Meta, bloccati contenuti LGBTIQ+, aborto e salute riproduttiva: “La più grande ondata di censura”

Un’inchiesta del Guardian denuncia una vasta ondata di censura da parte di Meta: bloccati contenuti LGBTIQ+ e account legati ad aborto e salute riproduttiva in tutto il mondo.

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Meta, contenuti queer e account su aborto e salute riproduttiva oscurati
Meta, contenuti queer e account su aborto e salute riproduttiva oscurati
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Negli ultimi mesi Meta è finita al centro della bufera, in seguito alla rimozione e/o alla limitazione di decine di account legati all’accesso all’aborto, alla salute riproduttiva e ai contenuti LGBTIQ+. A lanciare l’allarme sono organizzazioni per i diritti civili, attivistə e ONG che parlano apertamente di una nuova e vasta ondata di censura sulle piattaforme del gruppo – Facebook, Instagram e WhatsApp – con conseguenze concrete e potenzialmente pericolose per milioni di persone in tutto il mondo. 

Una stretta che non riguarda solo gli Stati Uniti, ma che si estende all’Unione Europea, al Regno Unito, all’America Latina, all’Asia e al Medio Oriente, colpendo realtà che offrono informazioni legali, sanitarie e di supporto, spesso in contesti già fragili.

Censura Meta

Meta, ondata di censura su contenuti queer e legati all’aborto

A ricostruire nel dettaglio quanto sta accadendo è un’inchiesta pubblicata da The Guardian, che ha raccolto testimonianze dirette di attivistə, ONG e organizzazioni per i diritti civili colpite dai provvedimenti di Meta. Secondo il quotidiano britannico, le prime segnalazioni risalgono a ottobre 2025, quando oltre 50 organizzazioni in tutto il mondo hanno iniziato a denunciare la rimozione totale dei propri account o l’imposizione di restrizioni severe alla visibilità dei contenuti.

Le misure hanno colpito realtà che operano nel campo dell’accesso all’aborto, gruppi LGBTIQ+, piattaforme sex-positive e organizzazioni impegnate nella salute sessuale e riproduttiva, spesso con bacini di utenza che raggiungono decine di migliaia di persone. Molti dei gruppi coinvolti hanno sede nell’Unione Europea e nel Regno Unito, ma l’inchiesta documenta casi anche in America Latina, Asia e Medio Oriente.

Repro Uncensored, ONG che monitora la censura digitale contro i movimenti legati a genere, salute e giustizia sociale, ha dichiarato di aver registrato 210 episodi di rimozione di account o restrizioni gravi nel 2025, contro gli 81 dell’anno precedente. Un aumento netto che, secondo l’organizzazione, segnala un cambiamento strutturale nella moderazione dei contenuti da parte di Meta.

“Per quanto ne so, questa è almeno una delle più grandi ondate di censura che stiamo vedendo”, ha dichiarato Martha Dimitratou, direttrice esecutiva di Repro Uncensored. “Nell’ultimo anno, soprattutto dall’inizio della nuova presidenza statunitense, abbiamo assistito a un aumento evidente degli account rimossi, non solo negli Stati Uniti ma anche a livello globale, come effetto a catena”.

 

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Aborto legale ma contenuti bloccati: il paradosso delle piattaforme

Mark Zuckerberg e Trump
Mark Zuckerberg e Trump

Uno degli aspetti più critici messi in luce dall’inchiesta del Guardian riguarda il fatto che molte restrizioni abbiano colpito organizzazioni attive in Paesi dove l’aborto è legale. In diversi casi, Meta ha bloccato linee telefoniche di supporto all’aborto, sospeso account informativi e rimosso post che fornivano esclusivamente indicazioni sanitarie e legali.

Secondo quanto emerso, la censura non ha risparmiato neppure contenuti visivi non espliciti: post con illustrazioni artistiche o rappresentazioni stilizzate della nudità sono stati rimossi o segnalati, soprattutto quando provenienti da account LGBTIQ+ o sex-positive. Una dinamica che ha interessato in particolare l’Unione Europea, alimentando il sospetto di una moderazione sempre più restrittiva e poco sensibile al contesto.

Gli attivisti sostengono che Meta stia di fatto estendendo a livello globale un approccio già visto negli Stati Uniti durante l’era Trump, quando molte organizzazioni che aiutavano le persone ad accedere a pillole abortive avevano denunciato pratiche di shadow-banning, ovvero la drastica riduzione della visibilità dei contenuti senza alcuna notifica ufficiale.

Meta respinge le accuse: “Le stesse regole per tuttə”

Meta ha respinto le accuse di censura mirata. In una dichiarazione riportata dal Guardian, l’azienda ha affermato: “Ogni organizzazione e individuo sulle nostre piattaforme è soggetto allo stesso insieme di regole, e qualsiasi affermazione di applicazione basata sull’appartenenza a gruppi o sull’attivismo è infondata”.

Il gruppo ha inoltre sostenuto che le policy sui contenuti legati all’aborto non sono cambiate, precisando: “Consentiamo post e inserzioni che promuovono servizi sanitari come l’aborto, così come discussioni e dibattiti, purché rispettino le nostre regole”.

