Caccia all’Omo, arriva in libreria l’inchiesta di Simone Alliva sull’Italia omofoba: la nostra intervista

Simone Alliva ha viaggiato da Nord a Sud per raccogliere le storie di chi ha provato e prova sulla propria pelle gli effetti di un continuo incitamento all’odio, della continua negazione della propria esistenza. La nostra intervista.

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Nel mese del Pride ecco arrivare un libro fondamentale per capire cosa succede nel nostro Paese, dal punto di vista dell’odio nei confronti delle persone LGBT. Caccia all’Omo, in libreria e in ebook il 18 giugno edito da Fandango, è una dura e puntuale cronaca delle aggressioni a gay, lesbiche e trans firmata Simone Alliva, che ha raccontato di un Paese intossicato dall’odio. Soprattutto dopo le elezioni del 4 marzo 2018, quelle dell’Italia del cambiamento. Quelle del “prima gli italiani”.

A Torino un ragazzo gay viene picchiato dai vicini di casa, è una spedizione punitiva: “Sei gay, ti uccidiamo”. Intanto la Capitale brucia: con un pugno sferrato in pieno volto muore Umberto Ranieri l’artista 53enne di origini abruzzesi, noto col nome d’arte di Nniet Brovdi. A Cagliari un gruppo di ragazzi insulta e aggredisce un 17enne e una sua amica, “frocio di merda” e giù botte. Il pestaggio viene filmato e caricato online, per divertimento. A Domodossola, una ragazza è obbligata a 15 anni ad avviare un percorso di teorie riparative: è lesbica dunque malata, per i genitori va curata.

Negli ultimi due anni le lancette della vita civile nel nostro Paese hanno cominciato a girare al contrario e non si sono più fermate: l’Italia si è consegnata nelle mani di chi prometteva di abolire le unioni civili, di cacciare il “gender” dalle scuole, di curare gli omosessuali, in ogni modo. E da allora i casi di aggressioni, minacce, bullismo sono diventati sempre più frequenti, nell’indifferenza generale. Come se il vaso di Pandora fosse stato scoperchiato.

Simone Alliva, penna dell’Espresso, ha viaggiato da Nord a Sud per raccogliere le storie di chi ha provato e prova sulla propria pelle gli effetti di un continuo incitamento all’odio, della continua negazione della propria esistenza. Un’inchiesta accurata, con numeri alla mano e l’analisi approfondita delle ragioni e delle conseguenze di un tale inasprimento dei toni del dibattito, che ci consegna un importante monito: si è aperta la caccia ai “diversi”, e quando le mani sono armate nessuno può considerarsi al sicuro.

Intervista a Simone Alliva

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4 marzo 2018, il centrodestra italico prende 12.137.557 voti alle elezioni, con conseguente Governissimo insieme ai 5 Stelle poi caduto. 834 giorni dopo possiamo asserire, numeri alla mano, che certi reiterati comportamenti di determinati individui politici abbiano probabilmente influito nel far accrescere un maggior odio fisico e verbale nei confronti delle persone LGBT?

Possiamo farlo. Sono dati acquisiti. La disumanizzazione ricopre sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, un ruolo essenziale nei crimini odio. Tutto ha un’origine, anche la disumanizzazione delle persone Lgbt: bisogna ricordarsi chi ha acceso la miccia, dove, quando. Il dibattito vergognoso sulle unioni civili è sicuramente un buon punto da cui partire, dove possiamo tirare una linea e dire: da qui si va in discesa. Dal matrimonio egualitario paragonato all’Isis, alle persone omosessuali viste come malati da “spingere verso l’eterosessualità”. E poi sempre più giù, una spirale. Le famiglie arcobaleno non esistono, il gender nelle scuole, genitore 1 e 2. Dichiarazioni come queste (e tante altre) hanno rappresentato l’esercizio omeopatico che goccia dopo goccia ha avvelenato il clima. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una strategia intenzionale: portata avanti da gruppi neo-conservatori e politici spregiudicati. Per odiare delle categorie di persone prima è necessario considerarle di un’altra specie. Nella storia è già successo.

