Quattro associazioni francesi impegnate nella difesa dei diritti LGBTQ+ hanno presentato una denuncia contro Meta e contro il suo amministratore delegato Mark Zuckerberg, accusandoli di ingiurie e discriminazioni omofobe e transfobiche. Al centro dell’azione legale, depositata presso la procura di Parigi, ci sono le recenti modifiche alle regole di moderazione dei contenuti su Facebook e Instagram, considerate dalle associazioni un arretramento grave nella tutela delle persone LGBTQ+ e un via libera a forme di odio online precedentemente vietate.
In questo articolo
- 1 La denuncia contro Meta: ingiurie e discriminazioni omofobe e transfobiche
- 2 Le nuove regole di moderazione: cosa è cambiato su Facebook e Instagram
- 3 “Una discriminazione strutturale” contro i contenuti LGBTQ+
- 4 L’allarme delle associazioni e l’appello alle testimonianze
- 5 La “grande ondata di censura”: l’inchiesta del Guardian
- 6 Il contesto politico: libertà di espressione e svolta conservatrice
- 7 Il silenzio di Meta e le prospettive legali
La denuncia contro Meta: ingiurie e discriminazioni omofobe e transfobiche
Secondo Stop Homophobie, Mousse, Adheos e Familles LGBT, le nuove policy introdotte da Meta all’inizio del 2025 avrebbero creato le condizioni per quella che definiscono una vera e propria “discriminazione strutturale” nei confronti di utenti, contenuti e account LGBTQ+ sulle piattaforme del gruppo.
La denuncia, stando a quanto reso noto dalla stampa francese, tra cui Le Monde, sarebbe stata presentata martedì 6 gennaio. L’accusa a Meta e Mark Zuckerberg è di “discriminazioni omofobe e transfobiche”, oltre che di “ingiurie” e “complicità in ingiurie”. Le associazioni contestano in particolare il rifiuto, da parte dell’azienda, di rimuovere commenti apertamente offensivi e stigmatizzanti nei confronti delle persone trans, nonostante ripetute segnalazioni.
Secondo il testo della denuncia, consultato dalla stampa francese, Meta avrebbe lasciato online commenti che assimilano le persone trans a persone affette da malattie mentali. Tali commenti erano stati pubblicati sotto video diffusi su Facebook e Instagram dal media Brut e segnalati dall’associazione Mousse già all’inizio dello scorso novembre, senza che l’azienda intervenisse.
“Abbiamo fatto condannare più volte dalla giustizia francese affermazioni che assimilano le persone trans a malati mentali. Oggi Meta ci dice che rifiuta di moderare questo tipo di contenuti. È inaccettabile”, ha dichiarato Terrence Katchadourian, segretario generale di Stop Homophobie, nel comunicato che annuncia l’azione legale contro Meta.
Le nuove regole di moderazione: cosa è cambiato su Facebook e Instagram
Alla base della denuncia ci sono le modifiche alla politica di moderazione annunciate da Mark Zuckerberg il 7 gennaio 2025. In quell’occasione, il CEO di Meta aveva comunicato un allentamento senza precedenti delle regole su Facebook e Instagram, presentandolo come un ritorno alla “libertà di espressione”.
Una delle modifiche più controverse riguarda la rimozione di una sezione delle regole che vietava esplicitamente l’uso di un linguaggio disumanizzante nei confronti delle persone transgender e non binarie. Meta ha infatti stabilito che sono ora consentite sulle sue piattaforme le “affermazioni di malattia mentale o di anormalità quando si basano sul genere o sull’orientamento sessuale”, spiegando che questa scelta servirebbe a riflettere i “discorsi politici e religiosi su persone transgender e sull’omosessualità”.
Secondo le associazioni LGBTQ+, questa formulazione apre la porta alla normalizzazione di contenuti offensivi e stigmatizzanti, che nel diritto francese ed europeo rientrano a pieno titolo nella definizione di ingiuria.
“Una discriminazione strutturale” contro i contenuti LGBTQ+
Le associazioni parlano apertamente di “discriminazione strutturale”, sostenendo che le nuove policy non si limitano a tollerare commenti d’odio, ma incidono più in generale sulla visibilità e sul trattamento dei contenuti LGBTQ+ sulle piattaforme di Meta.
Nella denuncia vengono citati diversi episodi di moderazione ritenuta “discriminatoria”: dalla rimozione di post e account LGBTQ+ alla limitazione della visibilità delle pubblicazioni, fino al rifiuto di promuovere contenuti e profili legati alla comunità queer. Secondo le associazioni, queste pratiche possono configurare “un rifiuto di fornitura di servizio” o “un ostacolo all’esercizio normale di un’attività economica”.
