CALIGARIS: SI’ AI GAY NELL’ESERCITO

Intervista al generale che apre le caserme a gay e lesbiche.

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Il generale Luigi Caligaris, ex-deputato europeo per le fila di Forza Italia, è un uomo che sa dire i fatti come stanno, uso a fare notizia con dichiarazioni fuori dai ranghi. L’ultima arriva dalle pagine del Corriere di oggi, mercoledì 6 giugno, dove in un’intervista sulla carenza di organico nelle forze armate italiane, il generale si dichiara favorevole a accogliere i gay dichiarati, oltre agli extra-comunitari che, dopo cinque anni di servizio, potrebbero essere premiati con la cittadinanza italiana.

Noi lo abbiamo intervistato, per saperne di più di questa benedetta storia dei gay nell’esercito.

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Generale, è vero che lei è favorevole ad accogliere i gay nell’Esercito, per risolvere il problema della carenza di personale?

I gay nell’Esercito ci sono sempre stati. Ma questo non significa che possano essere una buona risorsa per aumentare le fila dell’Esercito. Io ho posto il problema dei gay per indicare una cosa: che il problema della riforma è un problema di altissimo contenuto politico, sociale, oltre che economico, e non si può trattare in termini di numeri da acquisire. Tra gli esempi di ordine sociale, sono venuti fuori il problema dei gay, che è un problema di ordine sociale, che la società deve affrontare e risolvere, e il problema degli extra-comunitari, come risorsa non come problema.

Ma dunque lei è daccordo nell’arruolare i gay dichiarati che mantengano in caserma un atteggiamento decoroso?

Non c’è dubbio! Come in Francia e in Gran Bretagna dove non hanno nascosto il problema; è inutile guardare con sufficienza i gay conosciuti non dichiarati, come avviene in tutti gli ambienti.

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Si riconosce che ci sono, sono una categoria abbastanza ampia: se vogliono fare il militare si devono obbligare a quel rigore di comportamento che è richiesto tra l’altro anche agli eterosessuali. Come agli eterosessuali uomini e donne, viene chiesto di non fare sesso in caserma, ma di farne un atto privato e personale, così questa regola vale per gli altri. Se poi in privato vogliono fare quello che vogliono fare, è un loro diritto.

Dunque questa posizione non emerge come soluzione alla carenza di organico dell’esercito?

No, assolutamente. Questo non risolverebbe assolutamente nulla. Farebbe chiarezza, eviterebbe disagi a quelli che lo sono già, che ho conosciuto anch’io, alcuni erano delle persone di altissimo livello che venivano prese in giro da personaggi di bassissimo livello. Queste situazioni di disagio non sono democratiche, non sono civili, e quindi vanno chiarite. Il problema persiste finché la politica non se ne farà carico. Finora la politica li ha sorvolati, dicendo ai militari "procuratevi un po’ di soldati che ci servono".

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Molte donne lesbiche desiderano entrare nell’esercito: come mai lei dice che le donne non sono tante quante ci si aspettava?

Innanzitutto il problema è stato affrontato con una grande superficialità, forse superiore a quella del reclutamente di volontari. La verità è che, del reclutamento delle donne, ne viene fatta una questione di immagine, di folklore; è diventato un happening. Quando i problemi vengono affrontati in questo modo, si danno delle aspettative che non vengono rispettate e i problemi permangono. La media europea di presenza delle donne è del 10%, come quella americana, con delle punte che arrivano all’11-13%. Non credo che in Italia potremmo aspettarci più del 10%, il che non risolve il problema. I lavori duri e faticosi, alcune donne li fanno, ma la maggior parte delle donne non li fanno. Io consoco benissimo l’esercito israeliano da trent’anni, dove ci sono pochissime donne combattenti, mentre per la maggior parte fanno lavori anche molto pesanti e umilianti.

Manca dunque l’adesione da parte delle donne?

Il problema è di rifare ex-novo la cultura del militare in Italia, che non esiste. Io ricevo newsletter di tutti paesi, e il livello del dibattito lì è, rispetto al nostro, 1000 a 1.

Una cultura del militare dalla quale i gay, una volta tanto, non sono esclusi.

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