto della possibilità di accogliere nella cultura calcistica argomenti che fino a ieri sembravano impossibili. Jackson Irvine, capitano del St. Pauli, condanna l’esclusione delle donne trans dal calcio femminile da parte della Football Association: “Scelta eccessiva, deludente”. Qui i gesti contano. Al Millerntor le persone trans non stanno ai margini: sono parte del cuore. La visibilità non è retorica, è una condizione per esistere.

Calcio, la rivoluzione intersezionale del St. Pauli: pannelli solari con arcobaleno LGBTI, lotta pro-Pal e antifascismo, miracolo in Bundesliga - Jackson Irvine - Gay.it
Jackson Irvine in difesa delle calciatrici trans

Chi è Tanja Rieckmann-Mekhchoun

I nostri diritti vengono ridotti, i Pride vengono attaccati: questo impianto è un messaggio su così tanti livelli che ci rende felici”, ha detto Tanja, attivista del St. Pauli Pride (fonte: Bundesliga.com). Tanja Rieckmann-Mekhchoun è il volto e la voce di St. Pauli Pride, il collettivo queer nato all’interno del club più radicale d’Europa. Attivista, referente per campagne e progetti nel settore del welfare in Germania, Tanja non è solo una figura simbolica: è una lavoratrice della visibilità. Quando ha parlato del nuovo impianto fotovoltaico arcobaleno del Millerntor-Stadion, ha detto una cosa precisa, che brucia:

“La visibilità è fondamentale, soprattutto ora che vogliono di nuovo renderci invisibili”.

Lei lo sa. Lo vede. I Pride attaccati, i corpi queer messi a tacere, la paura che ritorna. Ombre nere e maschilità tossica che rigurgitano dalle curve di mezza Europa. In Italia il coming out di un calciatore di un club di prima grandezza è stato stoppato a causa dell’aggressività criminale della curva. Ma l’attivismo di Tanja è senza fronzoli, necessario, pieno di rabbia e di cura. Insieme a St. Pauli Pride porta avanti una battaglia che fa del Millerntor un presidio politico, oltre che uno stadio.

Il caso di Behrens che disse “non firmo maglie gay

Come quella volta che Kevin Behrens, attaccante del Wolfsburg, si è rifiutato di firmare una maglia arcobaleno dicendo: “Non firmo cose gay”. Una frase sbattuta in faccia come uno sputo. In Germania ha fatto rumore, ma ad Amburgo ha fatto rabbia. Al Millerntor non l’hanno lasciata passare: tutta la curva del St. Pauli ha risposto come sa fare — con i corpi, con i cartelli, con l’orgoglio. “Kevin, vergognati” si leggeva, su cartelli arcobaleno tenuti in alto da persone che quella vergogna la conoscono e da persone che non la conoscono, ma che la riconoscono come tossica, pericolosa, divisiva. Qualcuno aveva persino proposto di illuminare lo stadio con i colori LGBTQIA+, perché in ogni curva – lo sappiamo – c’è sempre la frangia oltranzista e al St. Pauli l’oltranzismo è queer. Non se n’è fatto nulla, ma in fondo bastavano gli sguardi. Behrens ha giocato una partita spenta, annegato nella sua stessa dichiarazione.

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Lo stadio come piattaforma popolare

St. Pauli Pro Palestina
Il St. Pauli è apertamente Pro Palestina dall’inizio dell’invasione israeliana a Gaza.

Per diventare socio del St. Pauli non basta pagare la quota. Bisogna sottoscriverne i valori: antifascismo, inclusione, apertura. Il club non è un’azienda, è una comunità. Non ha padroni, ha soci e tifosi che si muovono come organismi collettivi. Quando il club è scivolato sull’orlo del fallimento, i tifosi hanno comprato lo stadio: ventimila persone hanno versato quasi 30 milioni di euro. Ora lo affitteranno al club, permettendogli di sopravvivere. È l’azionariato popolare più visionario e concreto d’Europa. Una storia che rende concreto e contemporaneo il profondo dna popolare e socialista europeo.

Il Millerntor non è un luogo qualsiasi. All’ingresso della birreria del club campeggiano le bandiere delle Brigate Garibaldi. Ogni anno si festeggia la Liberazione italiana. L’8 maggio, anniversario della caduta del nazismo, viene rivendicato con orgoglio mentre l’AfD cresce nei sondaggi in Germania e il Paese si dota con Merz del governo più a destra di sempre pur di fronteggiare il rigurgito inimmaginabile che nessuno vuole nominare. Il presidente del club, Oke Göttlich, si è presentato a Sky Deutschland con un adesivo giallo addosso: Björn Höcke ist 1 Nazi” (Björn Höcke, esponente dell’AfD, è un nazista ndr)

 

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Come quella di sospendere l’inno “Das Herz von St. Pauli”, dopo che è emerso che il suo autore, Josef Ollig, era un ex propagandista nazista. Una scelta difficile, divisiva. Ma necessaria. “Un inno deve unire, non dividere”, ha detto il presidente.

St. Pauli è un quartiere, ma anche un laboratorio politico. Dentro e fuori lo stadio si pratica l’internazionalismo. La resistenza diventa festa. I cori, partigiani. La Palestina è il mantra di questi mesi. Le sale piene, le mani alzate, la musica che vibra nelle ossa. “Hoch die internationale Solidarität”: “In alto la solidarietà internazionale“.

Come ben spiegato un anno fa al Manifesto da Massimo Finizio, direttore dell’agenzia di stampa sportiva e politica tuttostpauli.com , il motto è “Die einzige Möglichkeit” (l’unica possibilità). Dice Finizio:

“è anche e soprattutto l’unico modello di sport sostenibile oggi possibile. Quando in Italia il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, presenta la sua legge sull’azionariato diffuso (già passata alla Camera) in riferimento al modello tedesco non ha la più pallida idea di come funzioni. L’esempio virtuoso del Sankt Pauli, si basa sul binomio di associazionismo e partecipazione popolare. In pratica mentre in Italia si portano avanti gli interessi del capitale, in Germania promuoviamo le persone che praticano lo sport. Qui non esistono mica le Spa o le Sr”

Perché sotto quel Jolly Roger, la bandiera pirata trasformata da icona del crimine e del caos in emblema di resistenza, ribellione e libertà, c’è una città altra, fatta di migranti, persone queer, lavoratori, famiglie, studenti, rifugiati. Una città che si organizza, che resiste, che canta. Dove i corpi trovano spazio. Dove si può essere. Dove, davvero, il sole è queer e la sua energia scalda l’acqua delle docce e illumina i protagonisti sul campo. Perché poi, alla fine, anche qui si gioca a calcio. Eccome se si gioca.

Il coraggio di Sergio Camello “se piangi nello spogliatoio ti dicono che sei froc.. e dove sono i calciatori gay?”

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