Ufficialmente è difficilissimo riuscire a quantificare il numero di casi omofobi che avvengono ogni anno in Italia, viste le poche denunce e l’assenza di una legge ad hoc. A quali dati ti sei affidato e quanto credi che queste cifre, in realtà, non siano altro che la punta di un iceberg.

Lavoro così: faccio raccolta di notizie smarrite, quelle che circolano per un momento e poi si estinguono senza che nessuno le raccolga, sopraffatte dall’ondata delle altre. Sono denunce, articoli, trafiletti di giornali. Spesso sono testimonianze di chi non sa chi rivolgersi perché non si fida neanche della giustizia. Poi esco fuori e vado a parlare con queste persone, verifico le storie. Consumo le scarpe. Mi sono formato dentro un giornale che mi ha insegnato proprio questo: a consumare le scarpe. Ho imparato in questi anni che prima di scrivere su certi temi quello che serve davvero è andare a cercare le cose nella luce. Spostarsi fisicamente, con la testa e con i piedi. Andare dove accadono per vederle e per capirle. Questo libro-inchiesta nasce da un’altra inchiesta pubblicata sul mio giornale (“L’Espresso”). Dopo la pubblicazione ho girato l’Italia per parlare del fenomeno dell’omotransfobia su invito di associazioni, partiti, movimenti. Non erano dibattiti, non erano convegni o conferenze. Erano diventati counseling. Ognuno si alzava e raccontava la sua esperienza, oppure mi scriveva dopo, tramite sociale. Non mi era mai successo. Ovunque andassi c’era qualcuno che sentiva il bisogno di raccontare la propria storia. Ed io ascoltavo. Che poi è un po’ il dovere del nostro lavoro: mettersi in ascolto e capire un attimo le cose che stanno succedendo. Anche perché poi le cose che succedono nella vita sono già succese. E così ho attraversato la vita di tantisisme persone che si sentivano abbandonati, che non trovavano un posto dove raccontarsi. Molte delle lettere e delle testimonianze dentro il libro sono inedite e vengono da persone che non avevano voce. Eppure sono storie straordinarie e disegnano un paese che non ha ancora fatto i conti con le sue paure e con la sua ignoranza. Ci sono numeri di violenze che non verranno mai a galla: pensiamo agli adolescenti costretti alle terapie riparitive. Una “fase della vita” che molti rimuovono perché non possono raccontarsi, non ci riescono. Però se ci mettiamo in ascolto tutti quanti, forse qualcosa possiamo fare.

Mettere un punto ad una simile inchiesta, pubblicandola, è alquanto complicato, perché ogni settimana avvengono episodi di pura omotransfobia. Quale limite temporale ti sei dato.

Nelle storie fa nido il senso delle cose. Avevo naturalmente un limite temporale, come hai detto. Una scadenza. Quindi i numeri che do all’inizio del libro servono come bussola. Ma i numeri contano poco oggi. E non dicono più quasi nulla. Non ci parlano, perché niente più ci sgomenta. Già quando titoliamo “troppo casi di omofobia” o formule del genere, sbagliamo. Perché è come se dicessimo che c’è, esiste in natura, una quantita giusta di violenza omotransfobica. Ecco questo è il cinismo e l’assuefazione che ci allontana dalle vite degli altri. Dire cento, duecento, trecento vittime non ha molto senso. Ciascuno ha la sua storia. Allora li devi uno per uno, raccontare, nominare e restituire il senso alle persone con cui parli. Devi far capire: con questa storia stiamo parlando di cento volte te. In un’inchiesta giornalista il senso di quello che stai raccontando te lo da una voce sola. Certo si costruisce con la notizia, con i dati, con il parere del politico di destra, di sinistra, di centro. La tradizione giornalistica vuole questo. Ma quello che conta sono le storie. Così preferito concentrarmi sulle persone. Ho cercato di selezionare storie che potessero per raccontare chiunque.

