Nel 1914, il film A Florida Enchantement offrì una rappresentazione – seppur non canonica – sorprendentemente naturale e leggera della fluidità sessuale, ben prima che esistessero le sovrastrutture concettuali e sociali che oggi circondano il tema della bisessualità.
Edith Storey interpretava Lilian Travers, giovane donna benestante che, dopo aver scoperto il tradimento del suo fidanzato, butta giù una misteriosa fiala di semi e si scopre uomo la mattina dopo. Da quel momento, inizia a corteggiare e sedurre altre donne con disinvoltura e senza alcuna connotazione di dramma morale o conflitto interiore, coinvolgendo nelle sue scorribande anche il marito Fred – trasformatosi in una donna.
Ciò che colpisce di questa rappresentazione è proprio la sua leggerezza: nonostante il bianco e nero sulla pellicola, le questioni legate all’orientamento sessuale non erano catalogate e definite come lo sono state nei decenni successivi, e la bisessualità sembra scivolare sullo schermo senza appesantimenti ideologici. Non c’era l’intento di farne un dibattito sociale, né di fornire una rappresentazione “rivoluzionaria” della sessualità.
Questo ci offre un’interessante chiave di lettura sul modo in cui, in assenza di categorie rigide e dibattiti accesi, la bisessualità veniva rappresentata come una possibilità fantasiosa, fluida e priva di colpa. Allo stesso modo settembre, mese della visibilità bisessuale, offre l’occasione per una discussione più ampia su come oggi viviamo e codifichiamo la sessualità.
Ma prima è necessario tornare indietro di qualche anno, per comprendere come il movimento di liberazione bisessuale abbia preso forma a partire dagli inizi del secolo, per approdare alle nuove, aggiornate definizioni e alle lotte ancora da compiersi.
Fu negli anni ’70, quando il movimento di liberazione sessuale cominciava a prendere forma, che si assistette ai primi germogli di consapevolezza attorno alla bisessualità. È in questo clima di ribellione contro le convenzioni che essa iniziò a farsi strada come soggetto di rivendicazione politica.
La creazione del “Bisexual Forum” a New York nel 1975 segnò un momento di aggregazione cruciale, un primo spazio in cui le persone bisessuali poterono confrontarsi e articolare una narrativa propria. Tuttavia, questa emergenza identitaria si scontrava con una resistenza tanto esterna quanto interna: se da un lato la società eteronormativa continuava a considerare la bisessualità con sospetto o disprezzo, dall’altro anche dentro il movimento LGBTQIA+ non mancarono voci critiche, che la percepivano come ambigua o, peggio, come una forma di codardia politica, lontana dall’assoluta presa di posizione rappresentata dall’omosessualità. Atteggiamento che purtroppo, persiste ancora oggi.
Durante la Conferenza sulla Bisessualità di San Francisco del 1990, venne coniato il termine bifobia, un concetto destinato a cristallizzare le dinamiche di marginalizzazione specifiche a cui erano sottoposte le persone bisessuali, spesso in bilico tra due mondi che le negavano o le consideravano come una minaccia all’ordine binario.
Questa nuova consapevolezza diede avvio a un percorso di autoaffermazione che portò, nel 1999, alla nascita del Celebrate Bisexuality Day, ricorrenza annuale fissata al 23 settembre, giorno in cui si sarebbe cominciato a rendere omaggio alle persone bisessuali, alla loro storia e al loro contributo nella lotta per i diritti civili.
Nonostante le lotte, nell’epoca contemporanea la bisessualità continua però a soffrire di una rappresentazione ambivalente: se da un lato guadagna visibilità nei media e nella cultura popolare, dall’altro rimane vittima di vecchi pregiudizi, stereotipi che la dipingono come instabile o promiscua.
Eppure, il cammino compiuto fino ad oggi rappresenta un progresso notevole, frutto di decenni di lotte e di una presa di coscienza collettiva che ha permesso di superare, almeno in parte, le barriere erette da una società ossessionata dalle dicotomie.
Cos’è oggi la bisessualità?
