In Ucraina, mentre combattono al fronte contro l’invasione russa, molti militari LGBTQ+ restano invisibili per lo Stato. Le loro relazioni non sono riconosciute, i partner non hanno diritti e, nei momenti più critici, possono essere esclusi da tutto: ospedali, decisioni mediche, risarcimenti. “Moriamo per la patria, ma le nostre famiglie sono invisibili” ha spiegato a Gay.it Viktor Pylypenko, primo soldato a fare coming out e fondatore del gruppo di militari LGBTQ d’Ucraina.
Ma cosa significa, concretamente, vivere una relazione in queste condizioni? Come si costruisce una famiglia quando lo Stato non la riconosce? E cosa succede se quella famiglia rischia di spezzarsi tra guerra e burocrazia?

In questo articolo
- 1 Ucraina, diritti LGBTQ+ tra guerra, tribunali e vuoto legislativo
- 2 Anna, militare pansessuale: “Siamo persone come tutte le altre”
- 3 Zorian e Tymur: la prima sentenza che riconosce una famiglia
- 4 Dmytro: minacce, stress e un tentativo di suicidio
- 5 Dmytro e Yevhenii: vivere insieme non basta
- 6 Tra Europa e diritti: una promessa ancora sospesa
Ucraina, diritti LGBTQ+ tra guerra, tribunali e vuoto legislativo
In Ucraina non esistono né il matrimonio egualitario né le unioni civili tra persone dello stesso sesso. La Costituzione definisce il matrimonio come unione tra uomo e donna e, a causa della legge marziale, non può essere modificata.
Questo si traduce in conseguenze concrete, soprattutto per chi è al fronte: partner esclusi dagli ospedali, impossibilità di prendere decisioni mediche, nessun riconoscimento in caso di morte o accesso ai risarcimenti.
L’unico spiraglio oggi è rappresentato dai tribunali, che in alcuni casi riconoscono le “convivenze di fatto”. Ma si tratta di un percorso incerto, caso per caso, che non garantisce diritti pieni.
Nel frattempo, la politica è ferma. Il disegno di legge sulle partnership registrate (n. 9103), legato anche al percorso di adesione all’Unione Europea, non è mai arrivato al voto. E la bozza del nuovo Codice Civile rischia addirittura di restringere le poche forme di riconoscimento oggi esistenti, escludendo le coppie dello stesso sesso anche da questi strumenti.
È in questo contesto che si inseriscono le storie raccolte da Hromadske.
Anna, militare pansessuale: “Siamo persone come tutte le altre”
Anna ha 27 anni ed è una militare della 411ª brigata di sistemi senza pilota “Yastrub”. Si è arruolata nel 2022 e ha vissuto il fronte in prima linea: la sua auto è stata colpita da un drone FPV, provocandole ferite da schegge alla schiena e agli arti. Dopo la riabilitazione, è diventata autista di ambulanza.
Da cinque anni ha una relazione con Arina. Non ha mai nascosto la propria pansessualità nell’esercito e racconta di sentirsi sostenuta nel suo reparto, ma non dallo Stato: “Sono ormai così stanc* di dover spiegare alle persone che è una caratteristica innata, che siamo persone come tutte le altre e che dobbiamo avere gli stessi diritti”, racconta a Hromadske.
Per ottenere un minimo riconoscimento legale, Anna e Arina stanno valutando di rivolgersi al tribunale per far riconoscere la loro relazione come convivenza di fatto. È oggi l’unica possibilità per le coppie dello stesso sesso in Ucraina.
Zorian e Tymur: la prima sentenza che riconosce una famiglia

Insight LGBTQ ONG / Facebook
Nel giugno 2025, Zorian Kis e Tymur Levchuk sono diventati il simbolo di un possibile precedente. Il tribunale distrettuale Desnyanskyi ha riconosciuto la loro convivenza come famiglia. Una decisione importante che, come riporta Hromadske, si basa anche sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
“La posizione della CEDU dimostra che le relazioni familiari di fatto tra persone dello stesso sesso possono essere riconosciute se esistono prove di convivenza, gestione condivisa della vita quotidiana e obblighi reciproci. Questo consente alle coppie dello stesso sesso di ottenere tutela giuridica”, ha affermato il tribunale.
La sentenza è stata impugnata dall’organizzazione “Tutti insieme!” contraria alle unioni tra persone dello stesso sesso, ma è stata confermata sia in appello sia dalla Corte Suprema.
Non si tratta di matrimonio né di unione civile, ma di un riconoscimento limitato che può comunque produrre effetti concreti, come il diritto all’eredità o ad alcuni benefici in quanto familiare di un militare.
Dmytro: minacce, stress e un tentativo di suicidio