 

 

La tua inchiesta esce nel pieno di un dibattito politico sulla legge contro l’OmoBiTransLesbofobia, che noi tutti attendiamo da decenni. L’impressione è che questo treno, nel caso in cui dovesse sfuggirci, rischierebbe di non passare più per chissà quanti anni. Eppure c’è chi ancora grida alla legge liberticida e censoria, alimentando disinformazione. Come replicare a costoro che si muovono a testuggine per smontarla mediaticamente, come far capire agli italiani, possibilmente con semplicità, l’urgenza e l’effettiva validità di una simile legge.

Non è un’impressione, temo sia la realtà dei fatti. E vedo questa consapevolezza anche negli occhi parlamentari: c’è chi cerca di accelerare e chi di mettere una pietra tombale sulla legge. I temi degli oppositori sono ridicoli e vecchi di 30 anni. E non hanno fondamenta. Lo abbiamo raccontato su L’Espresso pubblicando in anteprima la legge. Che spero non cambi di una virgola. Durante la discussione sulle unioni civili parlavano di gender e del declino della famiglia naturale e invece è ancora lì. Sono passati 4 anni. Adesso parlano di legge liberticida. Io penso che per far capire l’importanza della questione non ha senso raccontare soltanto la parte penale. Bisogna far capire che questa è una legge che oltre a segnare una strada potrebbe tracciarla: con le case rifugio, con i corsi anti-bullismo e così via. Punta a creare una società che tollera di meno e accetta di più. Per far passare questo messaggio però serve uscire allo scoperto, raccontarsi, illuminare le vite di chi è passato attraverso violenza omotransfobica e si è visto rubare qualcosa. Questo è un disegno di legge molto semplice che porta l’ordinamento giuridico a riconoscere orientamento sessuale e identità di genere come aspetti della personalità degni di particolare considerazione e protezione. Come spiego nel libro è in atto un conflitto dentro questo paese. Non vederlo e non porre rimedio oggi, dentro questo tempo, è un errore che pagheremo per decenni.

Anche i media tradizionali e ‘generalisti’, da questo punto di vista, probabilmente non aiutano, perché si parla poco e male di una problematica che coinvolge ogni giorno centinaia di cittadini. Come far cambiare loro passo.

L’informazione ha una responsabilità enorme. Ma perché non ci sono gli strumenti per capire. I corsi di formazione per giornalisti aiutano ma non bastano. Nel libro scrivo che l’informazione è corrotta nel senso etimologico: contaminata, guastata. La responsabilità verso il lettore è diventato un bene molto residuale. L’informazione di oggi, soprattutto per quanto riguarda le tematiche LGBT raramente riesce a trovare una ragionevolezza, il motivo è semplice: non racconta mai niente che riguarda la vita degli altri. Ci sono dei motivi se i giornali vendono nel complesso pochissime copie, credo che quello principale sia il una perdita di contatto generale con la realtà in un circo di editorialisti che si spendono per educare il lettore su romanzieri morti e guerre mondiali mai davvero metabolizzate, in pagine piene di retroscena inaffidabili che oscurano la scena. Poi c’è in Italia un problema su come la stampa tratta le questioni lgbt. E non è solo di linguaggio. Certo, soprattutto di linguaggio ma non solo. Quasi come se fosse un genere che sta tra il gossip e le note di colore. Invece è cronaca, giornalismo. Si potrebbe fare tanto. All’estero i giornali del settore vendono moltissimo, nascono di nuovi. Giornali di carta. Da noi chiudono. Ed è sempre più difficile. Ed è sicuramente un pericolo per il tempo che verrà.