Potrebbe sembrare una domanda semplice, ma in realtà è tutt’altro che scontata, poiché il concetto di bisessualità ha subito numerosi cambiamenti ed evoluzioni nel corso dei decenni. Con l’avanzare dei movimenti per i diritti civili e l’emergere di dibattiti sempre più articolati, la comprensione della bisessualità si è progressivamente arricchita.
L’idea iniziale di un’attrazione che si dirige esclusivamente verso due generi – quando il paradigma binario era ancora all the rage – si è pian piano trasformata in una visione più inclusiva e fluida, capace di abbracciare un’ampia gamma di identità di genere e orientamenti.
Questo percorso di ridefinizione è stato influenzato anche dalle critiche al sistema binario, che tende a incasellare rigidamente le esperienze umane in categorie fisse, trascurando la complessità e la diversità delle esperienze individuali. Tanto che, fino a qualche anno fa, la pansessualità ne aveva confusamente preso il posto.
Oggi, il concetto di bisessualità si colloca al centro di riflessioni più ampie sulle dinamiche di potere, visibilità e riconoscimento, rendendola una parte vitale del discorso contemporaneo sulla sessualità e sull’identità.
Non facciamoci quindi ingannare da quel “bi”: stiamo parlando di un orientamento sessuale caratterizzato dall’attrazione, sia romantica che sessuale, verso più di un genere ma non tutti – quest’ultima è la differenza cardine con la pansessualità. A differenza delle definizioni più rigide che si sono sviluppate nel corso del tempo, la bisessualità non implica necessariamente un’attrazione uguale verso i generi, ma piuttosto una flessibilità nell’esperienza affettiva e sessuale.
Dove esiste un orientamento sessuale non conforme, purtroppo, esiste però anche la tendenza a stigmatizzarlo. In questo caso, parliamo di bifobia, insidiosa forma di discriminazione frutto di stereotipi e pregiudizi tanto radicati quanto sottili presenti sia all’esterno che all’interno della comunità LGBTQIA+.
Bifobia, la lettera: “Sono un ragazzo bisessuale di 21 anni e i gay sono i primi a discriminarmi”
La bifobia opera in modo più ambiguo rispetto ad altre attitudini simili, cercando di eroderne la legittimità stessa. Si manifesta spesso con l’incredulità, la svalutazione o, ancor peggio, con l’invisibilizzazione, come se l’attrazione per più generi non fosse altro che un errore di percorso o una fase di passaggio tra l’eterosessualità e l’omosessualità. Così la descrisse Alessandro Cecchi Paone:
“La bisessualità è probabile che non esiste come assetto stabile, come assetto di equilibrio definitivo, ma certamente esiste come un momento di passaggio. Ed è un momento di passaggio probabilmente necessario, proprio per evitare scossoni, traumi, accelerazioni dannose e quindi di essere condiscendenti con la fase bisessuale delle persone perché è una fase di necessaria stabilizzazione.”.
Sostenuta da un substrato di sospetti e accuse implicite, la bifobia vede i bisessuali come ambigui, indecisi, addirittura incapaci di vera fedeltà emotiva o sessuale. L’attrazione viene ridotta a una sorta di pulsione primordiale, a un’incapacità di contenere desideri multipli, quasi fossero per natura inclini alla promiscuità. Visione tanto radicata quanto perversa, che presuppone che la bisessualità sia sinonimo di disordine, una frattura nell’ordinata binarietà dei desideri.
Quindi, se una persona bisessuale è in una relazione eterosessuale, viene automaticamente catalogata come eterosessuale; se è in una relazione omosessuale, l’etichetta cambia a seconda della situazione. La bisessualità diventa un’ombra vaga e ipotetica, che scompare non appena viene posta sotto i riflettori di una relazione “concreta”.
Contrastare la bifobia, in questo senso, significa decostruire le sovrastrutture concettuali che riducono il desiderio a rigide categorie. Significa restituire visibilità e dignità a una parte della comunità LGBTQIA+ che troppo spesso è stata lasciata ai margini, fraintesa o peggio, ridotta a un’invenzione temporanea, per cogliere la meravigliosa essenza di una sessualità che non ha bisogno di conformarsi per esistere.


