In Azerbaijian nella notte tra il 27 e il 28 dicembre 2025, la polizia di Baku ha fatto irruzione nel Labyrinth club, un locale noto per essere frequentato da persone della comunità LGBTQ+. Il bilancio dell’operazione è pesante: 106 persone fermate, condotte in commissariato e trattenute per ore. Nel 2017 in un episodio analogo furono più di 100 le persone arrestate e torturate.
Secondo quanto riportato da media indipendenti e da organizzazioni per i diritti umani, l’intervento sarebbe avvenuto senza preavviso. Le persone presenti nel locale (lesbiche, gay, bisessuali, persone transgender e queer) sono state obbligate a uscire con la forza e caricate su veicoli della polizia. La retata sarebbe iniziata intorno all’una di notte nel locale. I fermati sono stati condotti alla stazione di polizia del distretto Nasimi di Baku, dove sarebbero stati trattenuti per circa due ore all’aperto, al freddo, senza poter sedere, molti con abiti leggeri. Successivamente, uno alla volta, sarebbero stati sottoposti a interrogatori definiti umilianti, con domande intrusive sulla vita privata e sull’orientamento sessuale. Diversi detenuti parlano di violenze fisiche e trattamenti degradanti: una persona sarebbe stata picchiata dopo aver opposto resistenza, un’altra racconta di essere stata costretta a restare in piedi per ore, sotto minaccia di violenze sessuali. Durante la detenzione, la polizia avrebbe inoltre sequestrato telefoni, visionato e copiato contenuti privati, accompagnando il tutto con insulti e pressioni psicologiche. Solo dopo ore, in assenza di prove di uso di droga, i 106 fermati sarebbero stati multati per una violazione amministrativa legata al fumo in luogo chiuso, con il rilascio subordinato al pagamento immediato della sanzione.
Nel 2017 il governo dell’Azerbaijan ha incarcerato almeno 25 giornalisti e giovani attivisti, segnando una forte stretta repressiva contro il dissenso. Nel report 2018, Human Rights Watch denuncia come nuove leggi abbiano ostacolato gravemente il lavoro delle organizzazioni indipendenti.
Secondo il quotidiano Caucasian Knot, la retata di Natale al Labyrinth club fa emergere la realtà del clima sociale profondamente ostile verso le persone LGBTQ+ nel paese caucasico. Accanto alle denunce di violenze e abusi della polizia, si registra un forte consenso online per l’operazione, con commenti che giustificano la repressione e invocano punizioni fisiche. L’odio e il victim blaming convivono con poche voci critiche che denunciano l’illegalità delle violenze, delineando una società polarizzata in cui la repressione appare normalizzata e l’impunità sistemica. Caucasian Knot riporta alcune testimonianze:
“All’una di notte, qualcuno degli arrestati ha pensato che chi non riesce a dormire a causa del rumore nel locale si sarebbe lamentato? Non è una questione di orientamento, ma di azioni“, ha spiegato Nergiz.
“È normale organizzare un baccanale in una zona residenziale e ignorare le preoccupazioni dei residenti dopo le 11 del mattino? Ci sono decine di locali simili in città. Finché non disturbano la quiete pubblica, nessuno si lamenterà. Non usate la vostra bandiera arcobaleno per coprire le violazioni amministrative. Lasciate che si assumano la responsabilità“, ha scritto una donna di nome Shahla.
“Shahla, se ti dessero carta bianca, trasformeresti l’intera città in una silenziosa tomba di morti. Ma almeno sarebbe silenziosa. Il locale era insonorizzato e la gente fumava all’interno per disturbare meno i vicini. Il tuo commento è più o meno del tipo: “Se ti picchia, allora c’è un motivo, è colpa tua“, ha ribattuto Ivan.
L’attivista Ali Malikov ha dichiarato alla Meydan TV che la ragione principale di quanto sta accadendo è “il desiderio di stabilire un controllo totale su tutti i gruppi indipendenti in Azerbaigian“.
L’assenza di accuse penali e la dimensione dell’intervento hanno sollevato dubbi sulla reale motivazione della retata. Attivisti locali e osservatori internazionali parlano apertamente di azione mirata contro la comunità LGBTQ+, in continuità con i precedenti episodi di repressione.
ILGA-Europe ha chiesto chiarimenti alle autorità e un’indagine indipendente su quanto accaduto, denunciando un clima di paura che spinge molte persone LGBTQ+ all’invisibilità o all’esilio.
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Persone LGBTQ+ e sistema politico in Azerbaigian
In Azerbaigian, i rapporti omosessuali consensuali sono formalmente depenalizzati, ma non esiste alcuna legge contro la discriminazione basata su orientamento sessuale o identità di genere. La violenza omofoba e transfobica è diffusa e raramente perseguita, mentre la polizia è più volte accusata di abusi, ricatti ed estorsioni ai danni delle persone LGBTQ+.
Il Paese è governato da un regime autoritario guidato dal presidente Ilham Aliyev, al potere dal 2003, in un sistema fortemente centralizzato che limita libertà di stampa, opposizione politica e società civile. Sul piano internazionale, l’Azerbaigian mantiene rapporti pragmatici con la Russia, soprattutto in chiave energetica e di sicurezza, e ha rafforzato negli ultimi anni i legami economici con la Cina, condividendone un modello di sviluppo che privilegia stabilità e controllo rispetto ai diritti civili.
In questo contesto, la retata al Labyrinth club appare non come un episodio isolato, ma come un segnale coerente di repressione, dove le persone LGBTQ+ diventano bersaglio facile di un potere che non tollera differenze visibili né dissenso sociale.
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