C’è anche la comunità LGBT, in questo calderone, che a 4 anni dalle unioni civili faticosamente raggiunte tra compromessi e dolorose rinunce non sembrerebbe pronta all’immancabile e ormai prossima battaglia parlamentare e mediatica. Le stesse associazioni LGBT parrebbero andare un po’ in ordine sparso. Pura e semplice disillusione, sottovalutazione del rischio o cos’altro.

Io parlerei più di movimento. La comunità è un vento gentile che negli anni ha rivoluzionato questo paese. Ma è appunto un vento. Ed è compito del navigatore (quindi delle associazioni) di sfruttarlo per portare la barca verso nuovi orizzonti. Ma il navigatore forse è un po’ distratto in questo momento. Io non sono un militante. Sono solo un giornalista e basta. Il mio compito è quello di informare. Non tocca a me organizzare piazze, sit-in, suggerire strategie. Però da osservatore noto che si è rotto un incantesimo dentro il movimento. Non ho visto la stessa agitazione e passione che ho visto durante la discussione sulle unioni civili. C’erano piazze, sit-in già prima che il ddl uscisse dalla commissione. Ed è vero: affrontiamo tutti gli effetti di una pandemia mondiale, l’economia al collasso ha reso incerto il futuro di chiunque. Eppure spero nell’originalità e nella forza di un movimento che riesce davvero a fare battaglie di civiltà e a vincerle, ogni tanto. Che negli anni ha portato a casa molto. Non è mai merito della politica. Mi sento male quando leggo che dobbiamo ringraziare il governo Alfano-Renzi per le Unioni Civili. Non bisogna mai ringraziare nessuno politico o partito (figuriamoci corrente) per una legge di uguaglianza. L’unico grazie va alle persone Lgbt e a chi lotta su lotta, articolo su articolo, pride su pride, discriminazione su discriminazione, offesa su offesa e tanti schiaffi in faccia, alla fine ha cambiato la società. Prima si pensava alle coppie. Adesso la partita in gioco è più delicata. Bisogna pensare al futuro. Ai giovani che vivono ancora oggi un inferno di offese, schiaffi, pugni, che sopravvivono a terapie riparative e che ogni giorno si sentono sbagliati. Sostenere questa legge è un modo per respingere al mittente quelle umilianti stronzate che hanno ferito l’adolescenza di molti e che stanno distruggendo le nuove generazioni. Questo paese è su un crinale sottile. Non vorrei che per fare una legge servisse un Matthew Shepard italiano come è successo in America. E comunque anche lì ci hanno messo quasi 20 anni.

Se all’estero, vedi Regno Unito, USA e Brasile, il populismo a trazione sovranista parrebbe in fase calante dopo aver raggiunto inaspettate vette con clamorosi trionfi elettorali, in Italia il picco sembrerebbe dover ancora arrivare. Il duo Salvini-Meloni, sondaggi alla mano, parrebbe difficilmente battibile. Quanto e perché dovremmo preoccuparci.

Questa è una destra fatta di umori e senza un progetto per il futuro. Una destra che si costruisce sugli istinti peggio ma soprattutto che negli anni ha stretto un’alleanza molto forte con i movimenti anti-Lgbt. Ne libro ne racconto la genesi e i passaggi. Ci sono personaggi, all’inizio conosciuti bistrattati dalla stampa generalista con qualche nota di colore per le uscite folcloristiche contro streghe e gender, che sono diventati senatori. Coprono ruoli di rilievo dentro le istituzioni, le commissioni parlamentari. Spero di sbagliarmi ma credo che il prossimo governo non sarà per niente vicino all’istanze Lgbt. Sarà un governo che si alimenterà dei peggiori istinti dovuti alla crisi economica che sta arrivando e alla rabbia sociale che già monta anche se fingiamo di non vederla. Costruire adesso una strategia di resistenza comune è quello che serve. Bisogna dire subito no a questo paese che si va facendo sempre più incattivito, volgare e feroce. Se non lo farete voi, non lo farà nessuno.

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