Perché Fra, ieri Andrea è morto due volte”.

Sono otto parole a scuotermi finalmente dal torpore del distacco giornalistico con cui sono costretto a fare i conti ogni volta che un pezzo della nostra comunità viene distrutto e vilipeso. Ogni volta che una luce si spegne o si affievolisce sferzata da questo ventaccio nero travolgente, che ci schiaffeggia con più forza ogni giorno che passa.

È una corazza vitale, quella che io e molti colleghi siamo costretti a costruirci, e che non può creparsi mai e poi mai, pena il crollo, pena le accuse di parzialità, gli scherni. Oggi, però, una crepa la devo ad Andrea.

Ritrovo il mio battito accelerato, un nodo alla gola e la mia umanità ascoltando un vocale di Milo Serraglia, un attivista e formatore che ogni tanto mi scanna e con cui talvolta scambio qualche amabile chiacchiera.

Si sa, nel nostro lavoro i contatti sono fondamentali ma ci fanno camminare sul filo del rasoio, perché non possiamo e non dobbiamo lasciare che l’opinione di qualcuno prevalga su quella di un altro quando stiamo raccontando la verità. Sennò siamo destinati a diventare come loro. Ma si sa anche che l’unico modo che abbiamo per rimpolpare le fila di quella che negli ultimi due anni ha assunto i connotati di una resistenza, è metterci in ascolto, lasciare che il nostro ego si faccia piccolo e il microfono a chi, evidentemente, ne sa più di noi, perché quella resistenza la vive sulla propria pelle.

Andrea Spezzacatena ragazzo dai capelli rosa
Andrea Spezzacatena, “Il ragazzo dai pantaloni rosa”

Il vocale di Milo è intriso di quella rabbia sacra e preziosa che ci accompagna da quando abbiamo spaccato tutto a Stonewall, e che si rinnova come linfa vitale ogni volta che scegliamo di alzare la testa, smettiamo di porgere l’altra guancia, dissotterriamo l’ascia di guerra per legittima difesa. Un’eredità pesante che forse, negli ultimi tempi, abbiamo dimenticato, confortati dal fatto che qualcuno ha già combattuto prima di noi.

Ignari che quella lotta, però, non si è mai davvero conclusa.

Ce lo dimostrano i fatti. Non ci siamo mai guadagnati davvero il rispetto di alcuni, ma solo la loro pigra, ignorante e disgustosa obbedienza, che però fluttua come l’asticella di un metronomo. Oggi, è sull’estremo opposto a quello a cui siamo abituati, e chiaramente ci stupiamo e siamo orripilati quando sentiamo che la memoria di un ragazzo che si è suicidato a 15 anni a causa del bullismo omofobico viene infangata nella maniera più violenta e incomprensibile, da una gioventù figlia di chi l’ha ucciso. E che si vendica insensatamente così di anni di repressione delle loro malsane inclinazioni. Lo sfogo di un odio che non si è mai spento, e che in questi anni ha sempre mostrato i suoi sintomi.

Andrea, come possiamo sostenere il peso del tuo sguardo nelle foto che invecchiano, quando dovevi essere tu a farlo? Se, a dodici anni dalla tua morte, quello che ti è accaduto continua a ripetersi, anno dopo anno? Come possiamo sventolare placidi i nostri striscioni “Love is love”, goderci gli after party dei nostri Pride se il tuo posto lì è vuoto, e se ogni anno i posti vuoti aumentano?

Da anni rimettiamo a loro nostro dolore, ci scopriamo vulnerabili, sicuri – e forse disperatamente speranzosi – che l’empatia tra esseri umani non sia ancora diventata una chimera, e che arriveranno a comprendere. Che l’evoluzione non li abbia privati della loro umanità.

Ci spendiamo in conferenze, scriviamo libri, presentiamo le nostre istanze con rigore scientifico e coloriamo le loro strade con i nostri cortei senza mai pretendere di più che essere uguali, senza aspettarci comprensione, ma solo pura civiltà.

Ma forse, Andrea, non basta più.

Forse, nel tuo momento più buio, avresti voluto che qualcuno, al di là della tua amorevole mamma, alzasse la testa per te e che non ti chiedesse di comprendere i tuoi bulli ed elemosinare anche solo la loro indifferenza. Forse, avresti voluto una rete di supporto che ti facesse da scudo, una testuggine compatta di insegnanti, attivisti e amici che non ti dicesse come dovevi comportarti tu, ma che si alzasse minacciosa contro i carnefici del tuo calvario, e usasse prima il bastone che la carota, perché tu la grazia che hanno riservato a loro non l’hai mai ricevuta.