Tuttavia, le testimonianze raccolte raccontano una realtà diversa, fatta di rimozioni improvvise, spiegazioni vaghe e difficoltà nel dialogo con la piattaforma.

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Il caso Women Help Women: “Un ban potenzialmente letale”

Il post di Women Help Women su Facebook
Il post di Women Help Women su Facebook

Tra gli esempi più significativi citati nell’inchiesta figura Women Help Women, organizzazione no-profit registrata nei Paesi Bassi che fornisce informazioni sull’aborto a donne di tutto il mondo, inclusi Brasile, Filippine e Polonia. L’organizzazione gestisce circa 150mila richieste via email ogni anno.

La direttrice esecutiva Kinga Jelinska ha raccontato che, dopo 11 anni di presenza su Facebook, l’associazione ha subito per la prima volta un ban totale dell’account. “Questo divieto può essere potenzialmente letale”, ha dichiarato, spiegando che la rimozione può spingere le donne verso fonti di informazione pericolose o non affidabili.

Meta ha motivato il ban con la più classica (e vaga) delle spiegazioni, sostenendo che la pagina “non seguiva i nostri Standard della community sui farmaci con prescrizione”, aggiungendo: “Sappiamo che questo è deludente, ma vogliamo mantenere Facebook sicuro e accogliente per tutti”. Una spiegazione che Jelinska ha giustamente definito “laconica” e opaca: “Hanno semplicemente rimosso la pagina. Non sappiamo nemmeno quale post fosse in violazione”.

L’account è stato successivamente ripristinato, e Meta ha ammesso che la rimozione era avvenuta per errore.

Jacarandas in Colombia: WhatsApp bloccato tre volte

Un altro caso emblematico è quello di Jacarandas, organizzazione femminista fondata in Colombia dopo la depenalizzazione dell’aborto nel 2022. Il gruppo fornisce informazioni su come ottenere un aborto gratuito e legale fino a 24 settimane.

La direttrice esecutiva Viviana Monsalve ha spiegato che la linea di assistenza su WhatsApp è stata bloccata e ripristinata tre volte da ottobre, e che al momento l’account risulta nuovamente bannato. “Abbiamo scritto a Meta spiegando che siamo un’organizzazione femminista, che lavoriamo sull’aborto e che in Colombia è legale fornire informazioni”, ha detto. “Ma non abbiamo ricevuto risposte chiare”.

“Senza la collaborazione di Meta è impossibile pianificare il futuro”, ha aggiunto, lamentando il silenzio dell’azienda: “Non sai se un ban arriverà domani o dopodomani, perché non rispondono a nulla”.

Contenuti LGBTIQ+ e salute sessuale sempre più penalizzati

Il post di Sex Talk Arabic rimosso
Il post di Sex Talk Arabic rimosso

L’inchiesta del Guardian evidenzia come la stretta non riguardi solo l’aborto, ma colpisca anche in modo sistematico contenuti quLGBTIQ+ e di educazione sessuale. È il caso di Sex Talk Arabic, piattaforma con sede nel Regno Unito che produce contenuti in lingua araba sulla salute sessuale e riproduttiva.

La direttrice Fatma Ibrahim ha raccontato che nell’ultimo anno l’organizzazione ha ricevuto avvisi quasi settimanali da Meta, con la segnalazione che i contenuti “non seguivano le regole” e non sarebbero stati suggeriti ad altri utenti. Due settimane fa, la situazione è culminata nella rimozione di un post artistico raffigurante una coppia nuda coperta da cuori.

Ibrahim ha definito l’approccio “condiscendente” e fortemente USA-centrico: “Nonostante i profitti che ricavano dalla nostra regione, non investono abbastanza per comprendere le questioni sociali contro cui le donne lottano e perché utilizziamo i social per queste battaglie”.

Appelli inefficaci e potere concentrato nelle big tech

Secondo Carolina Are, ricercatrice del Centre for Digital Citizens dell’Università di Northumbria, il problema centrale resta l’inefficacia del sistema di ricorso. “Non sarebbe un problema così grande se gli appelli funzionassero davvero, ma non funzionano. E gli appelli sono la base di qualsiasi sistema di giustizia democratica”, ha spiegato.

Meta, intanto, continua a convocare incontri a porte chiuse con alcune organizzazioni colpite, chiarendo però – come scritto nero su bianco in un’email citata dal quotidiano britannico – che “non sarà possibile sollevare critiche alle policy né proporre cambiamenti”. Un dialogo solo apparente, che conferma quanto il potere decisionale resti concentrato nelle mani delle big tech.

Il risultato è un restringimento progressivo degli spazi di discussione su corpo, genere e salute, che colpisce in modo sproporzionato donne, giovani, comunità LGBTIQ+ e persone che vivono in contesti repressivi. Non è un meccanismo nuovo: rimozioni, proteste pubbliche e ripristini parziali si ripetono ciclicamente. Ma ogni account che scompare interrompe l’accesso a informazioni vitali.

© Riproduzione riservata.

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