Nel finale di Che Pasticcio, Bridget Jones!, secondo capitolo della saga iniziata nel 2001 con Il Diario di Bridget Jones, la titolare eroina interpretata da Renée Zellweger ci salutava dicendoci che la felicità esiste: anche se hai trentatré anni, il sederotto, e le gambe da calciatore (parafrasando la traduzione italiana, molto più generosa di quella originale che diceva: con un sedere grosso come due palle da bowling). Nel terzo film, Bridget Jones Baby, rilasciato nel 2016 e unico capitolo non tratto dai libri di Helen Fielding, questa battuta non era già più credibile: tutti sapevamo che Bridget Jones non ha mai avuto il ‘sederone’ e non è mai stata single. Da Hugh Grant e Colin Firth, a Colin Firth e Patrick Dempsey, gli uomini hanno sempre fatto a botte per conquistarla impedendole di superare il Bechdel Test per tre film di fila. Da personaggio più relatable della storia del cinema, un giorno abbiamo fatto passo indietro accorgendoci che è difficile considerare ‘sfigata’ una donna bianca con un appartamento in pieno centro a Londra, un lavoro da reporter televisiva e ogni volta un sex symbol diverso dentro al letto. Lei, come noi, ne diventava sempre più consapevole, pur continuando a menzionare occasionalmente le sue ‘ciccette ballonzolanti’ (tutt’oggi invisibili a chiunque fuori lo schermo).
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Per tornare “una di noi”, anche Bridget doveva cambiare. Nel quarto e ultimo capitolo della saga, Bridget Jones: Un amore di Ragazzo rilasciato nelle sale italiane lo scorso venerdì 28 Febbraio, il cambiamento è avvenuto, portando con sé anche una solida dose di dolore: oggi Bridget è una donna di 51 anni alle prese con la morte di suo padre e di Mark Darcy, un Colin Firth che compare come un fantasma del passato e scompare lasciandola alle prese con una solitudine molto meno divertente di quando cantava All By Myself nel 2001. Ma quel pigiamone rosso ce l’ha ancora: lo tiene addosso per portare a scuola i figli, Billy e Mabel, barcamenandosi tra mamme perfette che sembrano saper fare tutto senza un capello fuori posto e riunioni di genitori (rigorosamente al plurale, come se fosse scontato che ce ne siano sempre due). I commenti indesiderati sul trovarsi un uomo dopo i trenta lasciano la precedenza a quella compassione intrisa di pietismo, che ogni persona fresca di lutto riconoscerà bene, e un’orda di consigli su come una donna vedova e madre di mezza età dovrebbe gestire la propria vita.
In tutto questo Bridget è sempre Bridget: non ha imparato a cucinare, pessima a parlare in pubblico, inciampa ogni tre per tre. Come direbbe sua madre è ancora vestita come una appena scappata da Auschwitz e se c’è una battuta imbarazzante state sicuri che continuerà a farla. Ma stavolta non ha più tempo né per i tira e molla –solo tanto affetto per Hugh Grant con i capelli grigi, oggi relegato al ruolo di zio Daniel Clever– né per i mutandoni pancia piatta: a 51 anni ha il doppiomento ma sembra non farsene un problema, e indossa finalmente quelle mutandine sexy a prescindere dalle probabilità di andare a letto con qualcuno. A farle la corte stavolta c’è Roxester (Leo Woodall di The White Lotus) adone ventinovenne che l’aiuta a non precipitare giù da un albero e le fa provare per la prima volta il brivido del ghosting. Se fuori lo schermo la differenza d’età tra i due è oggetto di polemica (“Esiste un muro invisibile che crea un’ingiustificata separazione tra uomini e donne in base all’età. Questo non ha senso e dovrebbe essere superato” ha risposto il regista Michael Morris) nel film tutto avviene senza l’ombra di giudizio e molte meno battutine del previsto. Al massimo, è un monito per riconoscere quei campanelli d’allarme che vent’anni prima l’arrovellavano dietro gli uomini sbagliati.

C’è la sensazione che Bridget sappia finalmente stare da sola, ma non viene nemmeno a dirci che ‘una donna può fare tutto senza bisogno di nessuno’. Il suo è un racconto di formazione che non si assesta arrivata la mezza età, dove a controbilanciare il dolore del cambiamento, c’è la soddisfazione di ascoltarti e rispettarti come non hai mai fatto a trent’anni. L’ultimo capitolo della sua vita è anche il più serio: c’è un senso di amarezza nell’aria che forse ha a che fare col fatto che non possiamo più rifugiarci nell’effetto nostalgia, e prima o poi, la realtà va guardata in faccia. C’è una maturità che sacrifica qualche risata in meno per un po’ di consapevolezza in più. Ma piuttosto che propinarci la stessa identica battuta, Bridget Jones ci saluta con un abbraccio dolce amaro. A rimanerne intatti sono il suo senso dell’umorismo e continuare a riscrivere il proprio lieto fine.
A 51 anni il suo diario non è più leggero come quando ne aveva 30. Ma arrivata all’ultima pagina, sembra volersi più bene di prima.