Tra gli esempi citati figura la chiusura, alla fine di agosto 2025, degli account Instagram di diversi organizzatori francesi di serate LGBTQ+, tra cui ReplicantEvents, ForensicsParis, TechNoireParis e Marché Drag. In quei casi, spiegano le associazioni, Meta non avrebbe fornito spiegazioni chiare o motivate.
L’allarme delle associazioni e l’appello alle testimonianze
Le preoccupazioni per il cambio di rotta di Meta erano emerse già nei mesi successivi all’annuncio delle nuove regole. Le associazioni avevano messo in guardia contro il rischio di un’esplosione dei casi di odio online, soprattutto a danno delle persone LGBTQ+.
Nel settembre 2025, il quotidiano Libération aveva raccontato la sospensione di account Instagram appartenenti a collettivi techno queer e drag. In quel contesto, SOS Homophobie aveva lanciato un appello a testimoniare per raccogliere esempi di “censura ingiustificata” o di “moderazione incoerente” legati a contenuti LGBTQ+ su Facebook e Instagram.
Secondo le associazioni, questi episodi dimostrano come le nuove politiche di Meta producano effetti concreti e penalizzanti per la comunità queer, sia in termini di sicurezza online sia di accesso equo alle piattaforme.
La “grande ondata di censura”: l’inchiesta del Guardian
Negli ultimi mesi Meta è stata accusata di aver avviato una vasta ondata di censura globale che ha colpito contenuti e account legati alle comunità LGBTQ+, all’accesso all’aborto e alla salute sessuale e riproduttiva. A documentarla era stata un’inchiesta del Guardian, che ha raccolto le testimonianze di decine di ONG e organizzazioni per i diritti civili in Europa, Regno Unito, America Latina, Asia e Medio Oriente.
Secondo Repro Uncensored, rete internazionale che monitora la censura digitale su temi di genere e giustizia sociale, nel solo 2025 sono stati registrati oltre 200 casi di rimozioni o gravi limitazioni di visibilità, più del doppio rispetto all’anno precedente. “Per quanto ne sappiamo, questa è una delle più grandi ondate di censura che stiamo vedendo”, aveva dichiarato la direttrice esecutiva Martha Dimitratou, parlando di un cambiamento strutturale nelle pratiche di moderazione di Meta.
Le restrizioni hanno colpito anche organizzazioni attive in Paesi dove l’aborto è legale e piattaforme di educazione sessuale e queer, spesso senza spiegazioni chiare e con sistemi di ricorso giudicati inefficaci. Una dinamica che, secondo attivistə e ricercatorə, conferma un approccio sempre più opaco e penalizzante nei confronti di contenuti LGBTQ+ e legati ai diritti riproduttivi.
Il contesto politico: libertà di espressione e svolta conservatrice

Le scelte di Meta si inseriscono in un contesto politico più ampio. Nel suo annuncio del gennaio 2025, Zuckerberg aveva collegato il cambio di strategia a una presunta “svolta culturale” negli Stati Uniti, evocando il ritorno al potere di Donald Trump, alla cui cerimonia di insediamento avrebbe partecipato pochi giorni dopo.
Dalla seconda elezione di Trump, Mark Zuckerberg ha avviato una serie di trasformazioni all’interno del gruppo Meta. Oltre all’allentamento delle regole di moderazione, l’azienda ha messo fine a diversi programmi interni pensati per favorire la diversità e l’inclusione del personale. Misure che si sarebbero allineate alle posizioni conservatrici del presidente Usa e dei suoi alleati.
Il silenzio di Meta e le prospettive legali
Interpellata dall’AFP e da Le Monde, Meta non ha risposto alle richieste di commento sulla denuncia. Un silenzio che, per le associazioni LGBTQ+, conferma la necessità di un intervento della magistratura.
L’esito del procedimento potrebbe avere un peso significativo non solo in Francia, ma anche a livello europeo, dove il tema della responsabilità delle piattaforme digitali nella moderazione dei contenuti è sempre più centrale. In gioco non c’è soltanto la gestione dei commenti offensivi, ma il riconoscimento del diritto delle persone LGBTQ+ a uno spazio digitale sicuro, libero da discriminazioni e odio normalizzato.
Per le associazioni querelanti, la battaglia contro Meta è anche una battaglia simbolica: “Non si tratta di censura”, ribadiscono, “ma di far rispettare la legge e di proteggere la dignità delle persone”. Un principio che, nell’era dei social network, appare oggi più che mai sotto pressione.