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Invece, loro ci hanno buttato fuori dalle scuole, Andrea. Ci hanno buttato fuori dai tavoli tecnici che decidono le nostre sorti, mentre invalidano la nostra esistenza e criminalizzano il nostro desiderio di genitorialità. E nel farlo, ci hanno detto che ce ne dobbiamo stare zitti e buoni, al nostro posto, perché siamo una minoranza che nel grande schema delle cose conta poco e niente.

andrea spezzacatena ragazzo dai pantaloni rosa manes
Andrea Spezzacatena

Paradossalmente, però, le nostre vite e i nostri corpi sono diventati un’arma politica nei softfakes pubblicati su Instagram da Matteo Salvini e nei discorsi propagandistici del nostro governo, sanguinando a cascata su decine di migliaia di persone che, rabbiose, non aspettavano altro che un nemico su cui scagliarsi.

Dimentichi di Stonewall e del fatto che la nostra libertà affonda le radici nella rabbia, molti di noi restano inerti.

Dopotutto, abbiamo la ragione dalla nostra parte, il sostegno degli intellettuali e della comunità scientifica. Qualche anno fa, se qualcuno ci insultava per strada, scrollavamo le spalle: quel poveraccio non era altro che un ignorante. E l’abbiamo fatto per anni, forti della nostra sicurezza, coltivando una pellaccia dura che, però, è un lusso accessibile solo a chi riesce a farsela. Così facendo, abbiamo però lasciato indietro chi quella corazza non è mai riuscito a costruirsela.

Ci siamo scordati come si lotta, perché questi anni di progresso ci hanno fatto credere che non ce ne sarebbe più stato bisogno. Prima o poi, ci siamo detti, smetteranno di schernirci, di picchiarci, di ucciderci e usarci, perché qualche anno fa il futuro era tutto da scrivere, con il dialogo, accettando le sconfitte e pensando a come vincere la volta dopo. Non potevamo ancora dirci del tutto soddisfatti, perché il progresso è lento, ma sapevamo almeno che stavamo andando in quella direzione.

Saresti stato orgoglioso, nel 2016, di sapere che avresti potuto fare un’unione civile con la persona che amavi. Saresti stato orgoglioso di vedere il mondo che cambiava, i coming out delle celebrità, i programmi di inclusione e diversità nelle aziende, i nostri cortei sempre più grandi.

Ma oggi, di cosa potresti essere orgoglioso? Forse, di chi ancora grida fino a diventare paonazzo nelle piazze e si scaglia, senza paura e senza mezzi termini, su chi sta rovesciando questa macchia di petrolio sulle nostre esistenze. Di avvocate che se ne fregano del “Love is love” e combattono ferocemente, con le unghie e con i denti per chi è fragile, scartabellando di notte il codice civile per trovare i cavilli più azzeccati in assenza di un DDL Zan. Di chi boicotta, lancia vernice, blocca le strade nonostante il nostro diritto a protestare non è più garantito.

Andrea Spezzacatena, quei pantaloni rosa e l'inestimabile valore della nostra rabbia  - Ragazzo pantaloni rosa Andrea Spezzacatena sua madre Teresa - Gay.it

Forse anche di quella bear che, al Pride di Torino quest’anno, è arrivata a due centimetri dalla faccia di un ragazzino che l’aveva insultata, costringendolo a balbettare le sue scuse. “Oh, dai, stai calmo fra’”. No, non è più il momento di stare calmi.

Perché purtroppo, Andrea, l’uomo è una macchina che va a calci in culo.

Lo dicevano i Fucktotum qualche anno fa, non certo campioni di attivismo e da prendere molto con le pinze, ma sicuramente persone che andavano dritte al punto. E ogni tanto me lo ripeto, sogghignando e compiacendomi di un datore di lavoro che deve pagare caramente dopo aver licenziato una dipendente trans. Quando vengono fatti volti e nomi di omofobi sulla pubblica piazza social, alla mercé della rabbia sacra della nostra comunità.

Dovrai ancora una volta accettare le mie scuse. Neanche io, probabilmente, mi sarei alzato a gridare in faccia a quei demonietti il mio livore, scomponendomi, per paura di apparire isterico e fuori di testa. Non avrei interrotto la loro farsa, mi sarei indignato solo dopo, con la dialettica e la ragione dalla mia parte.

A posteriori, tuttavia, mi arrogo il diritto di pensare che, ovunque tu sia, quello sarebbe stato il tuo riscatto. Sapere che la tua fiamma non si è spenta, ma brucia ancora nella rabbia di chi ti difende. Invece che spegnersi nelle lacrime silenziose di chi ha rinunciato a lottare.

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