Voce libera e spirito queer: Andera – al secolo Diana Andrea Garofalo – è una delle penne sincere e promettenti della nuova scena musicale indipendente italiana. Nata in Puglia nel 2000, cresciuta tra chitarre e sottosuoli sonori a Bari, oggi vive a Milano, dove coltiva il suo progetto solista mescolando funk, R’n’B e cantautorato contemporaneo.
Con “La mia verità” e il successivo “Giri di parole”, Andera ha raccontato il disagio, la solitudine e la rinascita di chi si scopre queer in una città nuova, affrontando i propri mostri tra musica e parole. Artista a tutto tondo, cantautrice e creator, sui social parla anche di industria musicale e visibilità LGBTQIA+.
Ecco cosa ci ha raccontato!
Andera su Gay.it: la nostra intervista
Ne “La mia verità” racconti il disagio di essere queer in una nuova città. Quanto c’è di autobiografico in quel brano e che impatto ha avuto sulla tua community?
“Quel brano è estremamente autobiografico. La prima strofa racconta, purtroppo, una mia giornata tipo di quel periodo. Quando mi sono trasferita a Milano ero da sola, avevo in testa tantissime domande e nessuna risposta. Non conoscevo persone trans né queer, al tempo stesso non avevo la forza e la sicurezza di uscire dalla mia stanza per conoscerle.
Quel brano è nato dall’esigenza di mettere su carta quello che provavo, per poterlo rileggere e rendermi conto di quanto fosse vero. Sorprendentemente venne molto apprezzata dalle persone che mi seguivano, forse per molti c’era la necessità di sentire una storia simile alla loro in un brano”.
Hai iniziato a comporre a 15 anni e sei passata dalla scena underground barese al tuo progetto solista. Cosa ti sei portata dietro da quel mondo e cosa hai lasciato andare?
“Di quel mondo mi porto dietro le emozioni del palco, il sudore della sala prove e tantissime esperienze formative da un punto di vista tecnico ed emotivo. In quel periodo ho imparato a gestire una band, un progetto, a muovermi nel mondo della musica suonata dal vivo e a gestire tante cose insieme.
Mi sono lasciata dietro quel modo di fare musica, ero spaventata di parlare di me stessa e quando provavo finivo per scrivere cose che non sentivo mie”.
Oggi sei anche una content creator: quanto è importante per te raccontare la musica – oltre che farla – e quali reazioni ricevi?
“Ho iniziato a fare la creator perché avevo bisogno di fare qualcosa per il mio progetto ma non avevo i mezzi per suonare dal vivo, andare in studio e fare tutte quelle cose che normalmente si farebbero.
I social mi hanno permesso di costruire un seguito ancor prima di far uscire la mia seconda canzone, questo ha sicuramente aiutato. Le reazioni sono quasi sempre positive, ho un taglio molto editoriale e opinionistico nei miei contenuti e questo crea spesso dei dibattiti interessanti e costruttivi”.
Pop, funk, R’n’B: il tuo sound è sempre più definito. Quali sono le tue influenze musicali e come riesci a far convivere autenticità e sperimentazione?
“Il mio sound si è definito soprattutto scrivendo, canzone dopo canzone. Amo la musica suonata e le band, questo ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale. In Italia amo gli artisti che riescono a mantenere un’identità anche cambiando genere, come Caparezza. Aspiro ad avere la sua libertà nella scrittura. Nella vita ho ascoltato di tutto, dal heavy metal al pop. Adoro il punk rock dei Paramore, il basso e le batterie groovy dell’hip-hop e del funk e cerco di far confluire tutto nella mia penna che spero possa fare da collante di tutte le cose che mi piace suonare.
Dal vivo con i ragazzi della band sicuramente ci divertiamo di più con chitarre distorte e assoli interminabili, sul palco ci facciamo meno problemi con generi ed etichette e cerchiamo solo di fare quello che ci piace”.
In un’Italia musicale ancora molto etero-centrica e cis-conformata, essere una giovane artista queer ti ha mai penalizzata o al contrario ti ha dato forza e riconoscibilità?
“Dipende dagli ambienti in cui sono. Sicuramente è molto complicato parlare della mia musica, spesso mi viene richiesto di essere un attivista e viene dato per scontato che io debba sempre rappresentare qualcuno oltre a me stessa. Mi è capitato di essere chiamata per parlare della mia musica per poi passare ore a parlare di transgenerità, donne trans nello sport e altre tematiche che riguardano più la politica che le mie canzoni.
Sicuramente essere una donna trans mi dà forza e riconoscibilità, ho una storia diversa da raccontare e ancora oggi storie come la mia vengono raccontate pochissimo. Credo ci sia, almeno da una parte di pubblico, molta necessità di puntare i riflettori su un vissuto come il mio e questo è sicuramente un vantaggio”.
Il tuo stile sembra seguire il solco del grande cantautorato italiano: ti ritrovi?
“Non saprei, credo che questo tipo di considerazioni debbano essere fatte più da chi ascolta le canzoni che da chi le produce. Io affermo senza timori di essere una cantautrice. Vado molto fiera di scrivere, suonare e cantare le mie canzoni.
Sicuramente dal grande cantautorato italiano voglio prendere la capacità di raccontare storie, di far arrivare al grande pubblico le vicende dei più deboli e dei dimenticati. In questo De Andrè e Guccini erano dei maestri.
Penso sia importante, in questo genere, continuare a scrivere di cose che si vivono e che si pensano davvero”.
Il folk è una cifra culturale popolare che nasce dal basso: è immaginabile un queer folk secondo te?
“Il folk si lega alla cultura di un paese, di una terra. Un queer folk dovrebbe legarsi alle storie della comunità e ai nostri vissuti. Se vogliamo vederla così allora credo sia immaginabile.
Al tempo stesso spesso la nostra comunità è frammentata, ci sono molte correnti e gruppi che litigano tra di loro quindi non so se riusciremo a riunirci attorno ad un unica corrente artistica.
Io spero che a un certo punto esca fuori qualcuno in grado di appianare le differenze e unirci tutti quanti in un unico canto, penso sia quello di cui abbiamo bisogno come comunità”.
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