La giustizia francese ha tracciato una linea netta contro la disinformazione e l’odio online. Il tribunale penale di Parigi ha condannato dieci persone riconosciute colpevoli di aver diffuso e rilanciato, sui social network, affermazioni false, offensive e transfobiche contro Brigitte Macron, première dame della Francia. Le pene arrivano fino a otto mesi di reclusione con sospensione condizionale, insieme a sanzioni accessorie come la sospensione degli account e l’obbligo di seguire corsi di sensibilizzazione sul rispetto nello spazio digitale.
La sentenza rappresenta uno dei pronunciamenti più rilevanti in Europa sul rapporto tra libertà di espressione, fake news e responsabilità penale in ambito social, con un’attenzione particolare alle narrazioni transfobiche usate come strumento di delegittimazione pubblica.
In questo articolo
- 1 Caso Brigitte Macron: le accuse e la decisione del tribunale di Parigi
- 2 Gli istigatori della campagna di odio: fino a otto mesi con la condizionale
- 3 Gli altri imputati: condivisioni, like e responsabilità penale
- 4 L’intervento della figlia di Brigitte Macron
- 5 La battaglia giudiziaria continua: procedimento negli USA
- 6 Le parole di Brigitte Macron su TF1
Caso Brigitte Macron: le accuse e la decisione del tribunale di Parigi
Secondo quanto stabilito dalla corte, fa sapere il Corriere della Sera, gli imputati hanno agito con una chiara “volontà di danneggiare con termini malevoli, degradanti e offensivi”. È questa la formula utilizzata dal presidente del tribunale, Thierry Donnard, per motivare le condanne per cyberbullismo transfobico.
Al centro del procedimento, una campagna di odio che sosteneva – senza alcuna prova – che Brigitte Macron fosse una persona transgender e che avesse commesso reati di natura pedocriminale. Tesi presentate come “inchieste alternative” o “verità nascoste”, ma riconosciute dai giudici come fake news costruite e diffuse con intento diffamatorio.
Le pene più severe sono state inflitte a coloro che il tribunale ha individuato come istigatori della campagna.
Gli istigatori della campagna di odio: fino a otto mesi con la condizionale
Il caso più rilevante riguarda Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social con lo pseudonimo di Zoé Sagan, condannato a otto mesi di reclusione con sospensione condizionale. Durante il processo aveva parlato di un presunto “segreto di Stato che implica una pedofilia avallata dallo Stato”, senza tuttavia fornire alcuna prova a sostegno delle proprie affermazioni.
A sei mesi con la condizionale è stata condannata Amandine Roy, che nel 2021 aveva pubblicato un video di quattro ore su YouTube – poi rimosso – diventato virale. Oltre alla pena detentiva sospesa, per Roy è stata disposta la sospensione degli account online per sei mesi e l’obbligo di seguire un corso di sensibilizzazione sul rispetto delle persone nello spazio digitale. In aula aveva dichiarato di essersi sentita “attaccata”, “in quanto donna anatomica”, dalla presunta “trans-identità” della première dame, unendo transfobia e disinformazione in un’unica narrazione.
Il terzo istigatore individuato dai giudici è Bertrand Scholler, gallerista autore di un fotomontaggio diffuso nel 2024, condannato anch’egli a sei mesi con la condizionale. La sua difesa aveva invocato il “diritto alla libertà di espressione”, tesi respinta dalla corte.
Gli altri imputati: condivisioni, like e responsabilità penale
Gli altri sette imputati sono stati ritenuti responsabili in misura minore. Alcuni si erano limitati a condividere o a mettere “like” ai contenuti diffamatori, ma il tribunale ha comunque riconosciuto una responsabilità individuale nella diffusione della campagna.
Tra loro, Jean-Christophe D. è stato l’unico a chiedere pubblicamente scusa durante il processo. Per questo è stato condannato esclusivamente a un corso di sensibilizzazione sui reati online, evitando la pena detentiva.
La sentenza chiarisce un punto centrale: anche azioni apparentemente “minori”, come rilanciare un contenuto, possono contribuire a un meccanismo di cyberbullismo sistemico.
L’intervento della figlia di Brigitte Macron
Durante il procedimento è intervenuta in aula Tiphaine Auzière, 41 anni, figlia di Brigitte Macron, che ha denunciato la “sistematica messa in discussione” dell’“identità, del sesso e dell’integrità” della madre.
Auzière ha parlato anche del “deterioramento delle condizioni di salute” della première dame, spiegando come la diffusione globale della disinformazione abbia avuto un impatto concreto sulla sua vita quotidiana. “Questo vortice, che non si ferma mai, ha un impatto crescente sulle condizioni di vita” e sullo stato di salute di Brigitte Macron, ha dichiarato.
La battaglia giudiziaria continua: procedimento negli USA
Il presidente Emmanuel Macron e sua moglie hanno scelto di contrastare la teoria del complotto anche sul piano legale internazionale. Oltre alla Francia, è infatti previsto un procedimento negli Stati Uniti, in particolare contro l’influencer conservatrice Candace Owens, che avrebbe contribuito alla diffusione delle stesse tesi.
Il caso assume così una dimensione transnazionale, evidenziando come la disinformazione online non conosca confini e richieda risposte coordinate.
Le parole di Brigitte Macron su TF1
Alla vigilia della sentenza, Brigitte Macron era intervenuta pubblicamente durante il telegiornale di TF1, spiegando le ragioni della sua scelta di esporsi: “Io mi batto, continuamente. Voglio aiutare gli adolescenti a lottare contro il bullismo, ma è difficile se non do l’esempio”.
Una dichiarazione che lega la vicenda personale a un tema più ampio, ovvero il contrasto al bullismo, alla transfobia e alle campagne d’odio che colpiscono non solo le persone LGBTQIA+, ma chiunque venga percepito come “altro” e quindi legittimato a essere attaccato.