La storia di Dmytro Liaskovetskyi racconta quanto possa essere difficile essere apertamente LGBTQ+ nell’esercito ucraino.
Durante il servizio, i suoi superiori hanno trovato sul suo telefono un’app di incontri gay. Da quel momento, la situazione è precipitata. “È stato un incubo. Comandanti e istruttori hanno iniziato a minacciarmi. Sono finito in ospedale. Ho problemi cardiaci congeniti e lo stress mi ha provocato una crisi ipertensiva. C’è stato anche un tentativo di suicidio”, racconta a Hromadske.
Successivamente è stato trasferito in un’altra brigata, dove la situazione è migliorata. All’inizio del 2025 ha conosciuto Yevhenii Donets, con cui ha iniziato una relazione.
Dmytro e Yevhenii: vivere insieme non basta

Dmytro e Yevhenii hanno costruito una vita insieme: condividono casa, spese, quotidianità e responsabilità. Una relazione stabile, che un anno dopo hanno deciso di portare davanti a un tribunale per ottenere un riconoscimento legale.
Per loro non si tratta solo di un riconoscimento simbolico, ma di una necessità concreta legata alla guerra e alla condizione di militare di Dmytro: poter accedere all’ospedale, assistere il partner, avere diritti in caso di ferimento, morte o scomparsa.
Durante l’udienza del 13 marzo 2026 tutto sembrava andare nella direzione giusta. Ma pochi giorni dopo è arrivata la decisione negativa. Il 20 marzo 2026 il tribunale ha respinto il ricorso, sostenendo che le prove non erano sufficienti.
“L’amore può nascere a prima vista, anche tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, per stabilire un fatto giuridico di convivenza come famiglia, le sole manifestazioni di sentimenti reciproci non sono sufficienti”, ha scritto il giudice.
L’avvocata della coppia ha chiarito che il rifiuto è legato a motivi procedurali e non a una negazione del diritto delle coppie dello stesso sesso a essere riconosciute. Dmytro, però, contesta la decisione e sostiene che alcune prove siano state ignorate o interpretate in modo errato.
Durante la lettura della sentenza, fuori dal tribunale si era radunato un gruppo di manifestanti contrari alle unioni tra persone dello stesso sesso.
La frustrazione di Dmytro emerge chiaramente nelle sue parole: “Capisco che alcuni politici temono di perdere consenso. Ma perché devono essere i miei diritti a pagarne il prezzo? Lo Stato dovrebbe proteggere i miei diritti come militare. Ma un caz*o”.
Tra Europa e diritti: una promessa ancora sospesa
Oggi, in Ucraina, le coppie LGBTQ+ possono solo affidarsi ai tribunali per ottenere riconoscimenti parziali, incerti e spesso insufficienti. E mentre la guerra continua, chi difende il Paese rischia ancora di non vedere riconosciuta la propria famiglia.
Sul piano politico, però, qualcosa si muove, almeno nelle dichiarazioni. La deputata Inna Sovsun sottolinea che il riconoscimento legale non è più rimandabile: “Prima o poi le unioni registrate ci saranno, anche perché fanno parte degli impegni europei dell’Ucraina”.
Un richiamo che arriva anche da Bruxelles. La Commissione europea ha infatti ribadito recentemente l’obbligo di garantire il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso, in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, in particolare nel caso “Maymulakhin e Markiv contro Ucraina”.
Tra promesse politiche e pressioni europee, il nodo resta aperto. Ma per le coppie LGBTQ+ ucraine, soprattutto per chi è al fronte, il tempo non è una variabile neutra, ma una questione urgente di diritti, protezione e dignità concreta.

